IL NUOVO DISCO E 20 ANNI DI MOGWAI. INTERVISTA A STUART BRAITHWAITE.

 
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5 settembre 2017
 

Fine giugno a Milano, piove a catinelle. Stuart Braithwaite, chitarrista e (più raramente) voce dei Mogwai è di passaggio in Italia per un tour promozionale che anticipa l’uscita del loro nuovo disco “Every Country’s Sun”. Lo raggiungo da Santeria Social Club, dove la sera prima ha suonato un DJ set per pochi intimi. È pomeriggio inoltrato e sta rilasciando interviste da questa mattina, in una stanza accogliente ma priva di finestre. Mi saluta con un sorriso affabile e mentre avvio il registratore finisce di bere un cappuccino.

Innanzitutto mi chiedevo se fare questo tipo di promo tour funziona ancora, se è ancora utile per promuovere della musica. Tu sei molto attivo su Twitter e le persone usano molto i social media. Pensi che sia ancora importante leggere un’intervista su una webzine o su una rivista cartacea tradizionale?
Penso di sì. Penso che la vita di molte persone sia davvero piena e probabilmente non hanno il tempo di guardare Twitter in continuazione o di leggere su Facebook i post delle band, o cose simili. Spesso le persone leggono un trafiletto ed è così che scoprono che una band ha fatto un nuovo disco o sta facendo un tour. Penso che sia ancora piuttosto importante.

State andando anche in altri paesi, in giro per l’Europa?
Sì, la settimana scorsa siamo stati in Francia, Belgio, Germania e Olanda.

Wow, sembra piuttosto intenso.
Sì, è stato abbastanza intenso, mi sono divertito.

Sembra che ti piaccia ancora.
Non ero da solo, ero con Martin, il batterista, e ci siamo divertiti parecchio.

Possiamo dire che sia stata anche una specie di vacanza?
Sì, vino buono, cibo buono… È piacevole.

Oggi il tempo non è un granché, ma almeno ieri non era male… L’ultima volta che ti ho visto era proprio in questo locale, quando sei venuto a suonare con i Minor Victories.
Sì, abbiamo cenato proprio in questa stanza!

Mi chiedevo come sia tornare a registrare e andare in tour con i Mogwai, dopo l’esperienza con i Minor Victories. È un cambiamento, oppure le due cose si sono sovrapposte, e avete registrato le nuove tracce dei Mogwai nelle pause del tour con i Minor Victories?
La scorsa estate è stata veramente piena, perché stavo facendo il tour di Atomic con i Mogwai e il tour dei Minor Victories nello stesso periodo, quindi ero molto, molto preso. Per esempio, io e Martin, che suonava la batteria anche con i Minor Victories, siamo scesi da un aereo dal Giappone e siamo saliti direttamente sul palco di un festival in Svizzera, con i Minor Victories. È stato molto impegnativo. Ma l’esperienza con i Minor Victories mi è piaciuta, il disco mi piace molto ed è anche abbastanza diverso dai Mogwai. È stato molto divertente e penso che faremo un altro disco.

È interessante perché riuscivo a sentire le diverse influenze, c’era qualcosa dei Mogwai, ma chiaramente anche gli altri membri hanno portato le loro influenze. C’è qualcosa di quell’esperienza che hai portato nel nuovo disco dei Mogwai? Pensi che abbia influenzato il modo in cui avete registrato e scritto il disco?
Non ha influenzato molto il modo in cui abbiamo registrato, perché con i Minor Victories abbiamo registrato a distanza, mentre con i Mogwai è stato il contrario, abbiamo registrato quasi tutto il disco in presa diretta, è un disco abbastanza live. Da quel punto di vista, quindi, è stato diverso, ma sono sicuro che musicalmente ci siano delle idee che porti da una parte all’altra, cose che hanno funzionato particolarmente bene o che ti sono piaciute e vorresti rifare.

Negli ultimi anni avete registrato più colonne sonore che altri dischi. Li vedi come un unico flusso di album dei Mogwai, o come due parti diverse della vostra musica e della vostra discografia?
Penso che le colonne sonore, quelle che sono proprio nel film, siano molto separate, molto specifiche per quel film. Ma con “Les Revenants” e con “Atomic” abbiamo praticamente fatto un disco: abbiamo preso le canzoni e le abbiamo modificate per farle suonare come un vero album. Quindi questi album sono probabilmente una via di mezzo, ma le colonne sonore vere e proprie sono decisamente molto diverse.

Com’è stato il processo di registrazione delle colonne sonore? Vi siete concentrati molto su come i suoni e la musica dovessero adattarsi alle immagini?
Beh, in parte lo avevamo già fatto mentre scrivevamo le canzoni. Non è semplice, fondamentalmente devi sempre tenere in considerazione quanto è lunga una scena, e cose così. Hai dei paletti molto precisi.

Perciò è necessario un sacco di editing.
Non so se abbiamo davvero fatto editing, le abbiamo semplicemente suonate più corte o più lunghe, abbiamo modificato quello che stavamo facendo. Con i nostri dischi, o anche per gli album tratti dalle colonne sonore, invece, di solito ascoltiamo e pensiamo “Quanto è giusto farla durare?” Non che ci sia nulla di sbagliato, ma nel film [la musica] è sempre fatta apposta per quella scena, non è una lunghezza naturale, non è mai una lunghezza naturale, è sempre troppo corta.

Avete fatto dei tagli diversi della stessa canzone per il CD?
Sì.

La colonna sonora di “Atomic”, per esempio, è stata finita e consegnata ai produttori del film, e poi siete tornati a lavorarci in studio. Avete aggiunto delle tracce o avete fatto solamente dei solo mixaggi differenti?
Versioni differenti.

Quindi tutte le tracce c’erano già ed erano già state registrate, ma avete trovato un mixaggio o un taglio differente, che funzionasse meglio in assenza delle immagini.
Sì.

Un altro grande cambiamento è stato registrare questo nuovo disco con Dave Fridmann, con il quale non lavoravate dal 2001. [Dave aveva già prodotto Rock Action] Eravate ancora in contatto? Com’è andata? Come avete deciso di tornare da lui e tornare a registrare negli Stati Uniti?
Siamo rimasti buoni amici e ci siamo visti ogni volta che suonavamo da quelle parti. È un buon amico della band, è anche venuto anche al mio matrimonio in Canada! È solo che non avevamo più registrato fuori dalla Scozia. Avevamo pensato di fare qualcosa di diverso per questo disco, perciò lo abbiamo contattato e lui è stato molto, molto positivo, ha detto che stava aspettando che lo chiamassimo da un sacco di tempo. Insomma, è stato fantastico, davvero una bella esperienza, è un po’ un membro della nostra famiglia, nonché una persona fantastica con cui lavorare.

Il nome non mi diceva molto, poi ho guardato la lista di dischi che ha prodotto ed è incredibile, così tanti dischi meravigliosi. Quando siete partiti per New York e siete arrivati nel suo studio [lo studio di Dave è a Cassadaga, NY, vicino al confine con il Canada], quanto materiale avevate già? Ho letto che vi siete scambiati pezzi su Dropbox…
Avevamo già fatto una demo dell’album a Glasgow e quando siamo arrivati in America avevamo circa 14 canzoni, quindi sì, avevamo già parecchio materiale.

Quanto sono cambiate le canzoni quando avete iniziato a lavorare in studio?
Sono cambiate un po’. Avevamo scritto già parecchie parti, alcune erano abbastanza complete. Direi che il livello di completamento andava dal 60 al 90%, a seconda della canzone.

Quanto è durata la sessione di registrazione?
Due settimane.

L’altro cambiamento è stato che eravate per la prima volta in studio senza John Cummings. [John ha lasciato la band nel 2015] Ha cambiato le dinamiche nello studio?
Probabilmente un po’.

Avete avuto la sensazione che mancasse qualcosa o che si fosse creato dello spazio perché altri membri della band dovevano fare più parti di chitarra, che in passato avrebbe fatto John?
Sicuramente io ho suonato di più la chitarra e lo stesso vale per Dominic e Martin, hanno suonato più chitarre anche loro, perché eravamo uno di meno, ma non è stata una grande differenza.

È stato diverso rispetto alle ultime sessioni di registrazione in Scozia per gli altri dischi? Eravate in America, e di nuovo con Dave… Oppure era solo un disco dei Mogwai come gli altri?
No, è stato sicuramente diverso. Penso che quando vai a registrare un disco in un posto diverso da casa, tutta la tua vita in quel periodo gira attorno a questo disco. Quando non stai registrando, stai scrivendo i testi, ci stai pensando, stai ascoltando delle versioni. Quando registriamo a Glasgow, invece, quando abbiamo finito non ci pensiamo più, ce ne andiamo, facciamo qualcos’altro. E poi ci sono state tempeste di neve per la maggior parte del tempo, quindi eravamo chiusi in questa casa nel bosco. È stato bello, ma è stato decisamente molto diverso rispetto a registrare un disco a Glasgow.

Ho ascoltato il disco solo due o tre volte per ora, quindi è troppo presto per poter dire qualcosa, ma una cosa mi ha decisamente colpito, direi che è la cosa più sorprendente nella storia dei Mogwai. Ogni nuovo disco dei Mogwai ha aggiunto qualcosa, o si è spostato in una nuova direzione, ma non ricordo una sorpresa così grossa come quando è partita “Party in the Dark”. È un grosso cambiamento rispetto a qualsiasi cosa abbiate fatto finora, vero? È solo una canzone, ma è comunque una grande sorpresa da una band che non è così abituata a grandi cambiamenti, sei d’accordo?
Sì, è una specie di canzone pop, vero? Avevamo già fatto “Teenage Exorcist”, che è pop, circa… Quindi avevamo già provato a farlo, ma sì, è un po’ diversa.

È stata divertente da registrare? Siete usciti consciamente dalla vostra comfort zone?
Penso che la canzone stesse andando da sola in quella direzione, noi non abbiamo dovuto cambiare nulla. Quando Dave ha finito di mixarla e l’abbiamo sentita, è stata una grossa sorpresa, soprattutto per il resto della band, perché ho scritto le parole come ultima cosa, quindi non hanno sentito niente della voce fino alla fine. È stata un po’ una sorpresa, ma penso che sia venuta bene. C’era un’altra canzone un po’ simile, che non è venuta così bene e che diventerà una b-side. Non è male neanche lei, è una canzone divertente.

Non avete pensato di pubblicare Party in the Dark come primo singolo, al posto di Coolverine?
No, perché molte volte abbiamo pubblicato come prima canzone quella che era più diversa e poi quando le persone ascoltano il disco pensano “Non è così!”. Ha più senso pubblicare una canzone che è abbastanza tipica per l’album ma è una buona canzone. Party in the Dark in realtà sarà la seconda, uscirà proprio domani [29 giugno].

Allora staremo a vedere le reazioni.
Sono sicuro che qualcuno si lamenterà!

Ho trovato una tua frase in un’altra intervista, hai detto “Penso che polarizzare l’opinione sia una cosa positiva. Non c’è nulla di peggio di quando tutti dicono che qualcosa è ‘OK’”. Questo potrebbe essere qualcosa che polarizza l’opinione.
È qualcosa che ho detto un sacco di tempo fa. [ride]

Non sei più d’accordo?
No, no, sono ancora convinto che se tutti dicono che qualcosa è “OK”, quel qualcosa fa abbastanza schifo. Sono ancora d’accordo.

Preparando questa intervista ho riascoltato quasi tutta la vostra discografia, che ormai copre più di due decenni, e mi sembra che vi siate sempre mossi con passi piccoli e cauti, riuscendo a fare cose nuove e raggiungendo posti diversi, ma sempre a piccoli passi. Pensi che i Mogwai stiano ancora lavorando al disco perfetto, un passo alla volta, come fa un artigiano?
Sembra una cosa davvero banale da dire, ma penso che questo disco lo sia, o quasi. Questo è il disco di cui probabilmente sono più soddisfatto, ma magari è solo perché è nuovo, non so. Però sì, vogliamo sempre fare qualcosa di meglio.

E non deve essere necessariamente diverso. Perché alcune band sembrano pensare “Abbiamo raggiunto il nostro apice, dobbiamo cambiare completamente per trovare ancora delle cose interessanti da dire”. Mentre mi sembra che voi stiate ancora cercando quel suono, in un certo senso, con piccole aggiunte, rimozioni e cambiamenti.
Penso che per noi la musica sia stata sempre la cosa più importante. Forse nei primi anni volevamo cambiare e non fare sempre la stessa cosa, ma dopo un po’ abbiamo deciso Pensiamo solo a fare della buona musica, e abbiamo continuato e continueremo a sperimentare con i suoni e a cambiare un po’, ma non tutti possono essere David Bowie! Hai ragione, molte band provano a cambiare drasticamente e da un certo punto di vista perdono parte di quello che sono. È un difficile equilibrio.

Ho visto un concerto dei Radiohead qualche settimana fa e loro hanno avuto davvero quel grande cambiamento, puoi dire “Questa è una canzone prima di OK Computer”, “Questa è una canzone dopo OK Computer”. Ma penso che nella vostra discografia non ci sia un grande spartiacque. Credi che ci sia un punto di cesura
Penso che “Rock Action” sia stato probabilmente un cambiamento, abbiamo iniziato a usare più sintetizzatori e suoni elettronici, ma da quel momento è stata una commistione di suoni.

Quando avete pubblicato la compilation Central Belters, non vi è parso incredibile aver fatto musica per 20 anni? E vi piacevano ancora tutti i dischi che avete riascoltato e messo insieme?
Mi piacciono ancora, anche se alcuni sembravano così vecchi che sembrava fossero stati fatti da delle persone diverse. Ed è strano che le canzoni che abbiamo continuato a suonare dal vivo sembrassero ancora fresche, mentre ce n’erano altre che avevamo quasi dimenticato, anche solo ascoltarle è stato abbastanza strano.

Tornando al nuovo disco, sono rimasto colpito anche dal titolo e dalla copertina, “Every Country’s Sun”. Ho letto nelle note promozionali che potrebbe essere un riferimento ai muri e alle divisioni che percepiamo intorno a noi in questi anni, e invece “c’è un solo sole per tutti”. Eppure la copertina è così tetra e scura. Ci sto leggendo troppe cose?
Il titolo deriva da una storia stupida: una persona che conosciamo non sapeva che il sole fosse una stella e credeva che ogni paese avesse un sole diverso. Però poi, mentre stavamo pensando a un titolo per il disco, ci è sembrato che fosse davvero un titolo positivo. Come dici tu, abbiamo tutti lo stesso sole.

In un certo senso è qualcosa che vale anche per la vostra musica, sempre sull’orlo tra l’essere positiva e allegra, o perlomeno di conforto, e l’essere deprimente.
Sinceramente penso che questo disco sia abbastanza allegro. Non credo che sia un disco tetro.

Sono d’accordo. È più allegro di “Rave Tapes”?
Penso di sì.

Hai detto che l’avete registrato dopo la Brexit, dopo Trump, e hai anche detto che registrare il disco ha fatto da scudo contro quello che stava succedendo nel mondo. Abbiamo bisogno di musica più allegra nei tempi bui?
Non saprei, davvero, è difficile dire… Tutte queste sono osservazioni fatte a posteriori. È stato strano, avevamo fatto i concerti per “Atomic”, è stato pesante, è stato davvero pesante farli in America. [Atomic è un documentario che parla tra le altre cose delle bombe di Hiroshima e Nagasaki] Forse è stata un po’ una reazione a quello, avevamo fatto quei concerti per tutta l’estate prima di registrare, è stata un’esperienza che ha lasciato il segno, quindi forse è stata una reazione a quello.

Ho visto delle foto del vostro concerto a sorpresa al Primavera Festival a Barcellona, in cui indossavi una maglietta con Theresa May e la scritta “Public Enemy”. Non mi è sembrato un modo per farsi scudo dalla realtà.
No, quello è affrontarla di petto. [ride]

Esattamente! Era solo un’affermazione a carattere personale o pensi che le rock band debbano ancora dire qualcosa di politico?
Non sono l’unico membro dei Mogwai a cui non piace Theresa May, posso dire questo. [ride]

Pensi che il rock possa ancora cambiare il mondo?
Penso che i cittadini possano cambiare il mondo e io sono solo un cittadino che di mestiere suona la chitarra.

Indosseresti la stessa maglietta se fossi tra il pubblico, quindi…
Sì, certamente. La mia opinione non conta più di quella di nessun altro. Faccio solo il chitarrista di mestiere.

Ma stai su un palco. Negli Stati Uniti molti musicisti hanno cercato di dare una mano ai Democratici, ma poi alcune persone hanno detto “Forse sono controproducenti”. Io non credo.
Chissà. Voglio dire, a essere sincero forse in America lo è, perché penso che in molte zone dell’America la gente si senta tagliata fuori e proprio questo ha aiutato Donald Trump. Quindi vedere Hillary Clinton e Jay Z, per dire, forse non li fa sentire più coinvolti. Non saprei…

Ho solo un’altra domanda politica ed è questa: considerando la situazione attuale in Gran Bretagna, ti piacerebbe una soluzione in cui la Scozia entrasse nell’Unione europea, anche se questo significherebbe essere nell’Unione europea ma avere un vero confine rigido all’interno delle isole britanniche?
Mi andrebbe bene. Voglio dire, non penso che ci potrebbe essere un confine rigido in nessun caso, visto che non possono metterne uno in Irlanda. Se non possono metterne uno in Irlanda, quale sarebbe la differenza?

Eppure tutti dicono che ci sono troppi muri. Non si finirebbe, purtroppo, col costruire un ennesimo muro per potersi ricollegare con l’Europa? Sembra che non ci sia una via d’uscita.
È così. [ride] È così. Non posso dire di no.

Ritorno a qualche domanda più leggera e non politica. Chi c’è dietro l’account Twitter @MogwaiHotelReview?
Non io.

Qualcuno della band? È ufficiale?
È abbastanza ufficiale. Non sono io, non è Dominic e non è Martin. [ride] Fa molto ridere, soprattutto perché una delle ragioni per cui finiamo in hotel schifosi è perché non vogliamo pagare quelli migliori… Quindi è piuttosto divertente, alla fine ci lamentiamo di noi stessi!

C’è qualcosa in particolare che è successo a te o alla band e che non avreste mai previsto o che non vi sareste mai aspettati nel 2000 o nel 1997 o giù di lì?
Certo, moltissime!

Se dovessi sceglierne una?
Direi l’essere invitati a scrivere la colonna sonora di “Before the Flood”, ricevendo un’email da Trent Reznor. I Nine Inch Nails erano i nostri eroi quando eravamo adolescenti. Quindi così, da un momento all’altro, ti trovi a rispondere a una email e pensi Aspetta un attimo, cazzo, è incredibile! Quindi ecco, sceglierei quello, è stato davvero un grande onore e qualcosa che non ci saremmo mai aspettati.

Avrei ancora alcune domande appuntate sulla mia scaletta ma mancano pochi minuti alla fine della mezz’ora prevista e preferisco chiudere su questa nota. Ringrazio Stuart e gli do appuntamento per il 27 ottobre a Milano, per la prima delle tre date italiane del loro tour.

La band sarà in tour per 3 date:
27 Ottobre – Fabrique, Milano
28 Ottobre – Atlantico, Roma
29 Ottobre – Estragon, Bologna

(Grazie a Giulia Distaso di Spin-go! che ha reso possibile questa intervista e a Valentina Turra che ha collaborato alla traduzione)

 

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