THE NATIONAL
Sleep Well Beast

[ 4AD - 2017 ]
9
 
Genere: indie-rock
Tags:
 
8 settembre 2017
 

[Per questo disco mi sono lanciato in una duplice recensione: una prima canonica e una seconda che definirla recensione, in realtà, potrebbe essere avventato. È più che altro una roba personale, un insieme di (pochi) pensieri e riflessioni scaturiti da mesi di ascolto e rimuginazioni. Perché, quando si tratta di National, everything means everything.]

Matt Berninger non è uno che fugge dalle cose. I won’t be a runaway, cantava nel 2010, mentre tre anni prima minacciava Walk away now and you’re gonna start a war. In un mondo di break-up album, i National hanno sempre preferito muoversi in quella zona di luce (poca, per la verità) e ombra che è la relazione stessa, con tutte le sue gioie ma soprattutto i suoi dubbi e dolori. Sleep Well Beast continua il trend portando però il discorso ad un livello superiore, specialmente tenendo conto che i testi sono scritti a quattro mani con la moglie di Berninger, l’ex redattrice del New Yorker Carin Besser.

A Carin (o Yoko, come giocosamente soprannominata all’interno del gruppo) è dedicata esplicitamente la ballata perfetta “Carin at the Liquor Store”, degna erede di “Pink Rabbits” e che, appaiata alla soave “Dark Side of the Gym”, fornisce uno squarcio sui primi idilliaci passi della storia. Sono tuttavia due momenti tutto sommato distesi in un disco che fa dell’inquietudine il suo marchio di fabbrica. Persino “Born to Beg”, altra ballatona dal pianoforte di velluto, contiene versi destabilizzanti in cui Matt si mette totalmente a nudo, senza filtri: I’ll cry, crawl, I’ll do it all / Teakettle love, I’ll do anything. L’annullamento totale, il senso di inferiorità rispetto all’amata, l’orgoglio che va a puttane. “Born to Beg” è esemplificativa di come Sleep Well Beast sia al tempo stesso aerodinamico e abissale, pieno di giochi di consonanze e discrepanze fra significato e significante. Nel primo caso si ascolti “Turtleneck”, scritta sull’onda dell’esito delle elezioni presidenziali statunitensi: un Berninger incredulo rispolvera l’ugola abrasiva di “Abel” e “Mr. November”, mentre i Dessner si sfidano a colpi di distorsioni e assoli (novità già apprezzata nel singolo di lancio “The System Only Dreams in Total Darkness”). Nel secondo, si prenda “I’ll Still Destroy You”, una canzone sulla dipendenza da droghe in cui il frontman promette Put your heels against the wall / I swear you got a little bit taller since I saw you / I’ll still destroy you, mentre gli strumenti pennellano uno dei cieli più tersi mai ammirati dai tempi di “Geese of Beverly Road” e “Gospel”.

Sebbene i rimandi al sound consueto della band siano sempre presenti qui, a questo giro tutto si arricchisce di una patina rinnovata. Quando a giungo ho intervistato Bryce per il Mucchio, mi ha rivelato come considerasse il poker da “Alligator” a “Trouble Will Find Me” una quadrilogia a se stante, aggiungendo che non avrebbe potuto continuare a lavorare come avevano fatto fino ad allora. Se è vero che suoni elettronici siano rintracciabili addirittura in “Cardinal Song”, apertura di “Sad Songs for Dirty Lovers” del 2001, l’elemento sintetico non è mai stato sugli scudi come in “Sleep Well Beast”. Attenti a parlare di rivoluzione, però: i synth e le drum machine qui suonano piuttosto come un’integrazione, un vestito nuovo per il vecchio, affidabilissimo manichino. Sono eleganti e misurati, i Dessner, ad imbellire una “Walk It Back” con quegli intarsi al neon in coda, o a giocare di elettroacustica con il pezzo grower dell’album, “Find a Way”, o a intesserla con le trame chitarristiche di “Guilty Party”, o ad assecondare il flusso di coscienza di Berninger nella title track (sicuramente il numero più astratto nell’intera discografia del gruppo). I fan di Bryan Davendorf stiano tranquilli, insomma. Accanto alle drum machine, il barbuto batterista continua a pestare che è un piacere, conferendo insieme al fratello Scott ancora una volta una spinta ritmica imponente e agile al tempo stesso, come nella chiusura di “I’ll Still Destroy You” e nel quarto e ultimo singolo “Day I Die” (in cui i più attenti avranno notato un rimando al personaggio Val Jester, omonimo pezzo di “Alligator”).

Come si torna dopo il disco della maturità e della consacrazione che è stato Trouble Will Find Me? Come si torna dopo quattro capolavori di fila? Come si torna quando tutti attendono il passo falso? Così. Si torna così.

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Nelle ultime settimane due dei miei migliori amici hanno deciso di convolare a nozze e un altro è andato a convivere. Io, dall’altra parte, ho messo fine alla mia storia più lunga: è durata cinque mesi, ma nell’ultimo scorcio è sembrata un’eternità. È sempre stato così: mi innamoro, corteggio, conquisto e poi perdo interesse o qualcosa va storto. Il perché non riesco a rintracciarlo con esattezza. Penso si tratti di una combinazione tra pigrizia, decisioni avventate, riluttanza a condividere i miei spazi, overthinking compulsivo e il fatto che evidentemente non ho ancora trovato quella giusta. Fatto sta che metto in serio dubbio la possibilità di sposarmi un giorno.

Di storie tuttavia ne ho avute, e vivendole intensamente come vivo ogni singolo istante della mia esistenza (ugh), “Sleep Well Beast” ha toccato corde profondissime e (ri)aperto ferite laceranti. C’è quel primo verso del disco, You said we’re not so tight together, what did you mean?, che esemplifica l’incredulità di fronte a un partner che ha già deciso di chiuderla lì. C’è la totale confusione della title track e la frustrazione di “Find a Way” (Can’t you find a way? You are in this too e soprattutto I’ve been talking about you to myself cause there’s nobody there and I want what I want / And I want everything, I want everything). C’è il desolante sentimento di abbandono e inferiorità di “Born to Beg” (I’ll cry, crawl, I’ll do it all / Teakettle love, I’ll do anything). C’è l’arrendevolezza di quel It all catches up to me all the time (“Guilty Party”), prima che le chitarre disegnino un vortice di lacrime amare e bellissime. Posso però solo immaginare cosa possa fare quest album a una persona sposata. Magari la distrugge, magari la salva. Chissà.

Quel che è certo è “Sleep Well Beast” è l’ennesimo disco dei National che ti spacca il cuore in mille pezzi per restituirtelo più ricco e, perché no, saggio. Una sorta di seduta psicanalitica a sfondo sentimentale. Prendete quindi questo mio profluvio di confessioni come il mio personalissimo “Sleep Well Beast”. Anche perché, non sposandomi, non penso di poter mai scrivere qualcosa di simile: cinque mesi paiono troppo pochi. Sempre che non arrivi la mia Carin…

Tracklist
1. Nobody Else Will Be There
2. Day I Die
3. Walk It Back
4. The System Only Dreams in Total Darkness
5. Born to Beg
6. Turtleneck
7. Find a Way
8. I’ll Still Destroy You
9. Guilty Party
10. Carin at the Liquor Store
11. Dark Side of the Gym
12. Sleep Well Beast
 
 

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