THE BEAUTIFUL ONES: I DISCHI CHE CI SONO PIU’ PIACIUTI A SETTEMBRE 2017

 
di
2 ottobre 2017
 

Con un altro mese ormai alle spalle ci concediamo un piccolo ma prezioso recap: The Beautiful Ones raccoglie le uscite discografiche, pubblicate negli ultimi 30 giorni, che più abbiamo apprezzato.

THE NATIONAL
Sleep Well Beast

[4AD]
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Quel che è certo è “Sleep Well Beast” è l’ennesimo disco dei National che ti spacca il cuore in mille pezzi per restituirtelo più ricco e, perché no, saggio. Una sorta di seduta psicanalitica a sfondo sentimentale. Prendete quindi questo mio profluvio di confessioni come il mio personalissimo “Sleep Well Beast”. Anche perché, non sposandomi, non penso di poter mai scrivere qualcosa di simile: cinque mesi paiono troppo pochi. Sempre che non arrivi la mia Carin…
[Alessandro “Diciaddùe” Schirano]

LCD SOUNDSYSTEM
American Dream
[Columbia/DFA]
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I dibattiti sulla posizione che “American Dream” occupi nella gerarchia del canone LCD lasciano il tempo che trovano, anche se qui non vi è davvero nulla da invidiare ai predecessori, anzi. Murphy e i suoi sono tornati con qualcosa di più accorato, profondo e oscuro di tutto quanto offerto prima. Come se non bastasse, il prossimo probabile rilascio in 12” di “pulse (v.1)” (ora in download gratuito sul sito della band) lascia sperare che i giochi siano appena (ri)cominciati. Sembra tutto troppo bello, eppure…
[Alessandro “Diciaddùe” Schirano]

MOGWAI
Every Country’s Sun
[Rock Action]
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E’ una forza di gravità instabile ma resistente quella che lega i tanti pezzi del mondo Mogwai, dopo l’uscita dal gruppo dello storico chitarrista John Cummings due anni fa. Chissà forse stanchi del pianeta Terra dopo aver raccontato la tragedia della bomba in “Atomic” e il riscaldamento globale partecipando alla colonna sonora di “Before The Flood”, Stuart Braithwaite, Dominic Aitchison, Martin Bulloch e Barry Burns hanno deciso di traslocare altrove con note e pensieri. Mescolando sapientemente influenze diverse come e più che in passato: elettronica, sintetizzatori, le tanto vituperate atmosfere post rock che spesso sconfinano nella precisione del math rock, l’etereo minimalismo di “aka 47”, l’esplosività di “20 Size”, l’aggressività rock di “Battered At The Scramble”, “Old Poisons” e “Every Country’s Sun”, un briciolo di psichedelia merito anche della mano di Fridmann (che oltre ai Mogwai ha prodotto anche Flaming Lips e Mercury Rev)
[Valentina Natale]

GODSPEED YOU BLACK EMPEROR
Luciferian Towers
[Constellation]
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“Luciferian Towers” sembra un esorcismo fatto di note sbagliate che esplodono. C’è più paradiso in questo disco di quanto non ce ne fosse in “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” e in quest’ironia c’è molto dell’esperienza dei GY!BE. Non scateneranno più quel muro di suono tenace e brutale che tanti si aspettavano, si aspettano, si aspetteranno ma con la conclusiva morriconiana “Anthem For No State” dimostrano di saper emozionare ancora e molto (non solo per via di quei lunghi minuti di distortissima furia nella parte terza). Ci vorrà un po’ per abituarsi a questa nuova, più rilassata e misurata versione dei Godspeed You! Black Emperor ma la loro qualità non si discute.
[Valentina Natale]

MICAH P HINSON
Presents the Holy Strangers
[Full Time Hobby]
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Micah P. Hinson non inventa nulla, né ha mai preteso di farlo, fin dagli esordi però ha sempre avuto la capacità di leggere la realtà intorno a lui da un punto di vista diverso ed originale rispetto a quello di tantissimi altri suoi colleghi, e proprio per questo, pur rifacendosi ad una tradizione che ormai spesso pare sentire il peso degli anni, riesce a non risultare mai vecchio o stantio, e questo oggi giorno è davvero un pregio non da poco.
[Stefano D’Elia]

BONUS TRACK – DEBUT ALBUM DEL MESE:

OTHERKIN
OK

[Rubyworks]

Per farci entrare nel clima giusto ai nostri basta solo il primo brano, la sferragliante e travolgente “Treat Me So Bad”, roba in cui tutto fila al punto giusto. Andando avanti nell’ascolto, ben presto emerge lampante il lato “a presa rapida” che lavora incessante sulle melodie, incanalando l’esplosività dei ragazzi irlandesi nel versante giusto: a tratti pare proprio di avere fra le mani una versione un po’ meno tagliente e casinista dei Fidlar incrociata con il lato più ammiccante di gente come i The Vines.
[Riccardo Cavrioli]

 

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