L’UOMO/UN UOMO IN VIAGGIO VERSO L’IGNOTO: INTERVISTA A PAOLO BENVEGNù

 
19 ottobre 2017
 

Con l’occasione di un nuovo imminente tour legato al suo ultimo disco intitolato “H3+”, abbiamo tirato fuori dai nostri archivi una intervista a Paolo Benvegnù, svoltasi la scorsa primavera e rimasta a tutt’oggi inedita, in realtà stralcio di una chiacchierata pomeridiana molto più lunga, in una Roma che stava abbracciando una primavera assolata e avvolgente, intervista nella quale mi sono ritrovato a parlare col cantautore come fosse un vecchio amico perso da tempo e ritrovato, più vecchio e più saggio di me, eppure vitale e affamato a suo modo.

Tra umanità ipermoderna, suggestioni “acquatiche” e cosmiche, Jim Morrison e Pasolini, Proust e Galimberti, status moderni e vacuità del mondo della seduzione capitalista, abbiamo attraversato insieme, per un piccolo ma lunghissimo frammento temporale, il mondo sempre intenso, “sentimentale” e intellettuale del cantautore milanese. Il mondo di un uomo sempre più stupito e disarmato, e per questo ancora più poetico e più consapevole, sempre alla ricerca del senso del sé e delle cose.

La trilogia della lettera H è stata pensata a priori oppure è sbocciata strada facendo?
Pensavo di poter esaurire tutto nel primo disco, ma essendo stupidamente presuntuoso pensavo di avere altre cose da dire, e la presunzione poi è andata avanti altri due dischi. Nella realtà “Hermann” è una storia dell’uomo, il suo passato presente e futuro, un uomo fallibile che cerca un obiettivo fallimentare: è una piccolissima prospettiva, una piccolissima visione di un gruppo di persone. Però mi piace l’idea che siano affrontati tempi senza tempo, e nello spazio, e un po’ ingenuamente mi viene da pensare che nel raccordo dei tre dischi un’opera completa: le cose sono cresciute nel divenire. L’idea era appunto quella di definire tutto in “Hermann”, poi invece dopo era rimasto qualcosa da sottolineare. In “Earth Hotel” c’è l’uomo postmoderno, quello che stiamo vivendo adesso, anzi che vivevamo due anni e mezzo o tre anni fa. L’idea alla base di “H3+” era quella di spostare le solite tematiche, della vita, della morte, del riconoscimento di sé, in un ambiente che noi non conosciamo, perciò veramente neutro, nel quale percepiamo solamente il Nulla, quantomeno rispetto a quello che dicono gli astrofisici, rispetto a come dovrebbero essere le cose. Dunque sono in attesa che alcune di queste piccolissime intuizioni vengano più o meno svelate – ammesso e non concesso che siano intuizioni giuste – dagli astrofisici e dagli scienziati, che sono i ricercatori più avanzati, i veri avamposti dell’Umano.

Dunque la trilogia è nata dopo “Hermann”…
L’idea ambiziosa di partenza era quella di “Hermann”: parlare dell’uomo, ovviamente entro una visione parziale. Poi la trilogia ha preso campo perché pensavo di non aver affrontato la tematica del Vuoto. In Hermann c’è sempre la grande presenza dell’essere umano. In “Earth Hotel” c’è un tentativo di sottrarsi. Qui c’è proprio la sparizione. L’uomo diventa una particella dello spazio, perciò si sorpassa il famoso dilemma amletico del “essere o non essere”. In “H3+” si indaga la presenza in tutte le cose, e la dinamica attraverso la quale si diventa questo ione triatomico di idrogeno: nella realtà, dal punto di vista della percezione umana “è” non essere in quanto invisibile, però “sei”.

Se “Hermann” ero lo sguardo dell’uomo dall’interno verso l’esterno. Earth Hotel è l’osservazione di questi ambienti astratti, abitati da quest’uomo, un passaggio in luoghi della mente e dell’anima. “H3+” è probabilmente più etereo, un viaggio siderale, una partenza (se pensiamo a “Goodbye Planet Earth”) che contempla anche un ritorno a casa (mi viene in mente il momento di raccoglimento costituito da “No Drink No Food”).
Si ritorna sotto forma di pioggia, diventando finalmente puri come l’acqua sorgente, che è una cosa che sottovalutiamo spesso. Sono delle stupidissime intuizioni, se vuoi: penso alla magnificenza terribile dell’acqua. Quanto disseta l’acqua, quanto è fonte di vita ma anche portatrice di tregenda. L’acqua è parallelabile a ciò che di più prezioso abbiamo, e cioè questa vita. Un ritorno – piovendo – sulla Terra mi sembrava molto semplice da un lato, come suggestione, ma anche molto poetica. Per come sono io, la poetica più semplice è anche quella che mi colpisce di più.

Facendo caso ad alcuni passaggi dei testi contenuti in H3+, si denota una attitudine a volersi spingere oltre certi confini spazio-temporali, si pensi a “Motori a curvatura esistenziale”, “Materia oscura che parla per noi”, “Cerco il posto dove esiste tutto / Dove non esistere” etc.
Scrivere canzoni e comunque in generale vivere, dopo 50 anni e anche di più su questo pianeta, vuol dire andare oltre lo sconosciuto che è in me, ma è anche nell’Altro, inteso come altra persona ma anche come tutto ciò che ci circonda. Le piccole intuizioni che sono riuscito a scovare, che non sono geniali – ahimè – ma sono piuttosto semplici – come dicevo prima – hanno a che fare con questa cosa: la ricerca verso lo sconosciuto. In questo momento è molto più facile andare verso il conosciuto. Questo comporta una certa fideizzazione delle masse, e questo riguarda ormai anche la musica. Se ci pensi, ogni prodotto che viene venduto ha a che fare con questo tipo di seduzione, col fatto di riuscire prima a sedurre e poi a fideizzare le masse. L’idea di andare in un’altra direzione mi sembra più umana e come l’unica ragion d’essere, quando si crea qualcosa. Il conosciuto è già stato esplorato tante volte e anche in maniera sublime, se vogliamo, sin dalla notte dei tempi.

Parlando da un punto di vista più strettamente musicale, continua la tua passione per gli archi. Ricordo la data a Roma del tour di Dissolution (2009, nda), quando portasti con te un quartetto d’accompagnamento. Pensi che potresti riproporti di nuovo in veste semi-orchestrale?
Se riuscirò a trovare qualcuno così gentile da supportarmi e sopportarmi volentieri! Gli archi, come i fiati per certi versi, sono strumenti che hanno direttamente a che fare con una meccanica specifica, cioè…bisogna essere molto disciplinati per saperli suonare, e poi completamente dimenticare la disciplina nel momento in cui li suoni in maniera ulteriore, un po’ come la voce, d’altronde. Personalmente, nel tempo, sono riuscito ad esplorare, nel mio piccolo, soltanto la vocalità, ecco…mi piace esplorare elementi “aerei” e che vi sia la possibilità di sapere gestire una meccanica poi da poter dimenticare, in questo senso. Il grande problema nel riuscire a fare concerti è quello di ricreare suggestioni che questi strumenti creano in maniera naturale. Noi invece dobbiamo sforzarci di andare un po’ oltre con i pochi mezzi che abbiamo. Tanto dipende dal senso che uno trova nei brani e in ciò che uno fa. In questo momento io mi sento più un cantante e dunque mi focalizzo su quello, mentre i miei compagni sono così bravi e gentili da cercare di crearmi un mondo intorno.

Ogni tanto nelle tue canzoni spunta un refrain o una frase in inglese, come delle pennellate per arricchire il linguaggio dei brani (come ha fatto ogni tanto anche Battiato). Hai mai pensato di comporre e quindi cantare più brani totalmente in inglese all’interno di un disco?
Sì certo, ci ho pensato. Tra l’altro avevo tradotto “Hermann” tutto in inglese. Lo ritengo un disco con dei testi molto belli, però in quella versione erano anche più interessanti! Ad ogni modo, mi piace l’idea di cambiare linguaggio ogni tanto. La grande forza della lingua anglosassone consiste nel fatto che con sole tre parole puoi dare un marchio specifico ad una cosa e però contemporaneamente lasciare spazio ad una grande interpretazione, proprio perché gli anglofoni nell’esprimersi sono meno “punteggiati”. Scioccamente mi viene da pensare all’uso della lingua inglese che ha fatto Jim Morrison con i Doors, che seconda me è stato molto sottovalutato, si pensi a I’m the spy in the house of Love. I know the dream that you’re dreamin’ of; I know the word that you long to hear. I know your deepest secret fear (da “The Spy”, nda): è meraviglioso nel mettere a fuoco un’altra persona. è così come dire, netto, che è aperto a mille interpretazioni.
E perciò visto che io scrivo in italiano e spesse volte sono più descrittivo rispetto ad un approccio del genere, mi piace a volte l’idea secondo la quale la descrizione si fermi e diventi più marcata e pluri-interpretabile. Questa è una cosa che la nostra lingua possiede relativamente, mentre la lingua inglese ce l’ha in maniera molto più spiccata.

Quindi tu hai tradotto Hermann per tuo diletto?
L’ho fatto perché l’idea era quella di capire come determinati brani avrebbero reagito. Ho dovuto trovare degli altri sostantivi per dire le stesse cose.
…una meta-traduzione, diciamo…
Assolutamente sì. L’idea divertente all’epoca fu questa, cioè cercare di capire se, attraverso ad esempio anche altre metafore completamente diverse si arrivava al medesimo punto, dando lo stesso senso.

Ma a parte l’aspetto letterario dei testi (difficile da trovare così approfondito sia in inglese che in italiano nella scena musicale in generale), è sempre presente una certa intensità e densità emozionale…
Non so se sono riuscito in “H3+” (ti dico la sincerità verità, forse io stesso non ho ancora compreso completamente questo disco), ma posso dirti che sia in “Hermann” che in “Earth Hotel” mi è sembrato di fare un grande passo in avanti proprio dal punto di vista “letterario”, mettiamola così. In “H3+” ho ancora questa sensazione di essere arrivato a semplificare tanto, ma non so se io sia arrivato ad un punto “d’onore” oppure no. Non so se ho fatto bene oppure no. Alle volte la ricerca, nel cesellare determinate frasi, può essere meramente “stilistica”…ma nel mio caso non lo è. In genere io ho sempre cercato una comunicazione “a grumi”, come grumi di materia, per capirci. In questo ultimo disco sono arrivato a sintetizzare queste cose, ma è una comunicazione meno materica e più acquatica. Io stesso sono rimasto spiazzato. Perché io sono un guerrigliero della parola, della ricerca.

All’estero i media sicuramente spingono il pop mainstream ma ad esempio in TV trovano spazio alcune interessantissime realtà alternative. In Italia forse siamo un po’ più provinciali, in questo senso, essendoci pochissimi spazi per tali realtà. Come ti poni nei confronti di questa problematica?
Noi siamo un popolo soggiogato e colonizzato. Essendo tali, ci rifacciamo ad altri esempi, ad altre icone. In questo momento storico l’icona è l’idea del guadagnare popolarità seducendo a destra e a manca.
Ad esempio, nonostante Proust sia stato un grande scrittore, penso che magari ci siano state persone molto più sagge di lui al suo tempo, che magari non hanno scritto nulla e avrebbero insegnato meglio di come avrebbe potuto insegnare lui, per farti capire.
Qui in Italia, se tu non hai un seguito non esisti. Bisognerebbe spiegare alle persone cose che non si conoscono.
Negli Stati Uniti giocoforza ci sono più “deviati” (in senso buono), che seguono quelle realtà particolari che hanno delle altre cose da dire, tangenziali rispetto a questo flusso indicibile di seduzione e contro-seduzione, di transfer e di contro-transfer. Io ovviamente da sempre sono per gli outsider. Quando qualche outsider in Italia è diventato un personaggio pubblico, raramente è riuscito a mantenersi tale. Battiato ad esempio è e rimane un outsider, fondamentalmente. Ma è veramente l’eccezione che conferma la regola. Tutti farebbero ogni cosa per continuare, anche in tardissima età, ad avere consenso.

Un tempo però forse era diverso, potevi essere outsider e popular al contempo…
Sì, era diverso è vero, ma si veniva da un mondo in cui tutto era discusso in maniera addirittura forse troppo marcata. Penso alla differenza tra cinema d’intrattenimento e cinema d’arte. Prendiamo ad esempio certi discorsi intrapresi da Pasolini…insomma è bene che esista l’intrattenimento ma è bene che alcuni lavorino come lavoravano i pittori del Rinascimento. In Italia questa cosa c’è stata per pochissimi anni, alla fine degli anni Novanta. In realtà sottotraccia c’è sempre, tutt’ora. Come ci siamo noi ce ne sono altri e io ovviamente seguo questi altri, e non seguo i successi del momento, perché questi altri parlano del tempo e dello spazio. Se è vero che ancora in questo momento le opere più rappresentate sono di Shakespeare o dei Greci, vuol dire che probabilmente qualcosa di queste opere è rimasto.
Siamo diventati molto più bravi a sedurre le menti semplici in maniera diabolica, e non mi sembra una cosa molto nobile. Secondo me molti, non soltanto nel campo della musica ma anche nel campo della letteratura del cinema etc. etc., questi sono parallelabili a Wanna Marchi. Se tu dai una soluzione semplice a delle persone semplici, anzi soluzioni banali a delle persone che hanno delle persone banali, non si può dire che tu sia un genio: sei un turlupinatore.

…a volte penso che ci si trovi nel tempo sbagliato. Penso all’esempio degli Slowdive, gruppo inglese che all’inizio degli anni Novanta fu osteggiato dalle etichette discografiche e dalla critica, e che più di vent’anni dopo è stato osannato come precursore di un certo genere musicale e viene riconosciuto come realtà storica. Parlerei a questo punto di una rivincita (anche se il gruppo in questione oggi si mostra alquanto umile, poco interessato al proprio mito e molto di più alla musica in sé).
In realtà io son convinto di questo: nell’andare ad analizzare questa divaricazione tra musica “d’arte” (tirando in ballo di nuovo Pasolini e parafrasandolo) ed intrattenimento, la vera soddisfazione consiste nel tenere il timone a diritta, nell’andare diritto verso il tuo senso delle cose. Dopo vent’anni che faccio questo tipo di percorso, è ancora un privilegio enorme quello di poter andare ancora fuori a suonare e di avere alcune persone che possono essere interessate. La grande vittoria sta proprio nel continuare a percorrere la propria ricerca, perché siamo nati per tramandare delle cose. Io spero nel tempo di tramandare anche soltanto ad una persona uno slancio verso uno sguardo ulteriore alle cose: questa è la vera grande rivincita! Una rivincita “di massa” è impossibile, ed è anche giusto che sia così. Ti faccio un esempio stupido: negli anni Venti dello scorso secolo tutti portavano la paglietta. Oggi l’equivalente sociologico della paglietta è il fatto di guardare un telefono ogni qualvolta hai un secondo di tempo libero. Ma passerà anche questo. Gli uomini sono sempre uguali…si fanno suggestionare troppo dalle cose e diventano, come giustamente diceva Galimberti, dei figuranti antropomorfi, usando l’utensile come fosse parte di sé, ma non è così. Sono convinto del fatto che nel momento nel quale dovesse verificarsi un blackout di quindici giorni andremmo tutti nel panico e cominceremmo a scannarci l’uno con l’altro. Questo perché a tecnologia avanzata non corrisponde un progresso altrettanto importante dal punto di vista sociologico e culturale. L’Italia, in particolare, è un posto nel quale la Cultura da almeno quarant’anni non esiste più ed è tutto legato al guadagnare consensi. E va bene così.

 

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