THE BEAUTIFUL ONES: I DISCHI CHE CI SONO PIU’ PIACIUTI A OTTOBRE 2017

 
di
31 ottobre 2017
 

Con un altro mese ormai alle spalle ci concediamo un piccolo ma prezioso recap: The Beautiful Ones raccoglie le uscite discografiche, pubblicate negli ultimi 30 giorni, che più abbiamo apprezzato.

DESTROYER
Ken

[Dead Oceans]
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Eccolo qui il nuovo album dei Destroyer (ormai possiamo considerarla una band e non più solo l’idea di Bejar, che ne rimane comunque la mente suprema) e, come ogni volta, la barba più famosa del Canada riesce ad aggiungere nuovi elementi al suo sound, rendendoci ancora una volta molto curiosi di ascoltare quali novità ci avrà portato.
“Ken” è un lavoro di valore assoluto che ancora una volta alza la famosa asticella del livello qualitativo: Bejar ancora una volta ha saputo lasciare il segno.
[Alessandro Marani]

BECK
Colors
[Capitol]
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Colors” è un lavoro dalle sonorità attuali, un album pop di altissima qualità, composto da canzoni che si appiccicano in testa in maniera istantanea e che vi troverete a canticchiare più di una volta nei mesi a venire, questo almeno fino alla prossima trasformazione della più camaleontica rockstar di sempre.
[Stefano D’Elia]

WILLIAM PATRICK CORGAN
Ogilala
[Martha’s Music]
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“Ogilala” non si avvicina neanche lontanamente alle produzioni migliori dell’autore, ma rappresenta una ripartenza necessaria e confortante di una carriera iniziata più di trent’anni fa. L’ormai cinquantenne William Patrick Corgan è pienamente a suo agio in questa nuova dimensione, più matura e rilassata; a riprova di questo c’è la sua eccellente performance dietro al microfono, mai così sicura e piena di sentimento. Per risentirlo alla chitarra elettrica, probabilmente, dovremmo aspettare la prossima reunion degli Smashing Pumpkins, questa volta finalmente in formazione originale. La presenza della chitarra di James Iha nel brano intitolato “Processional” è sicuramente un buon indizio.
[Giuseppe Loris Ienco]

COURTNEY BARNETT & KURT VILE
Lotta Sea Lice
[Matador]

Il rapporto è paritario: due sentieri simili e lontani confluiscono nello stesso percorso senza sgomitare o sovrapporsi. I due protagonisti sono infatti bravissimi a non farsi mai prendere la mano dalla voglia diffusa di dimostrare chi è meglio di chi e il risultato è un disco sbottonato, democratico, tranquillamente misurato e non destinato a galleggiare sulle acque del superfluo.
“Lotta Sea Lice” insegna che l’umiltà, la naturalezza e le pacche sulle spalle possono addirittura vincere e buttare in un cassonetto dell’indifferenziato il “sono meglio io”.
[Silvia Niro]

MELANIE DE BIASIO
Lilies
[Pias]
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Inquietudini sottili, cupezze che farebbero la gioia del maestro Lynch (“Lilies” ha un sottofondo lontanissimo, sotto la voce e il piano, che rimanda all’atmosfera urbana decadente e malata di “Eraserhead” per non parlare di quel profumo di blues/noir decandente, da Roadhouse, nel finale di “And My Heart Goes On“), fili sottilissimi eppure indistruttibili che avvolgono l’ascoltatore, ipnotizzato dalla ritmica ossessiva di “Let Me Love You” o dalla sulfurea e tenebrosa “All My Worlds”.

Bastano davvero pochissime cose a Melanie De Biasio per creare empatia solidissima e profonda con chi la vuole ascoltare, in un disco all’apparenza “vuoto”, eppure in realtà così pieno di sentimenti. Emozionante.
[Riccardo Cavrioli]

ST VINCENT
Masseduction
[4AD]
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Annie Clark, seduttrice sedotta e abbandonata gioca con gli stereotipi del pop, prende in giro paure e fissazioni del mondo contemporaneo in dodici canzoni e mezzo (“Dancing With The Ghost” dura meno di un minuto e serve da introduzione a ciò che viene dopo) che sono la cronaca di un momento difficile della sua vita: quello del passaggio da artista di culto alla fama tout court. “Masseduction” convince perché è diverso da “St. Vincent” e regala tre brani di grande intensità sospesi tra Antony And The Johnsons e PJ Harvey (“Hang on Me”, “Slow Disco”, “Smoking Section”) che dureranno nel tempo.
[Valentina Natale]

JULIEN BAKER
Turn Out the Lights
[Matador]
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In “Turn Out the Lights” la Baker modula quasi ogni singola canzone attraverso una costruzione vocale che si ripete: la voce entra sommessa, lieve, poi incalza e spinge nella parte finale. Un vezzo che a lungo può diventare stucchevole o la sola possibilità che una ragazza di ventidue anni ha per vomitare i propri demoni? Indubbia è la grandezza con cui Julien convive e cerca il confronto con i suoi fantasmi, trasformando quel vuoto, forse incolmabile, in musica. Lo stesso vuoto che avvertì quella notte Charlyn Marshall, in una casa del South Carolina.
[Emanuele Frassi]

KING KRULE
The OOZ
[XL]

Produzione che a mio avviso non ha eguali. Se quattro anni fa l’album d’esordio di King krule fu per molti un mezzo miracolo e quasi una meteora, oggi in tanti devono ricredersi di fronte a the ozz. Non stiamo parlando di un exploit casuale o di una goccia nel mare, bensì di un’artista che dimostra molti più anni e molta più maturità, consapevole di portare qualcosa di autentico e unico
[Marco Latini]

BONUS TRACK – DEBUT ALBUM DEL MESE:

WY
Okay

[Hybris]
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Ammetto di aver scommesso da tempo su di loro, da quando a metà del 2016 ascoltai il loro primo singolo, beh, non mi sbagliavo. Non è certo giusto definirli gli eredi dei Daughter ma, zitti zitti, hanno fatto un disco che tranquillamente può competere con le uscite di quella band.
[Riccardo Cavrioli]

 

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