THE WORLD IS A BEAUTIFUL PLACE & I AM NO LONGER AFRAID TO DIE
Always Foreign

[ Epitaph - 2017 ]
7.5
 
 
22 novembre 2017
 

Un compito non facile, quello dei The World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die: ridare credibilità e spessore all’emo, un genere in passato reso grande da band come Brand NewDeath Cab for CutieThe Get Up Kids Jimmy Eat World ma che purtroppo, ancora oggi, continua a essere identificato dai più come quella moda passeggera che una decina d’anni fa portò tanti giovanissimi ad andare in giro conciati come il cantante dei My Chemical Romance Avril Lavigne. Frange, borchie, eyeliner e Tokio Hotel sono solo un brutto ricordo chiuso a chiave nel cassetto; nel 2017 si può parlare di revival emo senza temere il ritorno di stuoli di ragazzini piagnucolanti e autolesionisti. Il target di pubblico non è più lo stesso: gli adolescenti dei primi anni Duemila sono ormai trentenni con problemi da adulti, ed è chiaramente a loro che si rivolge la band di David Bello nel nuovo album “Always Foreign”.

Bello, di origini libanesi e portoricane, non può non sentirsi “sempre straniero” nell’America di Donald Trump, e canta il suo spaesamento in “Marine Tigers”, che riprende il titolo dal nome della nave con la quale suo padre arrivò nel paese quando era giovane. Un attacco frontale a tutto ciò che rappresenta il tycoon newyorchese agli occhi di una generazione ferita, il cui sogno di un mondo aperto, tollerante e senza confini va svanendo rapidamente (There’s nothing wrong with José/There’s nothing wrong with Moses/There’s nothing wrong with kindness/There’s nothing wrong with knowing). Quella dei The World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die – in piena sintonia con la sensibilità tipica dell’emo –  è una vera e propria ricerca di scampoli di umanità nel mondo cinico e attaccato al denaro della meravigliosa “Faker” (You will be faking it when the businesses fail and your money is revealed as meaningless) e nelle amicizie vulnerabili di “For Robin” (Mike called once a week/And then he called once a month/He called once every few years/Which turned into never at all). Niente però va come dovrebbe e le ferite non vogliono rimarginarsi: in questo senso è ancora apertissima quella lasciata l’anno scorso dall’abbandono della ex cantante Nicole Shanholtzer, descritta in maniera non troppo lusinghiera in “Hilltopper” (Can’t seem to erase you/I threw out all the records you’re on/Every week there’s another friend/Who doesn’t know how bad you got). A testi tanto pessimisti fa da contraltare la musica, che unisce la solarità del pop-punk (“The Future”, “Dillon and Her Son”) all’intimità del folk (“For Robin”, “Gram”) e alla malinconia agrodolce dell’emo (“Fuzz Minor”, “Infinite Steve”). Su tutte le undici canzoni in scaletta spicca in maniera particolare la già citata “Faker”, nella quale un inizio sommesso e arpeggiato in salsa U2 esplode, dopo un crescendo di un’intensità unica, in un finale energico ed epico. Un piccolo gioiello che si candida a diventare uno dei migliori brani del 2017.

I 42 minuti di “Always Foreign” sono un’altalena di stati d’animo e sensazioni in perfetto stile emo. La luce che emana dalle “crepe” cantate da David Bello ci presenta un mondo che è sì ancora un bel posto, ma del quale forse è lecito avere un po’ paura visti i tempi.

Tracklist
1. I'll Make Everything
2. The Future
3. Hilltopper
4. Faker
5. Gram
6. Dillon and Her Son
7. Blank #12
8. For Robin
9. Marine Tigers
10. Fuzz Minor
11. Infinite Steve
 
 

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