TOP TEN ALBUM 2017 DI GIUSEPPE LORIS IENCO

 
17 Dicembre 2017
 

#10) BEACH FOSSILS
Somersault
[Bayonet Records]
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Al terzo album i Beach Fossils fanno il “salto mortale” richiamato nel titolo e si reinventano interpreti di un raffinatissimo dream pop-rock dalle innumerevoli sfaccettature e aperto a ogni genere di contaminazione. Una delizia per le orecchie che affonda le radici nei classici del passato ma non si lascia travolgere da citazioni o nostalgie.

#9) SOULWAX
From Deewee
[Pias]

“From Deewee” nasce da un bisogno quasi impulsivo dei fratelli Dewaele di tornare a fare musica suonata dopo anni di dj set. Registrati in presa diretta e in un solo take, questi dodici brani formano un inscalfibile monolite electro-rock in cui le chitarre sono state spazzate via dalle imponenti percussioni che scandiscono i tempi dei ritrovati e rinnovati Soulwax.

#8) SLOWDIVE
Slowdive
[Dead Oceans]
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22 anni dopo “Pygmalion” gli Slowdive tornano alla ribalta con un album che ha convinto tutti. I pezzi sono più immediati e strutturati rispetto al passato, ma le atmosfere fascinose ed eteree del loro shoegaze restano ancora intatte. Tra tradizione ed evoluzione, un perfetto resoconto della carriera di una delle band più sottovalutate degli ultimi 30 anni.

#7) ARIEL PINK
Dedicated To Bobby Jameson
[Mexican Summer]
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“Dedicated To Bobby Jameson” è una sorta di piccola enciclopedia della musica degli ultimi 50 anni interpretata alla maniera di un artista eccentrico e “colorato” come Ariel Pink, che in questo lavoro dimostra di avere una fantasia più unica che rara. Una psichedelia spensierata e lo-fi che attraversa generi diversi e non smette mai di sorprendere.

#6) AMPLIFIER
Trippin’ with Dr Faustus
[Rockosmos]

Gli Amplifier sembrano aver stretto un patto col diavolo: in quasi 20 anni di carriera non hanno praticamente mai sbagliato un colpo. E il nuovo “Trippin’ with Dr Faustus” ce li presenta in forma smagliante, con molte più idee e carne al fuoco rispetto a tanti colleghi più blasonati. Tra progressive, hard rock e grunge, una delle migliori uscite targate UK del 2017.

#5) QUICKSAND
Interiors
[Epitaph]
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Nell’anno dei ritorni insperati non potevano mancare i Quicksand, le leggende del post-hardcore newyorchese che lo scorso novembre hanno pubblicato il bellissimo “Interiors”, primo album dal 1995. La furia del passato sarà pure un pallido ricordo, ma nessuno come loro nel 2017 è riuscito a dare una prova migliore dell’ottimo stato di salute dell’alternative rock a stelle e strisce.

#4) VALBORG
Endstrand
[Lupus Lounge]

Il metal minimale e quasi primitivo dei Valborg rappresenta quanto di più genuino e onesto sia disponibile al giorno d’oggi sulla scena estrema europea. Nei tredici brani di “Endstrand” il trio tedesco si rende protagonista di un vero e proprio assalto sonoro perpetrato tramite chitarra, basso e batteria. Un micidiale incrocio tra Einstürzende Neubauten Celtic Frost.

#3) CHELSEA WOLFE
Hiss Spun
[Sargent House]
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Con “Hiss Spun” Chelsea Wolfe cede definitivamente alle tenebre e realizza il suo album più maturo e heavy. La svolta metal non toglie spessore e intensità alla musica della cantautrice statunitense, ma anzi regala tinte eleganti e gotiche che rendono il tutto più prezioso. In pochi al giorno d’oggi cantano l’oscurità come lei, la migliore anima dark di questo 2017 ormai agli sgoccioli.

#2) MUTOID MAN
War Moans
[Sargent House]

I Mutoid Man di Stephen Brodsky (Cave In) e Ben Koller (Converge) fondono in una miscela esplosiva la furia del thrash metal, la spensieratezza del rock ‘n’ roll e un’irresistibile attitudine punk che li rende una delle band più simpatiche e divertenti degli ultimi anni. “War Moans” è la dimostrazione di come sia possibile realizzare un grandissimo album senza mai prendersi troppo sul serio.

#1) GODFLESH
Post Self
[Avalanche Recordings]

“Post Self” dei Godflesh è una sorta di ritratto in musica della nostra epoca. Un album cinico, spietato e paranoico, attraversato da un’inquietudine che respinge e attrae allo stesso tempo. L’industrial metal del duo di Birmingham si trasforma e diventa un genere ibrido che non concede alcuna tregua all’ascoltatore: tutto viene disintegrato e rimescolato dalle macchine, in una disumana e disumanizzante catena di montaggio. Un imponente e meraviglioso mostro di Frankenstein sonoro che merita tutti gli onori tributatigli dalla critica.

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