I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2017 [ #25 / #1 ]

 
di
27 dicembre 2017
 

Guarda le posizini dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2017

#25) PERFUME GENIUS
No Shape
[Matador]

Sospesi in una fiaba, i colori, le luci dipinte a pastello colano dolcemente, creando così un coniglio colorato come un arcobaleno, che si stropiccia il naso dopo un inverno faticoso. “No Shape” è un dolce risveglio.

(Simone Lucidi)

#24) SOULWAX
From Deewee
[Pias]

“From Deewee” nasce da un bisogno quasi impulsivo dei fratelli Dewaele di tornare a fare musica suonata dopo anni di dj set. Registrati in presa diretta e in un solo take, questi dodici brani formano un inscalfibile monolite electro-rock in cui le chitarre sono state spazzate via dalle imponenti percussioni che scandiscono i tempi dei ritrovati e rinnovati Soulwax.
(Giuseppe Loris Ienco)

#23) BAUSTELLE
L’amore e la violenza
[INSERISCI ETICHETTA]
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I Baustelle hanno messo al mondo la loro nuova creatura e già questo sarebbe un bel motivo per dire quanto sia stato proficuo il 2017 dal punto di vista musicale. Bianconi e co. sono l’assoluta certezza del nostro paese. Se ad inizio anno il lavoro profumava estremamente di Battiato e influssi profondi di elettronica anni ‘80, riascoltare “L’Amore e La Violenza” comincia ad assumere una nuova prospettiva, che si incastona perfettamente nella poetica struggente, ma questa volta più animata e positiva, dei Baustelle.
(Gianluigi Marsibilio)

#22) THE HORRORS
V
[Wolf Tone]
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“Press Enter To Exit”: questo titolo di brano è forse la migliore metafora per descrivere l’album. Sembra infatti paradossale usare chitarre cyberpunk su sonorità elettroniche, quasi dance. Ed altrettanto bizzarro accelerare e rallentare il ritmo da un brano all’altro.
Il quinto album della band del talentuoso Faris Badwan sembra davvero quello della consacrazione e difficilmente ce lo saremmo potuto aspettare dopo le riuscitissime uscite discografiche della band dell’Essex.
Un vortice sonoro, carico e abrasivo, che alla fine lascia senza fiato.
(Bruno De Rivo)

#21) EDDA
Graziosa Utopia
[Woodworm]
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Dopo tre album grandiosi Stefano Edda Rampoldi arriva a pubblicare il suo capolavoro, un album che riesce a coniugare perfettamente canzone d’autore e rock, contenente un gran numero di potenziali singoli e che rappresenta una delle vette più alte della musica italiana contemporanea.
(Stefano D’Elia)

#20) THE WAR ON DRUGS
A Deeper Understanding
[Atlantic]
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Una band che è riuscita in pochi anni a darsi un sound definito (e ben definibile se vogliamo): non ci sono particolari segreti o artifizi sonori nella proposta magari classica e passatista di Adam Granduciel e soci ma una manciata di solide canzoni ad aggiungersi a un catalogo sempre in crescita. Assoli di chitarra misurati (ma presenti, ed è ormai una rarità), inserti elettronici nei punti giusti e la rassicurazione all’ascolto dati da una voce calda e ispirata e a una produzione impeccabile.
(Gianni Gardon)

#19) ANDREA LASZLO DE SIMONE
Uomo Donna
[42 Records]
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Da dove sia uscito Andrea Laszlo De Simone nessuno lo sa. Sta di fatto che il suo disco rappresenta un raro unicum nel panorama dell’indie italiano. Psichedelico e puro, coraggioso e libero, Laszlo ha calato l’asso al primo round, portando a casa la vittoria. Travolgente novità.
(Giulia Zanichelli)

#18) KELLY LEE OWENS
Kelly Lee Owens
[Smalltown Supersound]

Un disco d’esordio solista ben dosato, con tutte le giuste componenti per creare un calderone di musica elettronica con ottimi testi e spunti di altre sonorità. C’è una forte spinta a mostrarsi senza patine inutili, anzi la gallese vuole farci vedere pienamente il suo gusto e va a valorizzare le sue scelte in un disco che non manca di nulla. Classe e gusto ci sono in abbondanza e non vengono ostentate mai. A riflettere come il disco sia molto un’autobiografia in musica c’è anche il titolo che, non casualmente, è proprio ripreso dal nome dell’artista.
(Gianluigi Marsibilio)

#17) GRIZZLY BEAR
Painted Ruins
[RCA]
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Per un album che ha rischiato di non venire mai alla luce, dopo che i membri della band avevano smesso di parlarsi, “Painted Ruins” suona incredibilmente compatto e mostra Ed Droste e soci musicalmente affiatati come non mai. A partire dai synth a briglia sciolta di “Mourning Sound” (la mia canzone dell’anno), il disco è pervaso da una sfrontata incoscienza, in contrasto con i testi, spesso criptici e cupi.
(Francesco “dhinus” Negri)

#16) GIORGIO POI
Fa Niente
[Bomba Dischi]
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Le piccole cose, le strane situazioni, le notti grigie e l’alba con colori psichedelici, ecco alcuni elementi evocati da uno degli artisti più sorprendenti dell’anno. “Fa Niente” si snoda non solo tra le sue tracce, ma ha una evidente connotazione live: Poi infatti va ascoltato e ammirato nella sua sobrietà. Probabilmente chi non ha mai visto muoversi Poi e la sua band sul palco apprezza a metà il lavoro. Come avevo scritto nella mia recensione Sempre al limite tra la realtà e la poesia, il disco di Poi potrebbe avere una nota di copertina come quella scritta da Claudio Lolli in “Ho Visto Gli Zingari Felici”: Questo disco è stato il mio personal-musical frisbee lanciato, finalmente con leggerezza anche formale, verso passanti sconosciuti e disponibili al gioco.

(Gianlugi Marsibilio)

#15) WY
Okay
[Hybris/Better Call Rob]
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Impossibile non farsi trascinare in questa atmosfera, perché la missione dei due ragazzi di Malmö pare proprio quella di entrarci dentro e, li, catturare il nostro pensiero, per stabilire subito il contatto e donarci queste vibrazioni così profonde, in bilico tra la tristezza e la liberazione per il solo fatto di cantarle e trovare qualcuno le ascolta e le capisce.
(Riccardo Cavrioli)

#14) LORDE
Melodrama
[Lava/Republic]
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Da scoperta sensazionale a paladina del pop del nuovo millennio, per Lorde il passo è parso così breve da risultare quasi ovvio. L’intensificazione emotiva del nuovo album ci fa addentrare con ancor più minuziosità nella sua storia, ci disegna passo dopo passo un ritratto dell’artista che è diventata. “Melodrama” è già diventato il biglietto da visita dei nostri tempi in musica.
(Giovanni Coppola)

#13) SAMPHA
Process
[Young Turks]
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L’atteso debutto di Sampha Sisay stava per diventare ormai una chimera. Un nodulo alle corde vocali non deve aver certo accelerato le cose, ma “Process” fuga tutti i dubbi circa l’opportunità del portare pazienza. Quella del recente vincitore del Mercury Prize è r’n’b/soul futuristica, degna di essere collocata affianco ai lavori dei vari Solange, FKA Twigs e James Blake.
(Alessandro Diciaddue Schirano)

#12) BONOBO
Migration
[Ninja Tune]

Simon Green ci descrive in maniera suggestiva i grandi spazi attraversati dalle correnti migratorie, lo fa creando ariose melodie sintetiche, che tra word music, downtempo, e raffinate alchimie sonore ci trasportano in un affascinate viaggio in territori inesplorati che si trovano dentro e fuori di noi.
(Stefano D’Elia)

#11) FOUR TET
New Energy
[Text Records]
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A Four Tet non interessa comunicare le cose con largo anticipo, non appena ha avuto pronto un album lo ha piazzato fuori, dal nulla. Così, in men che non si dica, tutti i discorsi sulla sua assenza dalle scene (per lo meno per quanto riguardi prodotti di cospicua qualità), sono finiti nel dimenticatoio. Un altra perla colma di tutto ciò che è elettronica moderna.
(Giovanni Coppola)

#10) ALGIERS
The Underside Of Power
[Matador]
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Secondo disco e gli Algiers non deludono. Gestazione difficile per “The Underside Of Power” ma tensioni e conflitti hanno reso più tagliente il sound cupo, distorto, pieno d’energia di una band abituata a dividersi tra due continenti e a mettere insieme mondi e influenze apparentemente inconciliabili: post punk, gospel e protesta creando musica non lineare né scontata. Orgogliosamente militanti.
(Valentina Natale)

#9) COURTNEY BARNETT AND KURT VILE
Lotta Sea Lice
[Matador]
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Quando la ragazza dalla voce crepuscolare Courtney Barnett ed il folk profondo e sporco di Kurt Vile si incontrano tra i loro bassi musicali, le andature si fanno velate, da farci sedere in una vecchia stazione di servizio in attesa di quel rimorchiatore che non arriverà mai. Un incontro artistico che crea un connubio retrò e poetico. Un duo che ricorda simbolicamente l’incontro di due leggende del passato che hanno fatto la storia, Carol King e James Taylor. Bravi Courtney e Kurt, aspettiamo già il bis!
(Simone Lucidi)

#8) WOLF ALICE
Visions Of A Life
[Dirty Hit]
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Beh che dire, chi mi conosce sa che i Wolf Alice sono uno dei miei più grandi amori degli ultimi tempi. Ho atteso “Visions of a Life” in maniera ossessiva dopo essere stato di netto conquistato dal rock alternativo e genuino del debutto “My Love is Cool”. L’ultimo lavoro è un leggero cambio di stile che ha fatto storcere il naso a molti, un passo coraggioso a mio avviso per una band che ha le carte in tavola per fare davvero qualcosa di mastodontico. ‘Sophomore’ riuscito alla grande, poco da dire. Vi amo ragazzi grazie!!!!!!!!
(Ben Moro)

#7) THE CLIENTELE
Music For The Age Of Miracles
[Tapete]
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Il disco vince nei dettagli, restando sobrio seppure ricco e curato in ogni minima parte, a tal punto da risultare crocevia perfetto e mai così studiato delle varie anime della band, quella barocca e misteriosa, quella che guarda con attenzione alle partiture d’archi ma anche agli strumenti a fiato; specchio riflettente di un lato (a tratti) positivo e uno più malinconico, pastorale ed autunnale.
(Riccardo Cavrioli)

#6) SLOWDIVE
Slowdive
[Dead Oceans]
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22 anni dopo “Pygmalion” gli Slowdive tornano alla ribalta con un album che ha convinto tutti. I pezzi sono più immediati e strutturati rispetto al passato, ma le atmosfere fascinose ed eteree del loro shoegaze restano ancora intatte. Tra tradizione ed evoluzione, un perfetto resoconto della carriera di una delle band più sottovalutate degli ultimi 30 anni.
(Giuseppe Loris Ienco)

#5) THE XX
I See You
[Young Turks]
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Da sempre emblema di classe e raffinatezza, gli XX con “I See You” hanno ampliato a dismisura il loro pubblico, pur non stravolgendo nulla della loro proposta musicale. Canzoni delicate, in cui spesso e volentieri le voci soliste si sposano a meraviglia ma dove a prevalere in realtà è quella sensuale di Romy Madley Croft. Basta chiudere gli occhi e sembrerà a tratti di tornare ai Portishead più “commestibili” o ai mai dimenticati Everything But the Girl ma, nomi altisonanti a parte, gli XX rischiano davvero di scrivere la storia di questi anni 10.
(Gianni Gardon)


#4) ST. VINCENT
Masseduction
[Loma Vista]
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Annie Clark, seduttrice sedotta e abbandonata gioca con gli stereotipi del pop, prende in giro paure e fissazioni del mondo contemporaneo, è sarcastica e viscerale nei testi, dimostra di sapersi reinventare come pochi sanno fare. Di musicisti (uomini e donne) capaci di passare con tale abilità da uno stile all’altro ce ne sono pochi.
(Valentina Natale)

#3) JULIEN BAKER
Turn Out The Lights
[Matador]
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Di lei c’eravamo innamorati già due anni fa quando esordì in punta di piedi, quasi sussurrando con l’ottimo “Sprained Ankle” ma questo secondo disco ha confermato fragorosamente quelle stupende intuizioni. Una dolcezza che traspare ad ogni episodio, emozioni riversate in una musica, che appare genuina, pura, sincera, autentica come non mai. Senza sgomitare Julien Baker è arrivata non solo fino al secondo gradino del mio podio ma soprattutto al cuore di tante persone, quasi disarmate davanti a tanta bellezza.
(Gianni Gardon)

Uno dei rari dischi in cui il dolore raccontato non coincide necessariamente con la fiction ma assume una forma estremamente resistenza, vera e potente. Il disco è un’enciclopedia di emozioni con suoni che non ti fanno mai perdere, mai allontanare dall’intimità e dal vigore di un racconto di vita. Il lavoro è coraggioso perché con dei tappeti acustici è facile scadere in banalità e malinconie semplici, invece tutto quello che viene evocato dalla cantautrice è forte, duraturo e profondo.
Dopo questo disco sono completamente innamorato di Julien Baker, poco da dire.
(Gianluigi Marsibilio)

Julien Baker ha una storia fatta di dipendenze, ferite e un perdurante senso di sconfitta e isolamento. Quella pagina, seppur appartenente a un capitolo confinato nel passato, per certi versi pesa ancora e “Turn Out The Lights” racconta di un processo di presa di coscienza, e lo fa quasi sottovoce. Julien é uno dei talenti, a parer di chi scrive, più luminosi della galassia indie di cui Matador Records é attenta osservatrice. E questo album ne é la prova tangibile.
(Marco Lorenzi)

#2) LCD SOUNDSYSTEM
American Dream
[Columbia/DFA]
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Vai a vedere che alla lista degli ultimi regali del Duca Bianco al mondo deve andare ad ascriversi pure la reunion di James e soci. L’idea di riformare la band mi mette a disagio, piagnucolò James. Bene, dovrebbe metterti a disagio, lo spronò David. “American Dream” si dimostra il ritorno perfetto, tra rimandi alla migliore New Wave e conferma delle doti di Murphy come direttore della sua orchestrina dance-rock, tanto epico nella gestazione e nei suoni quanto disperatamente confessionale testi alla mano.
(Alessandro “Diciaddue” Schirano)

Un ritorno in grande stile. James Murphy confeziona un album perfetto, che trasuda emozione ed energia senza mai disperderne un milligrammo o eccederne nell’uso.
(Giulia Zanichelli)

James Murphy e la sua combriccola avevano spiazzato tutti con i rumors sulla reunion e il conseguente album, che è rimasto atteso per tutta la durata dell’anno. “American Dream” è sicuramente valso le attese: un album che suona in tutto e per tutto la natura dei veri LCD Sounstystem, dando prova di una qualità ancora pura e viva.
(Giovanni Coppola)

#1) The National 
Sleep Well Beast
[4AD]
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Eccolo qui, il mio “disco dell’anno”. Non ho avuto dubbi, dal primissimo ascolto di “Sleep Well Beast”, il più intenso, profondo e nel contempo complicato LP di questo anno solare. É un po’ come perdersi in un bosco in cui non ci sono più segnali visibili per tornare al proprio sentiero, l’esperienza di ascoltare questo disco. Da qualche parte si arriva, ed é un porto sicuro, ma vi si giunge con un animo diverso, smontato e ricostruito daccapo. Come solo Matt Berninger e i suoi sontuosi The National sanno fare.
(Marco Lorenzi)

A quattro anni dal precedente “Trouble will find me” Matt Berniger e soci pubblicano un album che contiene tutti gli elementi che hanno contribuito a fare dei National la band guida di quel movimento indie sorto negli anni zero.
Rock per adulti malinconici e pieni di dubbi, che si guardano costantemente alle spalle nel tentativo di dissipare le proprie incertezze o anche solo per rivivere i momenti felici per timore che questi si perdano nella memoria, dodici canzoni che analizzano il vissuto politico e personale dell’uomo di oggi, in una costante tensione tra sentimenti e disillusioni.
(Stefano D’Elia)

Ogni stagione della vita ha qualcosa da raccontare, ma solo i grandi sanno continuare a farlo mentre passano gli anni; Matt Berninger sta dimostrando album dopo album di essere in quella categoria. Nei testi di “Sleep Well Beast”, scritti insieme alla moglie Carin, ci sono le paure, le difficoltà della loro relazione, ma anche gli equilibri trovati, le situazioni banali come le feste dalle quali non si riesce ad andare via. A fare da controcanto, come sempre, gli arpeggi e i giri di piano di Bryce e Aaron Dessner, le ritmiche di Bryan e Scott Devendorf. La novità è che il suono stavolta ha più dinamica, ci sono assoli (!), drum machines, e esplorazioni di quel lato più lisergico finora confinato alla dimensione live; la costante è che i National sono ancora una delle band migliori in circolazione.
(Francesco “dhinus” Negri)

Come si torna dopo il disco della maturità e della consacrazione che è stato “Trouble Will Find Me”? Come si torna dopo quattro capolavori di fila? Come si torna quando tutti attendono il passo falso? Così. Si torna così. Con dodici pezzi che vedono Berninger e soci rimodernare appena i loro smoking con timide lucine ai led, mentre il cuore che vi batte sotto è sempre dilaniato dai ricordi e dalle angosce dell’uomo adulto dei nostri tempi.
(Alessandro “Diciaddue” Schirano)

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