I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2017 [ #50 / #26 ]

 
di
27 Dicembre 2017
 

Guarda le posizioni dalla 25 alla 1 de I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2017

#50) DESPERATE JOURNALIST
Grow Up
[Fierce Panda]

La forma è sempre riconducibile a quella di eroi anni ’80, eppure la sostanza ci dice che se nel primo album le emozioni erano davvero a fior di pelle, in questa seconda, riuscita, fatica, dedicata allo smarrimento del crescere, ci sono ansie e sensibilità che lavorano nel cervello e nel cuore anche sottotraccia, senza lasciare lividi vistosi ma provocando costanti capogiri empatici tra band e ascoltatore.
(Riccardo Cavrioli)

#49) VAST ASTEROID
Vast Asteroid
[s/r]
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Un album che mi ha rapito all’istante tra atmosfere ‘droniche’ e desertiche da Area 51. Registrato nel deserto californiano del Mojave al Rancho de la Luna, questo lavoro mette d’accordo gli amanti dello shoegaze, cosmic rock, britpop fino ai più aggressivi Stoner e Desert Rock. Un album da trip mentale, magari sparato in mezzo al deserto a 113 °F, un debutto fantastico per una band molto interessante che non può mancare assolutamente nella mia collezione di dischi.
(Ben Moro)

 

#48) BEACH FOSSILS
Somersault
[Bayonet Records]
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Al terzo album i Beach Fossils fanno il “salto mortale” richiamato nel titolo e si reinventano interpreti di un raffinatissimo dream pop-rock dalle innumerevoli sfaccettature e aperto a ogni genere di contaminazione. Una delizia per le orecchie che affonda le radici nei classici del passato ma non si lascia travolgere da citazioni o nostalgie.
(Giuseppe Loris Ienco)

#47) QUICKSAND
Interiors
[Epitaph]
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Nell’anno dei ritorni insperati non potevano mancare i Quicksand, le leggende del post-hardcore newyorchese che lo scorso novembre hanno pubblicato il bellissimo “Interiors”, primo album dal 1995. La furia del passato sarà pure un pallido ricordo, ma nessuno come loro nel 2017 è riuscito a dare una prova migliore dell’ottimo stato di salute dell’alternative rock a stelle e strisce.
(Giuseppe Loris Ienco)

#46) STELLA MARIS
Stella Maris
[La Tempesta Dischi]
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Umberto Maria Giardini cambia nuovamente pelle, ci consegna in dirittura d’arrivo di questo 2017 un progetto completamente diverso dai precedenti e riesce facilmente a scalare posizioni nei nostri cuori. Artefice di un guitar pop che rimanda per certi versi ai mostri sacri degli anni ’80 (Smiths su tutti), il fu Moltheni innesca melodie sì malinconiche eppure coinvolgenti su testi che al solito sono pieni di suggestioni.
(Gianni Gardon)

#45) PETER BRODERICK
All together again
[Erased Tapes Records]

La natura è intrappolata nella citta, i palazzi diventano alberi, il cemento acqua, la città è isolata, c’è solo Peter con in i suoi suoni, la sua fantasia che ci svuota e svela il nostro Karma.
Un gioiellino di album che spiazza e rincuora nello stesso momento, un album da sfogliare, da risentire, come una dolce cantilena da brivido.
(Simone Lucidi)

#44) SPARKS
Hippopotamus
[BMG]
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Due fratelli, più di quaranta anni di carriera, ventitre album. E’ questa la matematica degli Sparks, musicisti seri con una vena di sana follia. Il falsetto di Russel e le tastiere del baffuto Ron, le tastiere del baffuto Ron e il falsetto di Russel uniche costanti di uno stile in mutazione continua che in “Hippopotamus” raggiunge il culmine di un’eccentrica creatività.
(Valentina Natale)

#43) DESTROYER
Ken
[Dead Oceans]
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Con la conclusiva “La Regle Du Jeu”, che di francese ha però solo il titolo, i Destroyer ci fanno camminare su territori dancey e sarà interessante vedere se riusciranno a trasformare le sale dei club in veri e propri dancefloor, quando la dovranno proporre dal vivo.
“Ken” è un lavoro di valore assoluto che ancora una volta alza la famosa asticella del livello qualitativo: Bejar ancora una volta ha saputo lasciare il segno.
(Alessandro Marani)

#42) ARIEL PINK
Dedicated To Bobby Jameson
[Mexican Summer]
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Probabilmente Ariel Pink è un artista troppo eccentrico per piacere a tutti, ma le sue doti di grande autore sono indiscutibili. E lo dimostra per l’ennesima volta con “Dedicated to Bobby Jameson”, nel quale non crea nulla di nuovo ma perfeziona ulteriormente la sua ricchissima formula pop. Senza dubbio uno dei dischi più interessanti della seconda metà di quest’anno.
(Giuseppe Loris Ienco)

#41) CHELSEA WOLFE
Hiss Spun
[Sargent House]
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“Hiss Spun” non delude le aspettative – già molto alte dopo la grande prova di due anni fa con “Abyss” – e ci consegna un’autrice al massimo dell’ispirazione. In pochi al giorno d’oggi cantano l’oscurità come Chelsea Wolfe, la migliore anima dark di questo 2017.
(Giuseppe Loris Ienco)

#40) THUNDERCAT
Drunk
[Brainfeeder]
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Prodotto dalla Brainfeeder di Flying Lotus, con le sue 23 tracce “Drunk” è un caleidoscopio di suoni e influenze decifrabili già al primo ascolto. Ci sia accorge subito di quanto il background del bassista californiano incida nell’evoluzione di “Drunk”; si può riconoscere tranquillamente cinquant’anni di musica nera concertata in poco più di mezz’oretta. Dal jazz al funk, dal r&b alla disco, Thundercat riesce a frullare insieme Zappa, Madlib, Stevie Wonder, Prince, i Funkadelic giusto per citarne alcuni.
(Mauro Tomelli)

#39) THE BIG MOON
Love In The 4th Dimension
[Fiction]

L’empatia immediata che questo disco scatena anche nel più integerrimo degli ascoltatori è spiegabile, in primis, con una forma che trova la giusta via per richiamare alla mente gente “made in UK” come Elastica, Sleeper, Blur ma anche “made in USA” tipo i Pixies: equilibrio perfetto, accentuato da un songwriting realmente ispirato che non sbaglia una linea melodica.
(Riccardo Cavrioli)

#38) WOLF PARADE
Cry Cry Cry
[Sub Pop]
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“Cry Cry Cry” è la naturale evoluzione dei Wolf Parade, che dopo sette anni ritroviamo diversi. Non più confinati nell’universo indie (ammesso che lo siano mai stati) ma liberi di spaziare tra generi e stili musicali senza più freni. Ancora in grado di tirar fuori melodie mai banali e di scrivere testi di rara onestà e dolce cinismo in un disco divertente e pieno di sorprese.
(Valentina Natale)

#37) LONDON GRAMMAR
Truth Is A Beautiful Thing
[Ministry Of Sound]

All’inizio lo si odia. Così lento, morbido, dai colori vividi. Poi però la voce suadente di Hannah Reid, con quel timbro vocale che ricorda Florence Welch, piano piano comincia a entrarti nella testa. Ad ogni giro di vinile (questo è il supporto che consiglio per l’album) si coglie una sfumatura diversa, la semplicità del sound scava un enorme solco dove i vocalizzi della Reid possono espandersi e catturare le tue emozioni.
Piano piano, con la lentezza disarmante che lo caratterizza, il disco prende corpo e vince la nostra iniziale impazienza.

Let winter break
Let it burn ‘til I see you again
I will be here with you
Just like I told you I would
I’d love to always love you
But I’m scared of loneliness
When I’m, when I’m alone with you

I testi parlano di cuori infranti, di lui che non capisce la sensibilità di lei. Luoghi comuni che accompagnano i solchi fino alla fine di quest’album invernale, crepuscolare, da ascoltare a lume di candela, sperando in qualche granellino di polvere sulla superficie del vinile, giusto per renderlo umano.
Lo si odia talmente tanto che si finisce per amarlo alla follia.
(Bruno De Rivo)

#36) BIG THIEF
Capacity
[Saddle Creek]
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A un anno dall’album di debutto, “Masterpiece”, il quartetto folk-rock di Brooklyn raggiunge il doloroso incanto con il secondo LP, “Capacity”.
Le undici tracce, registrate in uno studio di New York, raccontano di traumi, contraddizioni e momenti periferici di vita che assumono la forma di una confessione. Adrianne Lenker, autrice e voce dei Big Thief, si confida con una gentilezza rara, qualità già presente nel primo album (“Lorraine”, “Paul”, “Randy” – tra le canzoni più riuscite del lotto), ma ancora più intensa in questa seconda prova.
(Emanuele Frassi)

#35) GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
Luciferian Towers
[Constellation]
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Grazie a Dio c’è il Canada. Dove troveremmo altrimenti nel 2017 dei musicisti che registrino un disco come questo, accompagnandolo con un comunicato stampa in cui chiedono, tra le altre cose, di garantire l’assistenza sanitaria e la casa come diritti umani inalienabili? Se cercate degli ideali, insomma, li troverete qui, fiori che spuntano dalle rovine di cemento armato, melodie che emergono da oceani in tempesta, raggi di sole che squarciano il cielo nero. Il loro miglior album da “Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven”.
(Francesco “dhinus” Negri)

#34) KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD
Polygondwanaland
[Flightless Records]

Questo nuovo album della band australiana è difficile da descrivere, forse perché dietro ci sono dei fuori di testa che quest’anno hanno sfornato 4 album o forse perché tutte le loro opere sono intrecciate tra di loro, dando una visione necessariamente ampia e surrealista. “Polygondwanaland” è gratis e chiunque, ripeto CHIUNQUE, lo può stampare a suo piacimento. Dopo averli visti live ed ascoltato tutto quello che avevano da offrire posso solo sperare il meglio per il loro futuro e la loro carriera.
(Gioele Maiorca)

#33) THE DREAM SYNDICATE
How Did I Find Myself Here?
[Anti Records]
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No, giuro, non è una questione di cuore, no, non è polemica verso la musica contemporanea o altro. E’ più semplicemente che, ascoltando queste nuove otto canzoni dei Dream Syndicate, la voce di Steve Wynn, non ancora provata dall’incedere degli anni, quel sound che è essenza dell’underground americano che ha portato poi coevi come i R.E.M. a emergere finanche a giganteggiare, mi sono lasciato trasportare e coinvolgere fino a sciogliere le riserve. E’ il loro disco del ritorno, lontanissimo dalle mode come sempre d’altronde, ma tanto, che significa per una band che ne seppe tracciare una tutta loro come il Paisley Underground?
(Gianni Gardon)

#32) JAMES HOLDEN & THE ANIMAL SPIRITS
The Animal Spirits
[Border Community]

Stanco della musica da club nel senso più stretto del termine, James Holden è partito in viaggio verso nuovi continenti e ha cominciato a studiare nuovi progetti sonori. Il risultato, realizzato insieme all’ensemble The Animal Spirits, è un’ondata di vibrazioni positive che si spostano nei più disparati territori, costantemente accompagnati da una grande freschezza di suono e di idee.
(Giovanni Coppola)

#31) KENDRICK LAMAR
DAMN.
[Aftermath/Interscope]

Una sorta di pre-Divina Commedia. King Kendrick si esamina attraverso la situazione socio-politica americana sfornando l’ennesimo capolavoro. A questo giro scompaiono gli omaggi alla musica “suonata” che costellavano “To Pimp a Butterfly”, mentre la trap si amalgama ad un hip-hop di marca più old school. È una bomba, inutile precisarlo, non solo a livello sonoro ma anche e soprattutto sul piano tematico e lirico, avvincente come solo Kendrick ci ha abituati ultimamente — ulteriore prova l’uscita della versione in reverse dell’album che dona un feeling diverso all’intera storia.
(Alessandro Diciaddue Schirano)

#30) GODFLESH
Post Self
[Avalanche Recordings]

“Post Self” dei Godflesh è una sorta di ritratto in musica della nostra epoca. Un album cinico, spietato e paranoico, attraversato da un’inquietudine che respinge e attrae allo stesso tempo. L’industrial metal del duo di Birmingham si trasforma e diventa un genere ibrido che non concede alcuna tregua all’ascoltatore: tutto viene disintegrato e rimescolato dalle macchine, in una disumana e disumanizzante catena di montaggio. Un imponente e meraviglioso mostro di Frankenstein sonoro che merita tutti gli onori tributatigli dalla critica.
(Giuseppe Loris Ienco)

#29) PROTOMARTYR
Relatives In Descent
[Domino]

“Relatives In Descent” non è un album facile, di quelli che entrano nella mente al primo ascolto, ma ha invece bisogno di essere studiato ed esplorato per capire come, anche nel buio e nel caos, sia possibile trovare qualche momento di quiete.
(Alessandro Maran)

#28) MOUNT EERIE
A Crown Looked At Me
[PW Elverun & Sun]

Registrato nella stessa stanza in cui la moglie ha trascorso gli ultimi giorni della malattia, “A crown looked at me” prosegue lo stile lo-fi di Mount Eerie, sottraendo ancora di più – a livello di melodia, di strumenti, e di voce – percuotendo e commuovendo l’ascoltatore con un silenzio che esprime dolore. Un canto soffocato sull’assenza (“Emptiness, Pt. 2”).

Si può vivere, ancora?
Nell’ultima traccia, “Crow”, l’interlocutore diventa suo figlio. A lui si rivolge. È lui che rappresenta la vita che resta.
Sweet kid, I heard you murmur in your sleep
“Crow,” you said, “Crow”
And I asked, “Are you dreaming about a crow?”
And there she was.

(Emanuele Frassi)

#27) ALDOUS HARDING
Party
[4AD]

Dovevano essere i Big Thief. E invece no. Dopo molti ascolti ho capito che Aldous Harding (per cui un po’ tutti ancora dobbiamo ringraziare Francesco Amoroso che tra i primi la scoprì anni fa) con Party ha dato alla luce un album che non è semplicemente il migliore del 2017. Party sembra stagliarsi al di là del tempo, e la cantautrice neozelandese sembra aver raggiunto una perfezione nei dettagli delle sue ballad folk dai toni sempre cupi, che le stagliano in uno tempo indefinito, a cavallo tra il passato e il futuro.
(Triste Sunset)

#26) BECK
Colors
[Capitol]
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Questo personaggio ha alle spalle ormai 25 anni di uscite discografiche, dove con la recentissima Colors ha raggiunto la 13 pubblicazione. Si tratta di Beck Hansen in arte semplicemente Beck. Fin dai primi giri (di vinile) si riconosce il marchio di fabbrica del folletto californiano che ancora lascia spazio a sperimentazione e nuove sonorità. Abbandonato il periodo meditativo folk-pop delle ultime pubblicazioni, Beck riprende a creare con il suo spirito dadaista, con quei suoni ready-made che vanno dritti al cuore.
Sorprendente, ancora.
(Bruno De Rivo)

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