I 10 DISCHI DA ISOLA DESERTA DI CARLO VILLA

 
2 gennaio 2018
 

Quali sono i 10 dischi che porteresti con te su un’isola deserta?
Rivolgiamo la domanda, da sempre grande classico di tutti i ‘musicofili’, ai personaggi, artisti ma anche preziosi addetti ai lavori, che più apprezziamo in ambito musicale (e non solo).

Per molti Carlo Villa è “quello di Supporti Fonografici” (storico negozio di dischi milanese). Per altri è “quello che scriveva su Rockerilla e poi Mucchio Selvaggio“. Per altri ancora “quello che mette su i dischi nella serata di Karmadrome“. Che apparteniate all’una o all’altra categoria poco importa, quello che conta è che la competenze e la lungimiranza musicale di Carlo Villa sono davvero ineccepibili. Pensavate avrebbe scelto 10 dischi Britpop per la sua isola? Vi sbagliate…

Led Zeppelin – Led Zeppelin

Il primo album acquistato non si scorda mai. Erano gli inizi degli anni ’70 e quella carica di chitarre rock mi aveva decisamente contagiato. Ricordo che molti amici impazzivano per il progressive e la psichedelia (tanto per dire nomi come Emerson Lake & Palmer o i Pink Floyd). Per me i Zeppelin, come anche i Deep Purple, furono una luce in fondo al tunnel. Imprescindibili.

Frank Zappa – Hot Rats

Uno dei miei più grossi amori musicali fu proprio Frank Zappa. La sua bulimia musicale (in carriera ha realizzato una settantina d’album) oltre a quell’essere genio e sregolatezza. Per me un vero genio della musica rock, con i suo testi dissacranti e gli assoli di chitarra infiniti. E’ stato un vero punk prima del punk, ha suonato ogni genere musicale dalla classica al soul al jazz-rock etc.. Scegliere il suo miglior album è difficile ma ci provo.

Patti Smith – Wave

Per noi ragazzi italiani degli anni ’70, Patti Smith ha rappresentato un vero modello di emancipazione. Chi conosce la storia del circuito live di quel periodo sa che tra il 74 e il 79 nessun gruppo straniero venne più a suonare per problemi legati alla sicurezza (a causa del prezzo politico del biglietto imposto da alcune frange del movimento giovanile). La Smith sdoganò tutto questo con due concerti, Bologna e Milano, per un totale di 120.000 persone (lei abituata a suonare qualche migliaio ad andar bene). “Wave” è un disco che ho consumato che, tra l’altro, per me ha fatto da traghetto tra l’era punk e la new wave.

The Clash – The Clash

Quando uscirono i primi gruppi punk non ne fui molto attratto. Tutt’oggi rimango dell’idea che l’era punk abbia rappresentato un momento di cambiamento più attitudinale che musicale. La verità è che senza i Sex Pistols non ci sarebbero stati i Buzzcocks (o i Joy Division), il cui primo singolo autoprodotto ha aperto la scena della musica indipendente (poi diventata indie). Per me i Clash sono stati forse l’unica band in grado di rappresenta quell’epoca in maniera completa.

The Smiths – The Smiths

Agli inizi degli anni ottanta ero a casa di un amico a Londra, e sulla BBC gli Smiths facevano la loro prima apprarizione televisiva a TOTP. Sono rimasto a bocca aperta tanto che, qualche mese dopo, ho colto al volo l’occasione per vederli dal vivo. Il loro primo disco rappresenta una pietra miliare per la musica pop britannica in generale (e per quella indie in particolare). Un po’ come fu per i Beatles prima di loro, che in questa classifica non cito, ma avrei voluto farlo.

The Cure – The Top

Uno dei gruppi che più ho amato negli anni ’80 sono i Cure. Molti li ricordano come band gotica soprattutto per la loro famosa trilogia. A mio avviso sono stati molto più di questo. “The Top”, ad esempio, forse non è stato il loro miglior album ma rappresenta una svolta psichedelica che li ha decisamente caratterizzati. Un disco che ho divorato e che per me rappresenta un periodo magico avendo avuto la possibilità di intervistare il loro cantante Robert Smith nelle prime date italiane del gruppo. A seguito di quegli eventi ho realizzato il primo libro europeo sulla band (edito da Gamma libri).

Bauhaus – Mask

Ho avuto un momento gotico musicalmente molto intenso negli anni ’80. I gruppi da citare sarebbero molti (esempio i Joy Division che per le loro vicissitudini fanno storia a sé). Alcune band riascoltate oggi non reggono la distanza. Un caso a parte, però, sono i Bauhaus.

Pulp – Different Class

Sono stato tra i primi ad abbracciare la svolta Britpop anni ’90. Allora, soprattutto in Italia, il fenomeno era osteggiato. Sicuramente è stato un fenomeno molto britannico, la cui rilevanza ha avuto aspetti anche sociali. Un certo tipo di musica indie considerata di nicchia, improvvisamente ha cominciato a scalare la vetta delle classifiche. Molti all’epoca si concentrarono su band come Oasis e Blur (a causa del famoso scontro), ma a mio avviso chi rappresenta meglio il periodo sono i Pulp.

Blur – Leisure

Sicuramente una delle band che più ho amato. Un gruppo del quale è difficile dire, a differenza dei rivali Oasis, che qualche disco sia da buttare. In loro la tradizione britannica ha raggiunto l’apice, tanto per varietà che per qualità. Con una visione che, successivamente, ha portato il loro cantante Damon Albarn a battere territori sonori diversi. La mia scelta va al loro primo album, che li vede in una fase di transizione tra vecchia via al Madchester sound e nuove aperture al Britpop.

Super Furry Animals – Radiator

Band gallese anni ’90 per certi versi misconosciuta. Con loro ho subito avuto grande feeling sarà forse per quella attitudine musicale vagamente zappiana (ne conveniva anche il loro cantante quando lo intervistai). Inquadrati nel cosiddetto movimento Britpop, per certi versi ne sono stati l’antitesi.

 

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