VIVA BROTHER
II

[ Pretty Records - 2017 ]
5
 
Genere: brit-pop
Tags:
 
10 gennaio 2018
 

Ci hanno provato, ma non è andata. Il morale della favola è questo. In un periodo in cui gli anni ’90 e il brit pop sono tornati prepotentemente di moda ecco che i Viva Brother (ormai dispersi in missione da tempo), come fossero sciacalli ben appostati, si rifanno vivi, per cercare di capire se possono raccogliere qualche briciola di notorietà. Niente da fare. La loro reunion, al momento, pare non aver lasciato traccia e la cosa non stupisce, visto che il nuovo disco, tutto sommato, si muove sulla falsariga del già innocuo “Famous First Words” (esordio del 2011).

Andiamo con calma. I Viva Broher nascevano nel 2010 a Slough e fin dai loro esordi la stampa s’interessa a loro, inserendoli in un filone post-britpop (loro si definivano ‘grit-pop‘, sigh!) in cui i nostri dimostravano di starci anche piuttosto bene, con dei singoli azzeccati. Poi in realtà il gioco dura poco, perché l’album d’esordio, seppur prodotto da Stephen Street (che non poteva fare miracoli, poveraccio) si dimostra inconsistente e la personalità della band latita drammaticamente, così come certe melodie. Copiare (senza cuore e in modo piuttosto scolastico) i pesi massimi degli anni ’90 non basta. Nel 2012 la festa finisce. Non stiamo qui a ricordare le strade prese in seguito, ma ecco che quest’anno la band annuncia il proprio ritorno e tutto puzza terribilmente di artefatto, nella speranza di accodarsi in extremis a un revival britpop che, almeno in UK, pare ora essere piuttosto florido.

“II” ha il solito problema che affliggeva l’album d’esordio. Un paio di pezzi decenti, poi il resto sono nulla più che riempitivi che vanno a pescare un po’ ovunque, con la speranza che melodie di seconda mano (e nemmeno troppo incisive, sopratutto nel finale dell’album) possano risvegliare un po’ d’interesse almeno nel giochetto classico di “ehi, questi mi ricordano…“. Troppo poco. La speranza della band è che qualcuno notasse, se non altro, un briciolo di maturità (la personalità proprio non sta di casa qui, lo ribadiamo) nel lavoro, ma certi testi inducono a pensare a una regressione più che a una maturità. Questa volta il tentativo di clonaggio arriva perfino a toccare i Dandy Warhols (“Rose”) e i Sulk (“Silver Silk” che ha un riff nel ritornello che mi rimanda a “The Hindu Times” degli Oasis), oltre ai riferimenti che già abbondavano nell’esordio. Il fatto è che qui magari i nostri avrebbero in mente Noel, ma poi arrivano giusto a sovrapporsi alle b-side dei Thurman (che Dio li abbia in gloria).

Qualcosa di dignitoso a tratti appare. Il pimpante incedere acustico di “A Little Soul e il classico guitar-pop di “I Don’t Wanna Be Loved” che piazza, se non altro, una bella melodia e va proprio sul sicuro, ma non si sente la passione in queste canzoni e la voglia di riascoltare il tutto proprio non arriva.

Non ci aspettavamo niente e niente è stato.

 

Tracklist
1. Rose
2. A Little Soul
3. Womankind
4. Bastardo
5. I Don't Wanna Be Loved
6. The Black Pig
7. Silver Silk
8. Bad Blood
9. Alive and Unwell
10. A Day in the Life of You
11. Brainchild
 
 

King Tuff – The Other

Grandi cambiamenti per Kyle Thomas, l’eclettico e avventuroso musicista che si nasconde dietro il nome King Tuff. Una decina d’anni dopo ...

Rainband – The Shape Of ...

Tradizionalismo come se piovesse nel nuovo album della formazione di Manchester guidata da Martin Finnigan. In Italia i Rainband hanno ...

Lauren Ruth Ward – Well, Hell

Già l’avevamo capito dal suo primo singolo quanto fosse tosta. Eccola Lauren Ruth Ward  con la sua voce intensa e libertina che ...

Motta – Vivere O Morire

Mi ritrovo a passeggiare per le strade di Amburgo e decido di iniziare ad ascoltare Vivere o morire, il secondo disco di Francesco Motta. ...

Mèsa – Touché

Si chiama “Touchè” il primo album dell’artista romana emergente Mèsa, uscito lo scorso 2 marzo. L’album contiene undici canzoni ...