I 10 DISCHI DA ISOLA DESERTA DI MANFREDI LAMARTINA

 
18 gennaio 2018
 

Quali sono i 10 dischi che porteresti con te su un’isola deserta?
Rivolgiamo la domanda, da sempre grande classico di tutti i ‘musicofili’, ai personaggi, artisti ma anche preziosi addetti ai lavori, che più apprezziamo in ambito musicale (e non solo).

Ci sarebbe molto da scrivere per presentare il buon Manfredi Lamartina, ma noi prendiamo “pari pari” l’ottima descrizione che fa di sé stesso sul suo delizioso blog ‘Shoegaze Blog‘ (un nome che già la dice lunga). “Mi chiamo Manfredi Lamartina. Scrivo di musica su Repubblica Milano e Rockit, suono shoegaze con Novanta, ho pubblicato due cassette per Seashell Records, sono un fuoriclasse a Piante contro Zombi“. A noi questo basta e avanza per inserirlo di diritto nell’elenco degli addetti ai lavori a cui chiedere qualcosa in merito a dei dischi e un’ isola…

Iosonouncane – Die

Un’isola, un punto con niente intorno, uno scenario ridotto ai minimi termini con zero appigli temporali e uno spazio diffuso da riempire: se mi trovassi in una situazione del genere, sicuramente non potrei rinunciare a “Die” di Iosonouncane. Un album che racconta una storia strana, incentrata su due persone destinate forse a non incontrarsi mai: una perennemente in attesa sulla costa, una ormai alla deriva tra le onde del mare. Nel ricondurre la vita umana a una questione di sopravvivenza fisica e di definizione filosofica, Iosonouncane mischia psichedelia, cantautorato, elettronica, tradizione e avanguardia. Un disco perfetto, tra i migliori che abbia mai ascoltato.

Eels – Electro-shock blues

Suicidi, cibo d’ospedale, morti, funerali. Tanta, tantissima tristezza. “Electro shock blues” è un disco nero e a modo suo spietato: ma sotto a tutte queste parole, dietro a ogni nota dolente, alla fine di ogni confessione estrema e drammatica, c’è un richiamo di speranza e pacificazione che ogni volta mi spacca il cuore. “Forse è il momento di vivere”, si sente in chiusura del disco: e così sia.

Smashing Pumpkins – Mellon Collie and the infinite sadness

Il mondo è un vampiro che ti succhia il sangue ma non la rabbia. Tu lo osservi e sei certo di non vedere una fine in tutto questo. Poi guardi bene e non c’è nessuno in giro: ci sei soltanto tu, con i demoni dei tuoi quattordici anni e il nero sfocato di un’adolecenza piena di problemi grandi, esagerati e assoluti. “Un leggero senso di dolce sofferenza, senza la pretesa di soffrire realmente“, per dirla con l’artista Tiziano Soro. Questo disco è lacrime e zucchero, fuoco e coriandoli, incubi e sogni d’oro. Questo disco è parte di me.

Slowdive – Souvlaki

Una vecchia recensione di “Souvlaki” pubblicata nel 1993 sul Melody Maker finiva così: “Slowdive? More like slow death”. Erano gli anni in cui suonare shoegaze non era poi una buona idea: il rumorismo romantico e naif di queste canzoni era schiacciato dai macigni grunge provenienti dall’America e dal nascente e più rassicurante brit pop. Ci sono voluti due decenni per innalzare “Souvlaki” al livello di disco irrinunciabile. Qui c’è tutto quello che voglio sentire: un suono unico, scintillante eppure oscuro. Gli Slowdive meritavano una seconda opportunità. E anche noi, che eravamo troppo giovani per prendere le loro difese nel 1993, meritavamo una seconda opportunità: per emozionarci insieme con loro.

Nathan Fake – Drowning in a sea of love

È qualcosa di molto diverso da tutto quello che Nathan Fake farà in seguito, ma è anche il disco che in maniera più forte ne mostra l’attitudine melodica. Un brano come “Long sunny” – la sua progressione quasi post rock e la sua struttura elettronica tutt’altro che rigida e ripetitiva – è come un bel sogno che scorre lento pochi istanti prima del risveglio: quando apri gli occhi, il mondo non ti sembra poi un posto così brutto dove vivere.

Broken Social Scene – You forgot it in people

La prima volta che sentii parlare dei Broken Social Scene ero al Mei. Era il 2003 o 2004, una vita e molti capelli fa. Un amico, Alessandro Grassi, mi consigliò di ascoltare questa band canadese, che era a Faenza per ritirare un premio. Dal vivo i Broken Social Scene arrivano anche a dieci o più elementi: farei carte false per essere lì in mezzo a loro e godermi la loro festa indie rock in primissima fila. E magari ne approfitterei per corteggiare finalmente Feist.

Giardini di Mirò – Rise and fall of academic drifting

Il disco post rock più bello di sempre contiene uno dei brani più belli di sempre. In “Pet life saver”, la voce sottile e drammatica di Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu – ma quando tornano? – mi accompagna in una di quelle canzoni tristi che oggi sembrano non esistere più – chissà poi perché – e di cui però c’è sempre un gran bisogno. Forse oggi più che mai. C’è bisogno di dire il motivo?

Red House Painters – Red House Painters I

La musica più recente di Mark Kozelek è quanto di più vicino a un rap ci si possa aspettare da un cantante folk. Tante parole e una poetica incentrata più sulla quotidianità che sui massimi sistemi. Il Kozelek degli anni Novanta era invece un cantautore più a suo agio con l’introversione e la malinconia. “Katy song” è un brano lunghissimo e bellissimo che rende universale una vicenda personale: come sanno fare i veri artisti.

Pedro The Lion – It’s hard to find a friend

La timidezza oggi è vissuta e soprattutto raccontata come se fosse un difetto, una colpa, una macchia. Questo disco è quasi una rivendicazione della timidezza e della gentilezza, portata avanti da gente che ha poca familiarità con l’eccesso e l’insolenza della contemporaneità. Ascoltare Pedro The Lion oggi vuol dire allontanarsi di qualche miliardo di chilometri dalla mancanza di stile che imbruttisce la gente oggi.

M83 – Hurry up, we’re dreaming

Scegliere dieci dischi “fondamentali” è una roba difficile, perché ne escludi mille che sono pezzi di cuore e anima e ricordi e gioie e sofferenze e quindi cavolo no, come faccio a non inserirli? Ma se isola deserta deve essere, isola deserta sia, anche se a malincuore: chiudo questo elenco di dieci album con M83, fotografato nel suo momento migliore, prima che abbandonasse lo shoegaze e si dedicasse ad altre storie meno epiche e più normalizzate. Vi siete mai emozionati fino alle lacrime ascoltando un bambino che racconta di rane magiche e amicizie infinite? Io sì.

 

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