OGGI DUE ANNI FA CI LASCIAVA GLENN FREY. IL RICORDO CON I MIGLIORI BRANI SOLISTI DELL’EX FONDATORE DEGLI EAGLES.

 
di
18 gennaio 2018
 

Negli anni ’80 c’era la consapevolezza di dare spessore alle figure poi messe in scena, così pittoresche, ma imponenti  e sopratutto in ambito musicale – dopo anni di sonorità alte ed impegnate – c’era il bisogno di figure rassicuranti, ma al contempo così pazze da togliersi i camicioni o le maglie da football e mettersi una camicia a fiori in una macchina ruggente e fumante; figure che parlassero di amori persi, miti irraggiungibili ed eroi senza macchia. Glenn Frey dagli Eagles, band sublime tra le più famose di tutti i tempi, al marasma urbano degli anni patinati, dal gruppo degli eterni tormenti alla completa dannazione, tra musica, hit infinite di successo, serie tv, film e tanto, tanto – forse troppo – alcool. Due anni fa ci lasciava un altro ragazzo maledetto, ma di successo.

 

Don’t give up

1982, dal disco “No Fun Aloud”

La sfida è iniziata la preda dista un passo, tu appostato controlli il tutto. Ecco un’accellerazione e la preda è servita, schitarrata e via, don’t give up!

I fari sono accesi, torno in città il tempo è agli sgoccioli, troppo ho perso, troppo è già passato. Los Angeles mi chiama, l’aria qui è diventata malsana; Crokett aveva ragione, ma io non capivo che era Miami ad avere torto.

He took advantage

1992, dal disco Strange Weather

L’atmosfera blues mascherata da quella seduzione anni ’80 che piaceva tanto a Glenn, con la sua classe e compostezza. Nonostante la vita al limite, sfornava brani che, forse fatti da altri sarebbero potuti sembrare banali. Sentite che ritmo, così mosso, da serate da mille e una notte – sperando che il vento soffi per il verso giusto e la maledetta prigione aspetti ancora una lunghissima notte.

Sea Cruise

1982, dal disco “No fun Aloud”

Tutti in pista con il rock ‘n’ roll! Anche negli Eagles, grazie a Glenn, c’era una malinconia anni ’50, che lui accentua e replica nella sua carriera solista, rincorrendo sempre la prossima conquista, da donnaiolo incallito che era.

True Love

1982, dal disco “No fun Aloud”

Glen Frey ha avuto sempre un gran fiuto nelle ballad. Questo brano innamora, non fa innamorare. Anche oggi apri il tuo cuore, anche se non vuoi; tira fuori quell’acuto soul, alza le spalle, non perderti in giri di parole o finte perdite di tempo. Amico mio non vedi che Daisy è ancora lì?

The one you love

1982, dal disco “No fun Aloud”

Scrivo in veranda, sorseggiando l’ultimo goccio di gin. Faccio la schiuma dalla bocca, ne voglio ancora.  La bramosia non è mai sola, poi scatta la fame, la passione per la droga, tanto me lo ha detto sempre Crokett: Miami è sempre piena di roba. Le lacrime sono finite, il gin ormai cade dalla mia bocca, come se fossi io a produrlo. Dall’ultima violenta disintossicazione mi rattristo da solo, neanche mi specchio più, per la forte vergogna. Questo era un esempio straziante di queste ballate tristi e infinite, che hanno accompagnato inizi e fini, create sì dagli eccessi di geni folli, ma sopratutto dai loro oblii.

Flip City

1989, dal disco “Soundtrack Ghostbusters II”

Fantasmi, spettri, o come li chiamate, tremate gli acchiappa-fantasmi sono arrivati! La città velocemente scorre nella notte, le sirene sono accese, l’ectomobile vola nelle pazze strade, nulla li fermerà. Slimer li anticipa lasciando la solita putrida scia. La colonna sonora cela il mistero, facendo crescere la voglia di scoprire quell’impossibile mistero.

I’ve got mine

1992, dal disco “Strange Weather”

Il suono ci avvolge come una fitta nebbia, brancoliamo nel buio, dentro un decennio che fu di plastica e luci colorate. Non vedo più tesoro, sono così immobile ora, la bocca bloccata, le parole sono terminate, il coraggio scappa via, io però rimarrò. Tenente Castillo, tralasciando il massacro, ho il mio dolore, purtroppo non serve mantenerlo dentro lo so. Lo giuro Castillo, io uccido, ma alla fine avrò il mio cuore.

Smuggler’s Blues

1985, dal disco “Soundtrack Miami vice”

Traffici si sviluppano a Miami di ogni tipo: droghe, prostituzione, traffico di schiavi; la giustizia sembra non esistere più, un vero far west è questa città. Le bellissime donne, piene di curve, non nascondono più il fetore dei bassi fondi. Gli sbirri hanno un nuovo codice, far fuoco subito, alla prima figura che si sporge non girano più come Callaghan, ma la corvette bianca si invola ad ogni curva, smorzando le speranze dei navigati futuri galeotti. Ora i fenicotteri rosa sono pronti a spiccare l’ultimo volo.

Heat is on

1984, dal disco “Soundtrack Beverly Hills Cop”

Erano tutti vagabondi, nella sporca Detroit, loschi figuri si aggiravano tra i rottami delle auto, i bambini sorridevano prima di ogni furto o rapina; fanno ancora la break dance. Serve un piedipiatti diverso, della strada, fuori dai canoni, con la faccia da schiaffi e un sorriso da cartone animato. Si mischia alla delinquenza prendendo tutti in giro, era il folcroristico Axel Foley.

You belong to the city

1985, dal disco “Miami Vice Soundtrack”

Nessuno sa dove stai andando, a nessuno interessa dove sei stato. Perchè appartieni alla città, appartieni alla notte, vivi in un fiume di tenebre, tra luci al neon. Sei nato nella città, concreta sotto i tuoi piedi, è nel tuo sangue, nei tuoi gesti, sei un uomo della strada.

Sonny Crockett ed il compagno all’inizio non voluto Ricardo Tubbs, si trovano navigando sempre negli abissi infiniti nella notte; la squadra narcotici erano e sono loro ancora nell’immaginario collettivo. Potevano tutto loro due, i guardiani della notte, delle movimentate notti anni ’80 di Miami. La loro furia punitiva da eroi senza macchia, innamorati della vita al secondo, un coccodrillo sulla barca, denaro, donne e tanto sangue, negli abbandonati viadotti portuali.

Quel ponte divideva la civiltà dall’oblio, dal caos, ma il ponte era immaginario; il ponte del confine erano loro, giustizia o morte. Soli nella notte, senza più quel vento, siamo sempre eleganti, ma armati fino ai denti, alla moda combattiamo i malviventi. Dobbiamo anche questa notte sorvegliare la città. Sonny torna a casa, si sveste, mette il completo bianco nell’armadio, la maglietta di raso sul divano; ecco il nuovo incubo, sempre con la pistola in mano.

 

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