ITALIA ’90: LA TOP 10 DEI BRANI INDIE-ROCK ITALIANI PUBBLICATI NEI NINETIES (PARTE 2: “OUTSIDERS”)

 
22 gennaio 2018
 

E dopo il tuffo nel passato con le migliori dieci canzoni indie rock italiane degli anni ’90, tenendo conto solo di coloro che “ce l’avevano fatta”, ora è il turno di andare a ripescare altre 10 canzoni indie italiane altrettanto significative del periodo, di gruppi e artisti cui però il “successo”, volgarmente parlando, non ha arriso come ai loro contemporanei pubblicati nell’articolo precedente. Poco male, per noi si tratta in fondo di meri dati statistici, di vendita (ebbene sì, negli anni ’90 c’era un florido mercato discografico anche in ambito rock italiano), di popolarità, fattori che interessano relativamente quando ci si trova a omaggiare talenti puri che in quegli anni c’hanno regalato dischi bellissimi.
Buona lettura quindi con le 10 migliori canzoni indie rock italiane degli anni ‘90 che avrebbero potuto (e dovuto) ottenere ancora più risalto.

bonus track: Divine – 1937

1996, dal disco “Sortie”

I Divine, gruppo composto da quattro giovanissimi pescaresi, hanno pubblicato il suo primo e unico disco dapprima grazie all’interessamento del Consorzio Produttori Indipendenti, uscendo per la collana aliena (come veniva da loro definita) “Taccuini” e poi sotto egida Polygram. “Sortie”, così onirico, etereo, delicato è un album unico nel suo genere, dove a meravigliare non sono solo la dolcissima voce di Valeria Nativio o i suoni che generalmente rimandavano al bristoliano trip hop allora tanto in voga, ma proprio ogni singolo episodio brilla di luce propria. La perla più luminosa però è questa “1937” dedicata alla vicenda di Guernica. Pochi li hanno conosciuti, ma chi li ha incrociati di certo non può averli scordati.

Bonus Track #2: Disciplinatha – Lingua Lusinga

1996, dal disco “Primigenia”

La loro è davvero una storia sui generis, anche nell’ambito del rock alternativo italiano. Un gruppo che nel corso della loro (pur breve) carriera, ha saputo mutare letteralmente faccia, sempre però all’insegna di una proposta musicale certamente ostica ma soprattutto degna di attenzione, così straniante, iconoclasta, urticante. Non hanno mai conosciuto le mezze misure i Disciplinatha di Cristiano Santini, Dario Parisini e Daniele Albertazzi, tanto meno agli esordi sul finire degli ’80, quando con base operativa a Bologna, città storicamente “rossa” per eccellenza, pubblicarono per la label Attack Punk Records l’EP “Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!” dove riesumavano tutta un’iconografia legata al Ventennio. Una provocazione forte e carica di significati, come più volte da loro spiegato, ma che si ritorse contro da un punto di vista prettamente commerciale. In fondo attinsero da un immaginario, come fecero anni prima i loro corregionali CCCP-Fedeli Alla Linea. La band che nel ’96 pubblicò “Primigenia” sotto l’egida del Consorzio Suonatori Indipendenti, era già molto diversa, sia nell’organico che soprattutto nel sound, ora meno feroce e algido e più “allineato” a un rock duro di matrice alternativa. Troppo lontani sia per radici che per appartenenza per finire nel calderone del nuovo rock italiano emerso nei ’90, nonostante un disco pieno di intuizioni non seppero fare breccia su un pubblico diverso da quello che già fedele li seguiva dagli inizi. Non aiutò il fatto che mancassero pezzi “facili”, a presa rapida ma il loro nome non lasciò mai indifferenti. Questa è una delle loro rare apparizioni televisive del tempo reperibili su Youtube, una “Lingua Lusinga” particolarmente abrasiva e intensa nell’interpretazione della cantante Valeria Cevolani.

10) Estra – Vieni

1999, dal disco “Nordest Cowboys”

Gruppo trevigiano dedito a un rock se vogliamo classico ma ricco di tante intuizioni e con il quid rappresentato dalla profonda voce e dal talento del leader Giulio Casale, poi raffinatissimo e versatile cantautore. “Nordest Cowboys”, da cui è tratto il singolo “Vieni” rappresenta lo zenit del percorso artistico degli Estra, proprio qui attesi a un gran salto che tardava ad arrivare, nonostante i riscontri positivi unanimi della critica specializzata.

9) Zerozen – BAMBINA ARTIFICIALE

1998, dal disco “Zerozen”

Autori di un unico album, gli Zerozen emergono grazie alla freschezza di questo singolo, il secondo dopo l’ariosa “La Canzone nel Sole”. A colpire, oltre alla genuina avvenenza della vocalist Francesca Gastaldi, è un video alquanto bizzarro e ironico. Si tratta di un pop appena colorato di elettronica quello del duo con base a Milano (in organico anche il chitarrista Andrea Zuccotti), che ebbe molta diffusione negli ambienti indie grazie alle melodie semplici, orecchiabili ma assai piacevoli.

8) Wolfango – Ozio

1997, dal disco “Wolfango”

Surreale trio formato dai cantanti Marco Menardi (anche bassista) e Sofia Maglione (compagni anche nella vita) e dal poliedrico percussionista Bruno Dorella, poi attivo in innumerevoli progetti, i Wolfango colpirono l’immaginario di Ferretti e soci, che un po’ si riconoscevano nella loro stralunata proposta, davvero punk nell’attitudine, prima ancora che nella forma. Mancano le chitarre ma il basso distorto di Menardi compensa alla grande. Le voci stonano, gracchiano, ma sono funzionali in brani spesso e volentieri nonsense. Il singolo “Ozio” in questo è proprio emblematico.

7) Virginiana Miller – Tutti Al Mare

1997, dal disco ““Gelaterie sconsacrate”

Dal disco d’esordio “Gelaterie sconsacrate” è questa frizzante, dolce amara, “Tutti al mare” dei livornesi Virginiana Miller di Simone Lenzi. E’ evidente un’ottima capacità narrativa del leader, in grado di disegnare come in questo caso piccoli affreschi di vita quotidiana. Diverrà valente scrittore nel nuovo millennio, e il gruppo sempre più considerato non solo a livello di critica. Di album in album il loro pop rock di gran classe si è fatto via via sempre più raffinato.

6) MAO – Satelliti

1997, dal disco “Casa”

Il gruppo è sostanzialmente quello de “La Rivoluzione”, che nel ’96 aveva pubblicato l’interessante “Sale” (suggestivo mix di indie-pop accattivante e pulsioni elettroniche), ma per la seconda prova su disco il torinese Mauro Gurlino (in arte Mao) si mette maggiormente in primo piano, nonostante la forte intesa e la bravura dei sodali Matteo Salvadori, Mago Medina e Paolo Gep Cucco. L’album “Casa” è maggiormente improntato al pop, con canzoni solari, immediate ma non banali. Tentano con poca fortuna la carta Sanremo, allora vero e proprio traino per molti esponenti dell’indie e Mao si ricicla (con buon piglio) conduttore televisivo per Mtv al fianco di Andrea Pezzi. Ma per esplodere, in fondo, sarebbe potuto bastare la bellezza di “Satelliti”, sorta di ballata di tutti i giorni, con gran gusto dei piccoli particolari, come da sempre nella loro poetica.

5) Ritmo Tribale – Sogna

1994, dal disco “Mantra”

La faccia brutta, sporca e cattiva del rock alternativo italiano degli anni ’90 era quella dei Ritmo Tribale. Che sia forse per questo che, in un’era già dominata da certi clichè estetici, la band milanese capitanata dall’istrionico Edda (Stefano Rampoldi) non ha ottenuto molto clamore dai media, copertine o quant’altro? Ok, è una provocazione, come quando mi vien da dire che sono stati troppo in anticipo sui tempi, proponendo del rock duro, molto al confine con certo metal, in italiano, ben prima dei concittadini Afterhours, che ai Tribali guardavano con rispetto e quasi invidia, da quanto erano bravi. Il boom sarebbe potuto avvenire all’uscita di “Mantra”, quando il singolo “Sogna” aveva tutti gli ingredienti per colpire l’immaginario di molti appassionati. Edda come noto, dopo anni travagliati, è rinato non solo artisticamente e il suo talento è unanimemente riconosciuto.

4) Soon – Il Fiume

1996, dal disco “Scintille”

A mio avviso il miglior gruppo It-pop del periodo. Dico così perché in un periodo in cui in Europa stava prendendo sempre più piede il fenomeno del Britpop grazie soprattutto ai pesi massimi Oasis e Blur, gruppi come i Soon di Odette Di Maio, Davide Rosenholz, Francesco Calì, Davide De Polo ed Enrico Quinto, ne erano emanazione diretta in ambito italiano. Melodie cristalline, chitarre a tratti shoegazer (soprattutto ai tempi dell’esordio “Scintille”), suoni pop e rock miscelati egregiamente e appeal niente male. Il singolo “Il Fiume” contiene un po’ tutto questo, ed è una di quelle ballate poco convenzionali care all’autrice. Non bastò per arrivare al successo di massa, qualche rimpianto c’è visto le tante occasioni mancate. Ma non dimenticherò mai quelle canzoni (notevole anche il secondo e ultimo album “Spirale”), che dal vivo sapevano prendere molto più vigore.

3) 24 Grana – Vesto sempre uguale

1999, dal disco “Metaversus”

I napoletani 24 Grana si distinsero già con il primo album “Loop” dove sulla falsariga dei concittadini Almamegretta, veri big del genere, proponevano un suono assai contaminato, con suggestioni reggae e dub, e strizzatine d’occhio al trip hop. Antico e moderno insieme, come nella splendida “Lu Cardillo”, magistralmente interpretata da Francesco Di Bella. Ma con il secondo disco “Metaversus” il gruppo mischiò ulteriormente le carte, convincendo proprio tutti e salendo notevolmente nei consensi. “Vesto sempre uguale” è il manifesto del disco, col suo piglio rock e la sua delicata sfrontatezza.

2) Massimo Volume – Il Primo Dio

1995, dal disco “Lungo i bordi”

Vero e proprio gruppo di culto del periodo, dopo una lunga pausa, i Massimo Volume stanno vivendo una seconda giovinezza dopo aver riesumato la sigla nel 2010 con il capolavoro “Cattive abitudini”. Negli anni ’90 erano delle vere e proprie mosche bianche, così distanti da ogni altra band che stava emergendo. Difficile dire cosa c’era di così speciale, cos’era che li rendeva così unici e diversi. Tante cose: il cantato (recitato) di Emidio Clementi – che poi fece scuola, pur rimanendo inarrivabile per carisma), la chitarra obliqua, inquieta e sublime di Egle Sommacal, un’impeccabile sezione ritmica con la “macchina da guerra” Vittoria Burattini a battere sui tamburi. Testi che sono poesie, spaccati di vita, inquietanti visioni e grida sommesse. “Lungo i bordi” è il loro album che amo di più: a 18 anni ascoltare per la prima volta un brano come “Il primo Dio” fu veramente una rivelazione.

1) Scisma – ROSEMARY PLEXIGLAS

1997, dal disco “Rosemary Plexiglas”

E davanti a tutti, loro, gli Scisma di Paolo Benvegnù e Sara Mazo, ma sarebbe ingeneroso non nominare gli altri “eroi” di questa band, capace di far sognare un’intera generazione. Ecco quindi all’appello anche Michela Manfroi (pianista e principale compositrice con Benvegnù), Giorgia Poli, Danilo Gallo e Diego De Marco, poi sostituito da Giovanni Ferrario. Un album come “Rosemary Plexiglas” da cui è tratta l’omonima canzone, mostra un’incredibile varietà di atmosfere, una ricchezza di idee inaudite, un songwriting ispiratissimo (d’altronde Paolo Benvegnù si rivelerà come un finissimo cantautore nel nuovo millennio, quasi un “genio della parola”) e una compattezza sonora straordinaria. La loro recente (ed effimera, ma mai dire mai) reunion è stata accolta con molta trepidazione ed emozione. Sì, sono sempre loro, nonostante siano passati ben 20 anni da questo epocale lavoro.

 

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