“WE’VE NOT GONE FOR GOOD
just left the building for a while!”. La nostra intervista con Harry Harold, cantante degli Elcka

 
22 gennaio 2018
 

16 dicembre, ore 14,25. Un messaggio mi appare su Messenger, è Marcus-Sanford Casey, chitarrista degli Elcka, che mi annuncia di aver messo sul sito della band il secondo (inedito e mai pubblicato) album della band. Meno male che c’era li con me il buon amico Claudio che mi ha sostenuto, altrimenti mi veniva il batticure e restavo sul treno tra Stansted e Londra.
Ebbene si, gli Elcka, dopo tanti anni, si rifanno vivi e per la gioia degli inguaribili nostalgici come il sottoscritto rendono disponibile un album sognato e sperato da tantissimi fan del gruppo. Nell’invitare ogni lettore a fare un giro sul sito della band per ascoltare queste perle che non meritavano l’oblio, chiediamo anche di dedicare un po’ di tempo a questa preziosa chiacchierata con Harry Harold, leader della band, che con grande sincerità e schiettezza ci parla del passato e, perché no, anche del futuro degli Elcka.

Ciao Harry! Come stai? Dove sei al momento?
Sono di ottimo umore, grazie. Oggi sono nell’ufficio proprio accanto a Marble Arch a Londra.

È incredibile trovarti dopo tutto questo tempo. Dopo la fine degli Elcka sei sempre rimasto nel mondo della musica?
No. Quando gli Elcka si sono divisi è stato un momento molto triste per tutti noi. C’era molta “politica” coinvolta: l’Island Records ci ha praticamente fottuti quando è passata alla Universal. Molte band che erano al culmine di un buon percorso sono state “tagliate” dai contabili della Universal. È stato un vero peccato perché sentivo di essere sul punto di poter raggiungere un pubblico molto più vasto. Purtroppo, già a quel tempo, i giorni in cui una band poteva dimostrare il proprio valore sulla distanza di 3/4 album erano finiti. Se non avevi ottenuto il grande successo con il tuo primo album, beh, la sopravvivenza diventava molto precaria. Il nostro primo singolo estratto dal secondo album, “Pleasure”, stava andando piuttosto bene tra radio e stampa. Ma Island rifiutò di onorare quel contratto che, credevamo, li avrebbe obbligati a pubblicare e promuovere il secondo album e i suoi singoli.
Così, da un giorno all’altro, tutto si è fermato e la pubblicazione del secondo disco (che era, appunto nel contratto) non arrivò mai.
Siamo stati contattati da nuovi dirigenti e etichette ma, dopo quanto ti ho detto, mi sono sentito completamente disgustato dal mondo della musica e mi sono sentito incapace di rimanerci dentro. Così, mi sono trasferito da un inferno all’altro: sono diventato un produttore televisivo! Ho lavorato in TV ora per 12-13 anni, principalmente come produttore capace di dare spunti, ideare nuovi spettacoli e venderli a canali che non hanno idea di cosa vogliono finché non glielo dici!
In realtà ho fatto bene, ho vinto alcuni premi, ho venduto alcuni format in tutto il mondo, ideato una delle prime serie online. Non mi posso davvero lamentare.

Essere in una band, credere (o almeno sperare) nel successo e poi, purtroppo, le cose non vanno come sperava. Quanto è dificile rimettere tutti i sogni in un cassetto?
Incredibilmente difficile. Le storie di cadute nella droga, in rotture mentali prolungate, psicosi, beh, ora capisco come può succedere!! Arrivare al punto di firmare un contratto discografico, fare tour, costruzione di una solida base di fan, beh, richiede una quantità incredibile di dedizione, concentrazione ed energia. Poi attraversi una linea in cui non hai più il controllo della tua direzione: hai stretto un patto con il “business della musica” e, di conseguenza, sei soggetto ai capricci di quell’industria gonfia e disfunzionale.
La fine degli Elcka è stato uno degli eventi più traumatici e difficili della mia vita. Penso che anche il resto della band sarebbe d’accordo nel dirti la stessa cosa. Elcka era tutto ciò a cui pensavo o facevo da oltre 15 anni. Per oltre dieci anni, dopo lo sciglimento, non sono nemmeno riuscito a cantare a voce alta, pensa a come ero rimasto traumatizzato. Ma alla fine tutte le cose passano e ora posso guardare indietro al nostro lavoro con più equilibrio. Sono molto, molto orgoglioso del nostro piccolo, ma eccezionale lavoro, sia come registrazioni sia come live show. Pensa che ricevo ancora messaggi su specifici concerti e su quanto hanno influenzato o colpito una determinata persona. la cosa che più mi conforta poi sta nel fatto che tutti e cinque siamo rimasti molto vicini, come fossimo una famiglia. Non abbiamo lasciato che gli eventi distruggessero la nostra fratellanza.

Sul vostro sito avete pubblicato quello che sarebbe dovuto essere il secondo album. Ho visto che ci sono anche le demo originali. Alcune canzoni sono molto diverse dalla versione che sarebbe poi stata quella conclusiva, ma confesso che sono molto interessanti. Immagino che anche per voi questi demo, se li avete messi sul sito, siano significativi.
Non avevo ascoltato le demo di quelle session per anni, più di 10. Sono molto importanti, proprio perché sono stati i primi passi fondamentali che poi hanno portato alla realizzazione delle canzoni finali. In loro sento una band crescere, esplorare nuove direzioni con maggior intensità. Una band che si sentiva completamente a suo agio e i cui componenti non avevano paura di esprimere idee mentre venivano in mente. Questa è, a mio parere, la chiave per creare una buona musica, piena di sentimento, non aver paura di esprimere le proprie idee durante il processo di scrittura, proprio mentre emergono dal subconscio. Niente imbarazzo l’uno con l’altro, l’importante è avere un legame e vedere ciò che succede. Sai, a volte i suoni o le parole suonano bizzarri o terribili, ma sono passi fondamentali verso la ricerca dell’anima giusta di una canzone. Sì, sono proprio importanti!
Rimango un drogato di musica, compulsivo ti direi: ascolto un’enorme varietà di musica con un orecchio molto critico, studiando la produzione e ogni singola parte musicale, in un modo in cui immagino solo un musicista o qualcuno che ha trascorso molto tempo in uno studio di registrazione potrebbe fare. Sono arrivato a capire quanto sia difficile fare e avere una buona produzione musicale. Prendere una canzone dal suo stadio iniziale, un demo appena nato e arrivare fino all’album finito, ti assicuro che è incredibilmente difficile da fare bene. Ci sono così tanti punti lungo il percorso che la canzone può implodere. In tutte le demo si trova il DNA della canzone, l’anima e preservarla mentre si aggiusta il brano è un’arte (credo che Dave Allen, che ha prodotto il nostro primo album e ha fatto molto con i Cure, abbia proprio un dono nel fare questo). In realtà non abbiamo mai raggiunto le fasi finali (quelle ultime al 100%) della produzione finale di “Softly, Softly” (2° album), quindi è bene avere questi demo che, mentre mostrano i primi passi, puntano il dito su quello che abbiamo fatto e quello che avremmo dovuto mantenere a lavoro finito.

Mi sbaglio, o questo secondo album mi sembra più “coraggioso” del primo? C’è un grande desiderio di sperimentare e una grande varietà di suoni. Le melodie spesso non sono immediatamente immediate, ma con il secondo e il terzo ascolto, ci innamoriamo di queste canzoni. Che ne dici?
Quando siamo arrivati ​​a scrivere il secondo album eravamo cresciuti come una band e stavamo ascoltando una gamma di influenze molto più varia di prima. Mi ricordo che eravamo tutti molto ossessionati da musica così diversa: Elgar, Muddy Waters, Nina Simone, Dr John, “Young Americans” di Bowie, The Velvet Underground & Nico, Prince, ma anche elementi di Funkadelic, Fela Kuti e “OK Computer” dei Radiohead sono stati una grande fonte d’ispirazione – così come “Bleach” dei Nirvana, ma allo stesso tempo ero ossessionato dalla programmazione di diverse andature di ritmo e diverse voci per creare una sorta di qualità corale al lavoro. Avevo l’idea che questo album fosse perfetto per ascoltare mentre ci si trova su uno yacht (sparami! Ahahaha)

Scriverti, naturalmente, accende la speranza che gli Elcka siano tornati. Ma non così, vero? Quali sono i tuoi progetti ora?
Sto scrivendo uno script e sto puntando mirando a realizzare il primo dramma di Netflix sul Brit-pop! Ahahahah In realtà gli Elcka stanno parlando della possibilità di riunirsi per un piccolo tour, 3 o 4 date ad un certo punto nel 2018. Resta sintonizzato Ricky.

All’epoca del primo disco amavo definirvi “una band teatrale”, un po’ per gli arrangiamenti (sempre molto ricchi), un po’ per il tuo modo di cantare, così enfatico. Se dovessi confrontarvi con un attore, beh, avrei detto Vincent Price, così istrionico. Cosa ne pensi di questo confronto? Quali sono stati i tuoi più grandi riferimenti?
Sia Darren (il batterista) che io siamo andati alla scuola di teatro da bambini, quindi eravamo ben preparati in quel tipo di teatralità. Ma non era così naturale per me, in realtà, come front man: ho scoperto che perdere me stesso nella musica era più comodo che stare in piedi, fissando il pubblico, cercando di sembrare figo. Liam Gallagher lo fa meravigliosamente, io non potevo. Quindi ho assunto questo tipo di folle ruolo da direttore d’orchestra! Inoltre, penso che quando hai le tastiere come parte integrante del tuo suono la musica invariabilmente abbia più strati e profondità: Matt è un arrangiatore di grande talento e improvvisamente se ne usciva con queste parti di archi che aggiungevano una specie di vibrazione orchestrale.
Quando abbiamo iniziato a suonare insieme per la prima volta, a 16,17 anni, fumavamo un sacco di erba e ci siamo completamente immersi in una fase post-hippie. Durante quel periodo abbiamo scoperto band come Ozric Tentacles, Nodens Ictus, Pink Floyd e Zeppelin, quel senso di drammaticità e intensità derivato da molteplici strati musicali e strutture di canzoni costruite in epici climax. Penso che un po’ di quello sia sempre stato con noi.

Negli ultimi anni c’è stato un vero apprezzamento degli anni ’90. NME spesso fa addirittura articoli sulle band britpop (quando non parla di Liam, ovviamente). Come te lo spieghi?
Forse è meno una questione di roba che ritorna come cultura. La musica, in particolare poi, è come un enorme flusso che continua ad assorbire i suoni e gli stili di ogni epoca, infinitamente mutanti e riciclabili. La nostalgia è diversa dalla maturità culturale. La prima è il desiderio di ricreare in modo specifico un’epoca, la seconda è ciò che ci piace oggi: scelta, diversità, influenze che cambiano. Conosco persone di 20 anni e 50enni che hanno gusti musicali molto simili ma sono molto diverse. Alla fine è Ok se ti piace Fekky ma allo stesso tempo ami The Small Faces o Kanye o The Orb e avanti così…

Concedimelo Harry, ma non ho mai capito come mai Elcka non siano diventati famoso come Pulp o Suede. Avevate tutto per essere a quei livelli. Giudico ancora il vostro primo album come un capolavoro del britpop!
Grazie. Non potrei essere più d’accordo! All’epoca c’era proprio una sensazione bella, come se stessimo per esplodere. In realtà l’abbiamo fatto. Solo non come immaginavamo.

Mi è sembra ieri quando “Rubbernecking” è stato pubblicato e sono passati 20 anni! Il tempo vola. Hai qualche aneddoto che ricordi ancora con piacere della registrazione di quell’album? Come giudichi, ora, quel disco?
Penso sia un disco figlio del suo tempo, ma mi piace pensare che abbia resistito molto alla prova degli anni che passanoi. Non risulta particolarmente datato. Eravamo noi, siamo noi in quell’incredibile momento. Aneddoti? Oh, così tanti: faremo un’intervista solo su quelli Ricky!

Sai qual’è una vostra canzone che amo? “Try”. Non meritava di uscire solo come un b-side, meritava l’album! Darren fa un lavoro fantastico alla batteria. Ti ricordi quella canzone?
Certo, la ricordo bene. Il testo parlava di una mia cara amica, che è ancora una cara amica. All’epoca era un’ addetta stampa, fuori ogni sera della settimana a far festa, una vera “Queen of the Britpop”. Ma quando parlavamo lei piangeva e diceva di essere così sola. Ha detto che voleva trovare ciò di cui aveva veramente bisogno piuttosto che pensarlo, ha detto che doveva “provare”. E poi lo ha fatto: ora è molto felice, di grande successo e ancora molto bella.

Posso chiederti una cosa? Ma chi ha curato la copertina di “Rubbernecking”? Non è mai sembrata la copertina giusta per voi…
È stato fatto dal boss della sezione artistica della Island. È un ragazzo di talento, per dirti ha realizzato la copertina di “Maxinquay” di Tricky (una grande copertina, giusto dirlo), ma…non so, ho sempre odiato quella cover. Era uno sforzo, piuttosto debole di scimmiottare quel “cool chic” delle cover dei Roxy Music. Guardando indietro ti confesso che avrei voluto mettere una foto della band sul davanti: dai, eravamo così belli!

Ma è vera la storia che potevate andare in tour in America con Morrissey ma, sfortunatamente, avevate dovuto rinunciare per mancanza di soldi?
No, no, abbiamo fatto quel tour. Abbiamo supportato Morrissey nel suo tour “Maladjusted”, in tutto il Nord America, l’Europa e la Scandinavia. E’ stato epico! Abbiamo suonato in posti come il Central Park di New York, LA’s Greek, London Battersea Power Station…25, 30.000 persone. Ci sembrava d’indossare un cappotto amato e ben aderente, ci sentivamo perfettamente a nostro agio.
Abbiamo passato 4 mesi in tour, promuovendo le canzoni del 2° album che erano tirate a lucido e pronte per essere eseguite. Avevamo costruito una vera ‘fanbase’, specialmente in tutta l’America. Eppure Island Records ci mollò. Fuckers.

Quali erano le band degli anni ’90 che preferivi? Quali sono i tuoi ricordi della musica degli anni ’90?
Ho adorato quella scena. C’erano così tante band e così tanti club così divertenti da frequentare. Sembrava davvero di essere parte di un momento culturale speciale. Siamo stati fortunati ad essere stati nel bel mezzo di tutto questo…Britpop. Poi c’è da dire che noi eravamo piuttosto elitari, a dire il vero, piuttosto sprezzanti della maggior parte dei nostri contemporanei. Ma non potevo negare di amare, all’epoca, band come Longpigs, Mansun, Radiohead, Suede, Supergrass e ti dico anche Oasis, dal momento in cui ho sentito “Supersonic”. L’ho sentita e ho pensato…”cazzo, questi vanno al numero uno e non sono sicuro che mi sentirò molto a mio agio al numero due”!

Grazie ancora per la tua gentilezza. C’è una canzone degli Elcka che ti piace particolarmente e che useresti come colonna sonora finale per questa intervista?
Una canzone che ho sempre amato (anche se non tutti sono d’accordo) e che definiva la direzione in cui mi volevo muovere era “New Technology”. La registrazione o il mix non erano mai perfetti, ma c’è qualcosa tra i vari strati, nell’intensità, nell romanticismo e nell’euforia che mi ha fatto pensare: “sì, questa è la porta per il nostro domani“.
Grazie a te Ricky per l’interesse e la fiducia negli Elcka. Non siamo andati via per sempre, abbiamo giusto lasciato l’edificio per un po’!

 

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