BJORK
Utopia

[ One Little Indian - 2017 ]
8
 
Genere: folktronica, sperimentale
Tags:
 
26 Gennaio 2018
 

“Utopia” è un album complesso, in cui mi sono immersa con difficoltà, forse sono io ad avere un periodo di poca concentrazione più adatta ad ascolti più facili, o anche perché avevo colto delle critiche negative, quelle però che ci sono sempre quando ognuno ha aspettative altissime su un’artista così importante.

“Arisen my senses” ci sveglia i sensi appunto, con pesantezze di percussioni elettroniche, ariosità della voce legate da un’arpa come da un frullio d’ali. In “Blissing me” gli arpeggi continuano, teneri, vivaci e saltellanti, accompagnano una nenia che si ripete e si stratifica in “diverse Bjork“, mentre il tutto viene stranito da rumorismi che si sovrappongono.
Più corale suona “The Gate” e immersa in suoni ‘ambientali’, della natura, scanditi da richiami di specie viventi indefinite e che si possono immaginare rappresentanti di una mitologia aggraziata e minimale, di una bellezza fatta di particolari.La voce e i cori accompagnano con un afflato che sa di antico o fuori dal tempo e sussurrano su morbide profonde aritmie.

Nella title track invadono la scena i fiati e i cinguettini di un paradiso terrestre a cavallo tra oriente e occidente, in parte rumorista e caotico, in parte generativo e fecondo. La successiva “Body Memory” ha un accompagnamento sotterraneo e pacato come lo scorrere dei fluidi nel corpo, gli archi che si tendono come muscoli, flash elettrici che guizzano e sfrigolano.
“Features Creatures” sta sospeso come un racconto di sirena emergente da una roccia o una grotta, portato dal vento e aperto sul mare e sul cielo. Non meno immagini mi provoca “Courtship”, che mi sembra la musica dei diversi ritmi intrecciati tra i vari strati dell’esistente e del vivente, dal sottosuolo che viene battuto e scavato al cielo tessuto con leggerezza. Sono distanze sottilmente connesse, disaccordi che generano armonie inedite e impreviste.

Quando ci si è quasi abituati a godere di una bellezza quasi troppo cantilenante e ripetitiva nell’uso della voce, si viene avvolti dalla nostalgica bellezza di “Loss”. Al traino irresistibile della voce, si passa tra un tappeto di suoni flautato e uno rumorista, come tra luce e buio, vita e morte, piacere e dolore.
Se la natura essenzialmente percussiva di “Sue Me” mi fa vivere una scalata con il cuore in gola, “Tabula Rasa” è una poesia densa dove la sua voce decisamente prende il volo su fiati e violini ondeggianti.
“Claimstaker” è una camminata tuta terrestre e ricca di rimandi tra risonanze interne e esterne, mentre un evento come un arrivo a destinazione che non richieda più parole mi sembra celebrato nella strumentale “Paradisa”.

Infine dopo “Saint” che resta al momento per me un passaggio un po’ indecifrabile e di cui non so cosa dire, sento in “Future forever” pura e densa poesia di un tutto-nulla roteante nel vuoto, come un gigantesco simbolo del tao vagante nel cosmo.
Bjork mi sembra incarnare (anche dalle foto e video legati a questo lavoro) lo spirito della natura, il soffio vitale che pervade tutti allo stesso modo, e l’utopia è forse quella di tornare a percepire questa unità con la natura, tutti i viventi e gli elementi stessi.

La voce sembra a volte usata in modo ripetitivo, cantilenante, circolare, e all’inizio questo mi infastidiva, volevo ascoltare virtuosismi e piacevolezze fin da subito, con ingordigia, e tanto da restare ogni momento a bocca aperta, cose che ritenevo mi fossero “dovute e garantite” ascoltando Bjork.

Ma il mondo naturale non ha storia, è fatto proprio di cicli e ripetizioni ed ogni cosa è allo stesso tempo uguale e diversa dalle altre e nel tempo, e bisogna predisporsi senza fretta a coglierne la bellezza e i particolari. Così mi è successo nell’ascolto (nonostante qualche cinguettio di troppo che potrebbe risultare eccessivamente bucolico e didascalico), e mano a mano in me è cresciuta la valutazione di questo album, che pur non sapendo dire se più o meno dei suoi precedenti, mi azzardo a ritenere già fondamentale, e spero sia molto ascoltato e molto a lungo.

Ritmi e aritmie, armonie e dissonanze, creazioni timbriche, preziosità, elettronica, ma soprattutto una grande capacità immaginifica, se non tutto quasi tutto quello che abbiamo a disposizione per celebrare la bellezza è usato nella musica di Bjork.
Come diceva il romanzo “E venne chiamata due cuori” di Marlo Morgan: “La funzione precipua della voce non è quella di parlare. La voce è fatta per cantare, per celebrare e per guarire”.

Photo: Nick Knight

Tracklist
1. Arisen My Senses
2. Blissing Me
3. The Gate
4. Utopia
5. Body Memory
6. Features Creatures
7. Courtship
8. Loss
9. Sue Me
10. Tabula Rasa
11. Claimstaker
12. Paradisia
13. Saint
14. Future Forever
 
 

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