BLACK MIRROR S04 — LA RECENSIONE (SECONDA PARTE)

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2 febbraio 2018
 

Dopo il grande debutto Netflixtense del 2016 (da molti visto come il Patto Faustiano col colosso della web tv on demand), torna la serie creata da Charlie Brooker. Stesso format da sei episodi come quello della stagione precedente (malgrado il piatto più ricco, abbondano gli aficionados del “si stava meglio quando c’erano tre episodi per anno” delle prime due), il feeling è sempre più american-oriented rispetto agli inizi, ma non troppo, mentre i temi trattati restano globali, dalla realtà virtuale in un contesto gaming (CSS Callister), al sempreverde Big Brother di Orwelliana memoria applicato al cosiddetto helicopter parenting (Arkangel), e così via.

Questa stagione non ha i picchi estremi di un National Anthem (S01E01) né di uno Shut Up and Dance (S03E03) però ha spunti interessanti e non è tutta da buttar via.

Procediamo con un’analisi SENZA SPOILERS (o quasi) dei singoli episodi. Siccome erano tanti e io sono prolisso, qua ci sono i primi tre, sotto gli altri.

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Hang the DJ, regia di Tim Van Patten
scritto da Charlie Brooker

S04E04 — Hang the Dj

Ho subito Agenzia Matrimoniale negli anni 90 perché mia nonna la guardava e di divano ce n’era uno solo, poi la società si è evoluta e c’era Colpo di Fulmine con Alessia Marcuzzi, Walter Nudo e Michelle Hunziker (notare nell’ultimo il miglior uso di sempre di Block Rockin Beats dei Chemical Brothers), poi siamo regrediti nuovamente a Uomini e Donne, le offerte e i formats televisivi sentimentali aumentarono ma quelli epici rimanevano quelli. Passano 10 anni e in linea con il boom dei siti porno nasce anche un rudimentale mondo digitale dell’acchiappo, anche se percepito in maniera molto diffidente, conoscere la fidanzata su internet era visto come ordinarsi la moglie sul Postalmarket dell’Ex URSS (io lo trovai moscio e triste, ma Birthday Girl con Nicole Kidman parlava proprio di quello). Passano altri 10 anni, i social networks esplodono, internet non fa più brutto, e a qualcuno viene l’idea di fare una app per geolocalizzare chi vuole scopare, profilo dati ridotto all’osso, foto, un paio d’info, chat interna. Poi se t’innamori e vuoi proseguire la relazione, affari tuoi, non dell’app . Passano 3 anni e degli etero copiano l’idea, e nasce Tinder. Passano un’equivalente blackmirroriano d’anni, e l’app d’incontri del momento fa le stesse cose ma ti fa pure da sorella maggiore e ti dice la durata ottimale della relazione. Correggo, non te la dice, te la impone, perché è una app-legge. Viene da domandarsi il motivo, se abbia a che fare con la creazione di un miglior pool genetico (es: unione di persone di bell’aspetto), o professionale (es: unione di precari talentuosi) o nei difetti (es: unione di ossessivi compulsivi asociali, vedi The Lobster*). E viene da domandarsi anche quale sia la pena per l’infrazione di tale regola, sarà un “devi lasciare la cucina di Masterchef” o un “devi cuocere nella cucina di Masterchef, oggi tagliolini all’astice”*?

Le risposte a questa domanda sono il BM factor, dato i giudizi stabiliti dalla inespressiva voce digitale della signorina Rottermayer della app sono totalmente random.

Facce note nel cast per chi come me ama gli shows britannici, rispettivamente quella da schiaffi di Joe Cole (Peaky Blinders) e quella affascinante (traduci, gnocca) di Georgina Campbell (Broadchurch).

In sintesi: tono troppo da love comedy, elemento distopico gestito forse troppo poco drammaticamente rispetto ad altri (malgrado abbia un potenziale enorme), sarebbe stato l’episodio che mi è piaciuto di meno, se non che all’ultimo minuto scatta la “Inceptionata” salvando last minute la baracca.

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Metalhead, regia di David Slade
scritto da Charlie Brooker

S04E05 — Metalhead

Non vedrete mai più un video della Boston Dynamics con gli stessi occhi. Ambientato in un’Inghilterra post-apocalittica dal fascino campestre, veniamo introdotti a tre individui che si fanno un giro in macchina brontolando dei bei tempi passati e di quanto gli avrebbe fatto comodo seguire quel corso di formazione per survivalisti alle prime armi di Rick Grimes. Al che si recano in un (pub) capannone per recuperare qualcosa di vitale importanza per un altro membro della loro comunità (arrivati al finale deciderete, e sarà bianco o nero in base a quanto siete poveri dentro). Solo che c’è un cane da guardia. Morde. Spara. Apre porte. Cerca persone. Scrive recensioni. Fa cose, ammazza gente.

Il più ingenuo degli episodi della stagione, ma da un punto di vista puramente geek, quel coso è una meraviglia in termini di funzionalità. E la sua caccia è girata (in bianco e nero) drammaticamente bene, al punto che ti scordi che ogni tanto i personaggi umani parlano. E noi a continuare a pensare che se una singolarità ci farà il culo avrà un aspetto antropomorfo e ricorderà uno scheletro cromato. Stolti.

In sintesi: dimenticatevi gli umani e sarà un episodio più che decente. E investite nella Boston Dynamics (Skynet). Altro che Bitcoin.

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Black Museum, regia di Colm McCarthy
scritto da Charlie Brooker

S04E06 — Black Museum

Una donna s’introduce in una location isolata e poco rassicurante, arriva un individuo sospetto, shit happens. Poi arrivano i personaggi principali e chi non scopa non muore. Classico prologo da film horror da serie B, se non fosse che siccome è Black Mirror lei guida la macchina di Scar Tissue e fa il rifornimento carburante più figo mai visto. E il luogo dove s’introduce è in pratica il museo stesso della serie, dove sono esposti, secondo il buon Charlie Brooker, indizi su tutte le puntate della serie. A gestirla è questo sgangherato personaggio che fa lo Zio Tibia della situazione, narrando le terribili vicende legate a tali oggetti (con mia estrema gioia, essendoci rimasto sotto coi giochi di ruolo in tenera età, amo la presenza di un narratore in background). Ad essi se ne aggiungono tre di nuovi, che sono i mini episodi contenuti nella puntata (struttura che ricorda molto l’amatissimo White Christmas) tutti relativi alla precedente carriera del narratore, un neurologo barra sales man (altro parallelismo con la puntata con Jon Hamm, cosa gradita da alcuni e brodo riscaldato per altri). La prima esplora un tema interessante in campo medico, quello del dolore, attraverso un dispositivo che permette di condividerlo senza subirne gli effetti, trasformando il più scarso dottore del pronto soccorso in un Dr. House col dono dell’onniscienza in materia di diagnosi (con un vizietto particolare come effetto collaterale, è Black Mirror, non la Dottoressa Giò, non scordiamocelo). Concludo, l’episodio, sebbene corto, funziona ma poteva essere una puntata a sé stante. Perché?

Perché il secondo e terzo atto della puntata, che chiameremo Il Frittatone TuttiGusti, piatto per antonomasia dello studente fuori sede, vedono un potpourri di concetti già visti in altri episodi, quello del trasferimento della coscienza in un dispositivo digitale, rimescolati tra di loro, quindi avremo un pò di San Junipero, un altro pò di (nuovo) White Christmas, e un pò di CSS Callister pure. Bugiardo chi giura di non aver mai svuotato il frigo nella stessa maniera almeno una volta nella vita (il segreto è tanto peperoncino e tutto sembrerà commestibile). Il tutto alternando diversi contesti, da quello da family movie a quello penale, creando una narrazione un pò altalenante.

In sintesi: come il peperoncino del gran gourmet d’avanzi (anche il formaggio va bene come legante) qua la baracca la regge tutta Rolo Haynes (Douglas Hodge), il narratore barra antagonista della puntata, ma non basta. Riesce a rendere omaggio all’horror grottesco (da lì il paragone con i racconti della Cripta di Zio Tibia) solo nel primo mini episodio e all’interno della puntata stessa, mentre fallisce nel secondo e nel terzo, quelli che personalmente ritengo i peggiori episodi della stagione. Finale american classic, cool guys don’t look at explosions. Andrà meglio alla prossima.

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FINE. C’è voluto un pò, eh? 

Sono appena arrivato su IFB, sono un motore che impiega del tempo a scaldarsi, nell’epoca delle Tesla.

CREDITS: posterini giffati a cura del sottoscritto. È per quello che ci metto tanto.

 

Sceneggiatura: Charlie Brooker
Regia: Toby Haynes; Jodie Foster; John Hillcoat
Cast: Jesse Plemons, Cristin Milioti, Jimmi Simpson (U.S.S. Callister); Rosemarie DeWitt, Brenna Harding, Owen Teague (Arkangel); Andrea Riseborough, Kiran Sonia Sawar, Andrew Gower (Crocodile)
Musiche: Daniel Pemberton; Mark Isham; Atticus Ross and Leopold Ross
Distribuzione: Netflix
Durata: 60'
 

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