OGGI “YIELD” DEI PEARL JAM COMPIE 20 ANNI

 
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3 Febbraio 2018
 

Nel 1998 i Pearl Jam erano rimasti l’ultima grande band della scena di Seattle ancora in attività: i Nirvana erano finiti con la morte di Kurt Cobain il 5 aprile 1994; i Soundgarden avevano annunciato il loro scioglimento il 9 aprile 1997; gli Alice in Chains erano praticamente fermi già da un paio d’anni, ostaggi della tossicodipendenza del cantante Layne Staley. L’epoca d’oro del grunge era finita da un pezzo, ed Eddie Vedder e compagni non sembravano particolarmente interessati a mantenere viva la fiamma. “No Code”, il loro quarto album pubblicato nell’estate del 1996, rappresentò un taglio netto con il passato; nessuna traccia del rock anthemico di “Ten”, “Vs.” e “Vitalogy”, per un’opera molto avventurosa – a tratti persino sperimentale – che fu sonoramente (e ingiustamente) bocciata da pubblico e critica. Quello che molti considerarono un mezzo passo falso divenne invece la base di partenza per “Yield”, un disco che andava a recuperare il suono più diretto degli esordi senza però chiudere le porte al desiderio di percorrere nuovi sentieri.

La caratteristica principale di “Yield” è l’incredibile eterogeneità dei brani, per la prima volta frutto di uno sforzo creativo condiviso da parte di tutti e cinque i membri della band. Il ruolo di Vedder come autore principale di musiche e testi aveva cominciato a ridimensionarsi in maniera significativa nel corso delle sessioni di registrazione di “No Code”, quando lo stesso leader dei Pearl Jam aveva chiesto ai compagni di aiutare di più in fase compositiva. Dopo la svolta democratica auspicata dal cantante, tutti trovarono il giusto spazio: in “Yield” tre pezzi portano la firma del chitarrista solista Mike McCready, tre del bassista Jeff Ament, quattro del chitarrista ritmico Stone Gossard, uno dell’ex batterista Jack Irons e solo due sono di Eddie Vedder, autore però della maggior parte dei testi. Un lavoro di gruppo sotto tutti i punti di vista, in grado di mettere in mostra meglio di quanto fatto precedentemente le innumerevoli anime dei Pearl Jam.

Ad aprire le danze c’è il punk rock fulminante di “Brain Of J.”, nel quale Eddie Vedder, oltre a chiedersi che fine abbia fatto il cervello di J.F.K., lancia il suo appello per il nuovo millennio alle porte: “Il mondo intero sarà presto diverso, il mondo intero si risolleverà”, canta nel ritornello. Una speranza, o meglio ancora una preghiera, che trova eco nell’atipico hard rock della successiva “Faithful”; tuttavia la fede non ha significato se non c’è nessuno disposto ad ascoltare, e Vedder ammette di averne “abbastanza di urlare”. Al tesissimo blues rock di “No Way” segue la hit “Given To Fly” che, insieme alla altrettanto intensa “In Hiding”, è forse la canzone più vicina alle sonorità degli esordi: tutto ruota attorno ai crescendo ricchi di pathos e ai riff zeppeliniani, sui quali la voce unica del cantante di Chicago sembra letteralmente “spiccare il volo”. Il flusso di coscienza in “Wishlist” si trasforma velocemente in una tenerissima quanto agrodolce filastrocca moderna sull’amore e sulla solitudine; a tratti “Pilate” ne riprende il passo sommesso da ballad, che però alterna a un ritornello decisamente più rumoroso. Ma non è nulla rispetto al tellurico garage rock di “Do The Evolution”, nel quale un Eddie Vedder mai così cinico prende di mira l’intera razza umana, talmente irresponsabile da credere di avere il pieno diritto di fare ciò che vuole nel mondo: un messaggio reso ancora più incisivo dal bellissimo video a cartoni animati realizzato da Todd McFarlane, il fumettista canadese famoso per aver creato personaggi come Venom e Spawn. I ritmi continuano a essere forti in “MFC” – scritta dal leader dei Pearl Jam nel 1994 durante un soggiorno a Roma, mentre si trovava bloccato nel solito traffico della capitale – e in “Push Me, Pull Me”, un inconsueto spoken word che sa tanto di riempitivo; il lato più soft della band di Seattle riemerge però con decisione nel folk acustico di “Low Light” e nella prima parte di “All Those Yesterdays”, che chiude l’album all’insegna della psichedelia.

Pur non essendo l’episodio migliore della loro discografia, “Yield” ha rappresentato per i Pearl Jam una tappa fondamentale: oltre ad aver chiuso una prima fase di carriera pressoché perfetta, ha dato il via a un processo di lavoro democratico e coeso che da allora è uno dei cardini del quintetto. L’unione fa la forza e queste tredici tracce ne sono un ottimo esempio.

Pearl Jam – “Yield”
Data di pubblicazione: 3 febbraio 1998
Tracce: 13
Lunghezza: 48:37
Etichetta: Epic
Produttori: Brendan O’Brien, Pearl Jam

1. Brain of J.
2. Faithfull
3. No Way
4. Given to Fly
5. Wishlist
6. Pilate
7. Do the Evolution
8. Untitled
9. MFC
10. Low Light
11. In Hiding
12. Push Me, Pull Me
13. All Those Yesterdays

 

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