“VORREI DIVENTARE NAZIONALPOPOLARE”: BREVE INTERVISTA A EDDA

 
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Il 20 gennaio 2018, Edda ha portato la sua Graziosa utopia (Woodworm, 2017, leggi la nostra recensione) allo studio Trappola Acustica di Piancastagnaio (SI), nell’ambito di Sei gradi di separazione, rassegna che, fino al 7 aprile 2018, ha in programma vari appuntamenti di musica, teatro e arti visive. Accompagnato da Luca Bossi – polistrumentista che, insieme a Fabio Capalbo, ha curato gli arrangiamenti dell’ultimo disco –, Edda ha suonato vari pezzi da “Graziosa utopia”, “Stavolta come mi ammazzerai?” (Niegazowana, 2014) e “Semper Biot” (Niegazowana, 2009), oltre che “Lisa dagli occhi blu”, a cappella. Tra le altre cose, abbiamo scoperto che non sa chi voterà il 4 marzo, ma non gli importa perché, in realtà, Edda è americano e riconosce come suo unico presidente Donald Trump, che in Toscana non c’è posto per i vegetariani, che non riesce a suonare coi jeans e che, dopo queste ultime date del tour, si dedicherà totalmente al nuovo disco che sta producendo. Alla fine, dopo un’ora e mezza di musica intervallata da cabaret, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Hai vissuto due vite musicali: quella coi Ritmo Tribale e quella di Edda. Quali sono i punti di riferimento – culturali e non – delle due diverse esperienze?
Quello che mi ha influenzato, a me, è la musica che ho ascoltato dall’infanzia, che è la musica leggera: Massimo Ranieri, Celentano, … Quella roba lì, insomma. Poi noi siamo cresciuti negli anni Settanta, ed è arrivato il punk. Ma siamo noi che ci siamo approcciati al punk, non è il punk che si è approcciato ai Ritmo Tribale. Noi abbiamo seguito quella scia lì. E io adesso, forse, sono ritornato a produrre, a portare in giro, a suonare una musica che però è quella che ascoltavo da ragazzino.

Nei tuoi testi si trovano spesso incursioni dialettali: qual è il motivo di questa scelta? Sembra avere qualcosa a che fare con una certa visceralità che è propria della tua scrittura.
Io non ho mai cantato in dialetto, però mi piace mettere alcune cose dialettali. Adesso, nel prossimo disco che farò, ci saranno due o tre parole in napoletano: io non sono napoletano, ovviamente, però a me piace il dialetto perché è radice, è identificativo, e a me queste cose in qualche maniera mi prendono. Poi però canto in italiano. Non saprei cantare assolutamente in inglese.

Tu stai gravitando, volente o nolente, nel campo dell’indie italiano – con tutti i limiti e le sfumature che questa definizione comporta –, con il suo pubblico ben definito. Ti ritieni soddisfatto del pubblico che hai?
Io non so se ho un pubblico. Vorrei diventare famoso. Vorrei diventare nazionalpopolare, quello sì. Lo vorrei ampliare, il mio pubblico.


Edda

Guardandoti suonare, specie da solo, in maniera più libera, si percepisce la spontaneità del tuo rapporto con lo strumento. Da cosa nasce questo approccio?
Questa domanda l’ho capita (ride). Allora, io sono un incapace. Cioè, suono la chitarra da quando ero ragazzino, ma non sono mai riuscito a imparare. La suono malissimo. Ho iniziato con un maestro, ma poi l’ho lasciato e quindi non ho mai imparato. Prima cantavo e basta, col gruppo, adesso a me piace cantare suonando. È un’esigenza, per me. È come diceva sempre Keith Richards, cioè che se canti soltanto non sei dentro la musica, ascolti te e basta. Invece suonando sei un po’ più dentro. A me piacerebbe essere un bravo chitarrista, ma sono negato.

Alcuni artisti che ritieni fondamentali e dei giovani che ti interessano.
Di roba che mi piace adesso? L’indie mi piace. I Thegiornalisti mi piacciono – anche se li ho presi in giro prima, ma è solo perché sono invidioso del successo che hanno loro. A me piace lui, Tommaso Paradiso, il suo modo di scrivere i testi. Io non so scrivere in quella maniera lì. Poi, ovviamente, mi piace Calcutta. Poi PoP_X: non mi togliete PoP_X. Questo per quanto riguarda i giovani. Per quanto riguarda la roba che mi ha fatto accapponare la pelle, più di tutti gli Who, perché già i Led Zeppelin erano troppo tecnici, troppo machi: un immaginario che non mi appartiene. Gli Who erano più trasversali, Keith Moon è un pazzo. E, di roba italiana, la musica leggera degli anni Settanta: ascoltavo quella, quella che passava alla radio. Poi, io apprezzo il musicista: bravo, non bravo, famoso, non famoso. Per me uno che suona la chitarra, che si approccia alla musica, è una cosa positiva, una bella cosa. Dopo ci sono i mostri sacri, ma quelli sono un altro mondo. Beh, da qualcosa bisogna pur iniziare: avranno iniziato anche loro così, in vite precedenti, poi piano piano si va avanti.


Edda

intervista di Francesca Del Zoppo e Tommaso Francini

foto di Elena Morosini, Trappola Acustica on stage, Sei gradi di separazione

 

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