ANNABEL ALLUM
Live @ Camden Assembly (Londra, 6/02/2018)

 
9 febbraio 2018
 

Dopo qualche anno speso a forgiare il proprio suono-marchio di fabbrica, Annabel Allum – cantautrice di Guildford (UK) – é ora nel novero dei nomi più interessanti sulla scena indie britannica. Inutile dire che l’idea di un suo headline show alla Camden Assembly, in una serata di freddo e grigio Febbraio londinese, mi stuzzicava, e non poco.

Sarò sincero: il Martedì non é il mio giorno preferito nella settimana. Troppo lontano dal weekend, la prospettiva migliora soltanto se dopo una giornata trascorsa in ufficio riesco a mettere il naso fuori e respirare gli odori di cibo etnico nella rumorosa Camden Town. Senza dimenticare, poi, che Camden Assembly é una delle venue più intime e con la miglior resa sonora possibile, in una città che respira musica e di musica vive, a tutti gli effetti.

Arrivo un pizzico in ritardo, perché manco in pieno il primo support act. E me ne dispiaccio, dato che Joe Booley suona in maniera accattivante su disco, e il suo alt-pop un po’ sperimentale vorrei approfondirlo prima o poi. É il turno di Me And The Moon, allora, quando ho ancora in mano la prima birra. Il terzetto, anche loro di Guildford, ci impiega un attimo a prendersi la scena. Mi piace, in particolare, il nuovissimo singolo “It’s Alright”, che fa da cuscinetto ideale al set successivo. Ginger Snaps, invece, arrivano dalla più lontana Northampton e portano sul palco energia ed eclettismo, in un miscuglio di ritmiche e sonorità dalle influenze più disparate.

Finalmente, arriva il momento di Annabel: capello biondo sbarazzino, occhiali da vista ingombranti e un viso che tradisce l’emozione di uno show di una certa importanza. Il suo set inizia con una spruzzata di energia e noise che mi lascia quasi attonito. Le doti vocali dell’artista si uniscono a sonorità più graffianti e grunge rispetto alla produzione in studio, cosa che non mi sarei infatti aspettato. Annabel suona un indie rock polveroso, onesto, a tratti brutale come una folata di vento gelato sul volto (“Rich Backgrounds” e “Eat Greens” raggiungono ben presto il climax). Lo fa con grande passione, alternando i suoi feedback di chitarra a percussioni ossessive e pungenti linee di basso.

Non mancano momenti meno tesi e decisamente più emozionali, in cui la rabbia post-adolescenziale si trasforma in dolcezza mista a una malcelata malinconia. Il nuovo singolo “Beat The Birds”, ma anche gli interludi semi-acustici come “Spit” ne sono la prova tangibile. Allum suona materiale vecchio e roba ancora inedita, prima della gran chiusura con “Emily”. Trattasi di una dedica speciale alla migliore amica dell’artista, presente proprio sotto al palco con uno stuolo di altri amici e fans.

Eccola li, a fine concerto, visibilmente stravolta ma felice, dopo uno show denso di vibrazioni positive e con lo sguardo posato su un orizzonte immaginario. Chissà cosa riserverà, il futuro prossimo, a questa promessa di un cantautorato indipendente che non guarda in faccia niente e nessuno.

 

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