I 10 DISCHI DA ISOLA DESERTA DI ALAIN MARENGHI (WINTER DIES IN JUNE)

 
16 Febbraio 2018
 

Quali sono i 10 dischi che porteresti con te su un’isola deserta?
Rivolgiamo la domanda, da sempre grande classico di tutti i ‘musicofili’, ai personaggi, artisti ma anche preziosi addetti ai lavori, che più apprezziamo in ambito musicale (e non solo).

Sapete chi è l’uomo con il più alto tasso di indie-pop in Italia? No, non è Tommaso Paradiso, dannato chi lo ha pensato, è Alain Marenghi, musicista di Parma e voce nei divini (si, avete letto bene) Winter Dies In June, fulgido esempio di cosa significhi unire e incastrare in perfetto equilibrio pulsioni pop made in Uk, intensità emotive americane e il Battisti nostrano (non ci credete? Ascoltate il disco “The Soft Century” poi ne riparliamo). Che poi nel suo curriculum ci sono anche altre formazioni, altre perle, altre magie che solo a parlarne rischieremmo di trasformare l’introduzione in un trattato. Mentre trepidanti attendiamo la nuova uscita della sua band, abbiamo incrociato Alain per chiedergli cosa ascolterebbe se si trovasse sulla classica isola deserta…

Belle and Sebastian – Tigermilk

Le mie fasi musicali non sono mai state un superamento l’una dell’altra, ma piuttosto l’aggiunta di un elemento alla composizione, con una sola conseguenza: per un lasso di tempo l’elemento nuovo cattura più di altri la tua attenzione. Belle and Sebastian hanno rappresentato l’elemento arrivato dopo i Nirvana (i Nirvana a loro volta avevano rappresentato quello dopo i Beatles che erano stati il mio personalissimo traghetto per uscire dalla fase Battisti e dagli ascolti in macchina sulla radio di mio padre). Ricordo bene questo disco perché all’inizio mi faceva schifo. Mi piaceva solo “Electronic Renessaince” in cui trovavo quel pulsare glaciale e pieno di spleen del Battiato di “Summer on a solitary beach”. Ripreso in mano durante un viaggio, scivolai dentro ai testi, che avevano ed hanno avuto anche per i due o tre dischi successivi (e per i precedenti e successivi EP), un potere descrittivo fuori dal comune: mi feci, grazie a questo disco, l’idea che l’easy listening per essere easy e per essere listened, necessiti di un grande talento e di tanto lavoro.

Orange Juice – You Can’t Hide your Love Forever

Ci si ricorda dove si era il giorno del crollo delle torri gemelle, il giorno di un lutto importante, il giorno in cui è morto Elliot Smith, insomma i momenti fondamentali. Io mi ricordo anche della prima volta che sentii “Falling And Laughing”. Momento Manuel Fantoni. Ero a Londra ed ero un pischello di dieci undici anni. Al Bar Italia a Soho c’era un vecchio juke boxe. Ricordo ancora distintamente la vecchia sudamericana che mi fece il cappuccino tossendoci. Mi chinai per vedere il titolo della canzone che stava andando ed era proprio il pezzo degli Orange Juice. Al momento mi piaceva il pezzo ma mi piaceva soprattutto il nome della band. Anni dopo risentii il disco in una sperdutissimo oratorio in montagna su un mangianastri. Copiato subito su cassetta al cromo e ascoltato tutta estate. “Falling and Laughing” rimane ancora per me la sintesi perfetta di certe sonorità che apprezzo tutt’ora. Parlare di sé per parlare all’universo. Ancora oggi quelle rare volte che lo ascolto, mi sorprendo del volume e del suono delle chitarre. Mi piace pensare che lo shoegaze, almeno sul rapporto volume strumenti/volume voce, abbia avuto lì il suo vagito.

Simon and Garfunkel – Greatest Hits

I greatest hits mi sono sempre piaciuti. Lo trovo un modo onesto per dire che non tutto quello che si è fatto è buono. Purtroppo il greatest hits di S&G è buono dalla prima all’ultima nota. Io lo ricordo soprattutto per la qualità del suono delle parole, del modo di cantarle e per una cosa che ancora oggi mi lascia esterrefatto: le due voci sono talmente complementari che non capisci chi fa cosa e soprattutto non pensi che possa esistere una seconda voce fatta così. Non è una seconda voce: la maggior parte delle volte è una contro melodia. “Sound of Silence” ad esempio la prima voce di Paul Simon va sotto alla seconda nel ritornello, con movimento carsico, quasi a lasciare spazio. “The boxer”, “I am a rock” sono stati veri esercizi linguistici e “Bridge Over Troubled Water” mi ha insegnato l’esistenza dei be molle. In realtà lo aveva fatto anche Battisti. Ma di Simon and Garfunkel ne avevo le prove, avevo lo spartito. Ancora oggi miglior album da viaggio in macchina che io possegga.

Franco Battiato – La Voce del Padrone

Il disco italiano perfetto. Sette singoli. Parlare di nulla per parlare di tutto. Giocare con le parole, con i tic e con le citazioni. Unire fisica e metafisica in una voce che è stentorea e presente al tempo stesso. Penso di non aver mai sentito il senso di vuoto come ascoltando “Summer on A Solitary Beach”: ognuno ha la sua balena bianca, ma quello per me rimane il pezzo che purtroppo non scriverò mai.

Nirvana – In utero

Ho cantato per circa un mese ‘Hey wait!‘ dal ritornello di “Heart Shaped Box”, gridando ‘Hey Wayne!’ Album monumentale. Un suono che semplicemente non avevo mai sentito prima. E poi quella forma strofa-in-pulito-ritornello-distorto che era originale forse ma che in loro ha trovato il terroir ideale. “Francis Farmer” era forse il mio pezzo preferito all’epoca, insieme ad “All Apologies”. Considero Cobain un cantante eccellente, dotato di una timbrica unica e di un modo di portare il fraseggio da vero fuoriclasse. Al pari per dire di gente come Lou Reed, Stephen Malkmus, Jason Lytle o per stare con gli inglesi con Damon Albarn e Jarvis Cocker. Morrisey lo trovo troppo consapevole a volte.

The Stone Roses – The Stone Roses

Altro disco perfetto, al quale arrivai passando dai Blur di “Leisure”.
Un disco che si apre con “I Wanna be Adored” dice molto delle sue intenzioni. In realtà la sfrontatezza della prima traccia si sviluppa e si modula su tante altre sfumature. Un disco che per me è rappresentativo di quella che è la forma-canzone tolta dal cantautorato e vissuta a livello di band. Un’idea compositiva iniziale forte che si sviluppa grazie al contributo e alle capacitò dei vari membri.
Soprattutto un disco che gioca con i due elementi fondamentali del pop, la strofa e il ritornello, dando, a seconda delle canzoni, importanza all’uno o all’altro. Per far comprendere la mia idea prendiamo due pezzi “Sugar Spoon Sister” e e “I am the Resurrection” e altri due come “I Wanna be Adored” e “Waterfall”. Nei primi due il ritornello ti mette un razzo nel sedere, ti fa bucare le pareti della camera e ti porta in volo sopra il mondo. Gli altri due pezzi invece hanno la strofa come elemento principale e i ritornelli o sono un orpello per toglire un briciolo della tensione creata (“Waterfall”) o si sciolgono e risolvono quasi in uno strumentale (“I Wanna be Adored”).
Su tutto l’importanza ancora una volta del timbro vocale di un cantante stonato ma imprescindibile.

Blur – The Great Escape

“The Great Escape” ha avuto un passaggio giornaliero sul mio piatto per circa sei mesi. Album densissimo di piccoli particolari nel quale rinnovare l’ascolto. E’ come leggere il ‘Circolo Pickwick’: ti senti a casa ma al tempo stesso trovi sempre qualcosa di nuovo per amarlo, ti conforta e ti sorprende. Per comprendere l’intelligenza compositiva di questo disco, basta soffermarsi su quello che Coxon riesce a fare tra le righe dei pezzi più famosi (“The Universal” e “Country House” su tutti): la sua chitarra sembra non esserci ed invece è quasi icastica. Perché questo accade? Perché i Blur sono una vera band, nel senso che l’obiettivo comunque è la canzone, non ritagliarsi un po’ di protagonismo nel mixaggio o ammorbare l’ascoltatore con vocalizzi e assolo inutili. Disco pieno di episodi diversi dal singolone (ben 4), ai pezzi più riflessivi e destrutturati che avrebbero caratterizzato l’Albarn solista.

Pavement – Crooked Rain, Crooked Rain

Per un periodo i Pavement mi hanno fatto totalmente dimenticare l’Inghilterra e capire una cosa importante per il mio gusto musicale e per quello che ricerco nella musica: la melodia convive con quasi qualsiasi arrangiamento. Più questa è forte più ogni tentativo di farle del male con rivolti impossibili, accordature cervellotiche, arrangiamenti innovativi, distorsioni e reverberi la renderà invincibile. Anzi la renderà immortale.
Pensiamo a “Gold Soundz”. Fate una prova: suonatela al piano e interpretatela alla Burt Bacharach. Oppure usate la cartina tornasole di tutte le melodie: immaginatela cantata da Pavarotti al ‘Pavarotti and Friends’. Malkmus ha giocato tutta la vita con la sua capacità di scrivere perfetti pezzi pop quasi vergognandosene e arrangiandoli in maniera storta, con il risultato che queste melodie sono emerse ancora di più. Disco che mi mette addosso voglia di tour van.

The Velvet Underground – The Velvet Underground

I Velvet Underground, grattati dalla patina iconografica e autocompiaciuta dei fan e dei critici musicali, sono, per me, una rock and roll band. E come tutte le rock and roll band sono in grado di interpretare magnificamente tutti i registri sentimentali, dalla tristezza dolce, alla rabbia, al divertimento cazzaro. Questo disco, più che il ‘Banana’, è per me la rappresentazione di tutti questi stati d’animo: lo puoi bere tutto, attraversando i vari momenti, o puoi prendere pezzi a seconda di come vuoi sentirti nella giornata.

The Beatles – Revolver

Perché? Perché parte con “Taxman” e finisce con “Tomorrow Never Knows”; perché “Eleonor Rigby” contiene la scena più dickensiana di tutta la storia del pop inglese (‘Eleanor Rigby, picks up the rice In the church where a wedding has been‘); perché il corno francese di “For No One” ti fa capire che ci sono i geni e poi ci sono i bravi musicisti e poi ci sei tu; perché la voce di Lennon in “I’m only sleeping” è la cosa più moderna che io abbia mai sentito, e perché strofa-ritornello-strofa-ritornello-special-ritornello è la successione di Fibonacci del pop.

 

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