BERLINALE 2018: FIRST WE TAKE MANHATTAN THAN WE TAKE BERLIN

 
26 Febbraio 2018
 

La Berlinale, come sempre, grida più forte di qualsiasi altro festival il proprio messaggio sociale e politico e lo fa prendendosi sempre molti rischi.

Il direttore, Dieter Kosslick, classe 1948, non ha timore di fare dichiarazioni politiche spesso molto forti come lo scorso anno quando definì Donald Trump “sopravvalutato” rimandando al mittente una considerazione fatta dal Tycoon su Meryl Streep che era presidente del festival.
Quest’anno non ci potevamo aspettare niente di diverso se non un festival ed una premiazione che guardasse in modo molto approfondito all’universo femminile.
Potrà sembrare una reazione estrema ma forse è necessaria.

Il film che si è aggiudicato l’orso d’oro non era il più bello anzi molti già stanno gridando allo scandalo per la scelta ma “Touch me not” della regista rumena Adina Pintilie che racconta l’impossibilità della protagonista di farsi anche solo toccare da un’altra persona dopo aver subito una molestia – motivo per il quale si sottopone ad una terapia di gruppo per superare le proprie difficoltà- ma sicuramente, premiarlo con l’orso d’oro è il messaggio più chiaro al mondo.
Adina Pintilie ha anche ricevuto dalle mani di Jonas Carpignano il premio come migliore opera prima.

La vera rivelazione del festival è stata il film paraguayano “Las Herederas” primo lungometraggio del regista Marcelo Martinessi che si è aggiudicato ben 3 premi.
Marcelo ha 43 anni e si è presentato in concorso con il suo primo lungometraggio dopo aver portato a casa alcuni premi importanti con i cortometraggi tra i quali uno al festival di Venezia nella sezione Orizzonti con un cortometraggio molto apprezzato anche dal pubblico.
Il primo premio è stato quello della FIPRESCI, la federazione internazionale della stampa ed è arrivato venerdi sera.

Per un giovane regista al suo primo lungometraggio poteva essere già un bel successo dato che la FIPRESCI negli anni ha premiato film del calibro di “Magnolia” ed “Il Petroliere” di Paul Thomas Anderson, “Tutto su mia madre” e “Volver” di Pedro Almodovar , “L’uomo senza passato” di Aki Kaurismaki, “Uzak” di Nuri Bilge Ceylan, “Il nastro bianco” e “Amour” di Michael Haneke, “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche e quindi da oggi Marcelo Martinessi può ritenersi in buona compagnia…

Marcelo Martinessi

Il secondo premio, quello più bello che è stato accolto nel palazzo del cinema di Berlino con un urlo liberatorio, un urlo di gioia, è stato l’Orso d’argento come migliore attrice ad Ana Brun, la straordinaria dolcissima interprete di “Chela”. Era ancora forte nella mente di tutti i partecipanti alla cerimonia la bellezza del film e la purezza delle sue lacrime mentre raccontava che le sofferenze di Chela erano tutte ispirate – aimè – alle sue vicende personali.
Vedere Ana Brun piangere senza freni davanti a tutta la stampa è stato un momento di grande impatto, vero e profondo come raramente accade: una gemma nella gemma.
Salita sul palco per ritirare il premio è riuscita a trattenere il pianto, dedico questo premio a tutte le donne del Paraguay ha dichiarato perché sono delle lottatrici! Ed alla mia mamma.

Ana Brun

Il terzo premio portato a casa da Marcelo Martinessi è stato il l’orso d’argento al miglior film, l’Alfred Bauer Prix ovvero il secondo miglior film in competizione.
Ho la grande speranza che questo mio lavoro serva as aprire la mentalità di un Paese così conservatore come il mio ha detto molto emozionato.
Applausi!

“Las Herederas” dopo appena due giorni di festival era apparso come un serio competitor per un premio. Il film parla di due donne Chela e Chiquita che sono definite appunto le ereditiere in quanto costrette a vendere i bellissimi beni di famiglia per sopravvivere. Ogni giorno nella loro casa è un andare e venire di persone che lentamente la svuotano degli oggetti e della storia che apparteneva alle loro famiglie; cristalli, argenterie, mobili, pitture. Una lenta agonia, una emorragia che nessuno, neanche le amiche che provano a sostenerle con un piccolo fondo di solidarietà riescono a bloccare. Chela, osserva senza essere vista, da uno spiraglio di una porta, gli occasionali acquirenti, senza intervenire, senza parlare, è estranea a tutto, al rapporto con Ciquita che è divenuto una triste routine dove agli abbracci si sono sostituiti i rifiuti, è estranea alle amiche, agli oggetti da cui si deve separare. Lo sguardo di Marcelo Martinessi è attentissimo, ci descrive il dramma familiare di queste due donne con mille particolari, il suo ingresso nella loro intimità è profondo e delicato allo stesso tempo. I colori del film sono volutamente spenti, opachi, si respira sia attraverso gli oggetti antichi sia attraverso il respiro affannoso della recitazione un senso di claustrofobia. Chela è una donna timida e distaccata; apparentemente vive tutto quello che le succede restando in superficie, Ciquita invece è una donna esuberante e molto pratica. Il loro rapporto probabilmente dura da molto forse troppo tempo e si è trasformato in una specie di dominio di una sull’altra. Ciquita riceve una comunicazione del tribunale per cui è condannata all’arresto per frode, ed è costretta ad andare in prigione per alcuni mesi lasciando sola la compagna. Chela si trova a dover affrontare da sola tutte le sue paure ed inaspettatamente inizia una attività commerciale facendo da taxi ad un gruppo di allegre vecchiette – le sue vicine – che si riuniscono per passare il pomeriggio a giocare a carte e sparlare di tutti. Qui incontrerà Angie, interpretata dalla bravissima Ana Ivanova. una giovane donna che attratta dalla remissività di Chela, entrerà in sintonia con le suscitando in lei desideri che sembravano perduti. La prima lettura, quella del dramma familiare è solo il punto di partenza per Marcelo che invece ci racconta ben altro; la casa dove vivono è una prigione con tutte le regole della prigione ed il loro mondo si sta disgregando lentamente non solo attraverso la vendita degli oggetti ma anche con il ripetersi di inutili consuetudini di donne che provano a trovare un senso alla loro vita negli spazi angusti che le sono stati concessi.

Las Herederas sono le eredi di un paese in disfacimento ha detto il regista

volevo offrire proprio uno sguardo sulla nostra società dove ancora oggi le donne sono drammaticamente oppresse e possono andare in prigione per motivi futili. Mentre Ciquita è in carcere, continua a comandare le altre donne usando il proprio carisma, la propria forza e l’ambiente della prigione è – nel film – un ambiente con dinamiche molto più libere di quelle che ci sono all’esterno per assurdo si ride e si scherza più in prigione che fuori – chiaramente è una metafora ho usato delle caricature ma è una riflessione sulla situazione sociale del mio paese. Volevo spiegare l’immobilsmo che regna sovrano nella nostra società . C’è una grande repressione nel nostro paese a causa del regime Il mio paese ha vissuto una barbarie un regime orribile. C’è una grande discriminazione ed assenza di diritti nel nostro paese ed essere qui è assolutamente fondamentale per noi e dobbiamo essere tutti parte del cambiamento

Abbiamo una storia militarizzata nel nostro paese ha aggiunto Anna Ivanova che come purtroppo hanno ricordato tutti è invisibile agli occhi del mondo; le donne non sono praticamente mai esistite nel nostro paese nella musica, nel cinema, nella letteratura. Una donna diventa proprietà di un uomo in Paraguay e questa non è una estremizzazione è la triste realtà. Nella nostra società ci sono due tipi di violenze: una violenza visibile, tangibile ed un altra profonda invisibile che respiriamo ogni giorno e che ci opprime.

il film racconta molto di me ha detto Ana Brun la vincitrice del premio come migliore attrice è stato difficilissimo per me ottenere la libertà. molte delle cose sono realmente accadute nella mia vita. Per questo quando sono entrata nella sala stampa sono scoppiata a piangere…è stata una liberazione…però adesso la mia vita è cambiata, mi sono lasciata alle spalle tante cose che mi hanno fatto soffrire e di cui non riuscivo a liberarmi e mi sento felice.

Regista e cast di “Las Heredas” premiati alla Berlinale

il premio per la miglior regia ha messo tutti d’accordo perché è andato a Wes Anderson per “Isle of Dogs”, un delizioso film di animazione con tecnica stop- motion un titolo che pronunciato velocemente suona come I love dogs ed è un vero e proprio atto di amore fatto dal regista texano a questo meraviglioso animale.

Dopo “Fantastic Mr. Fox” questo è il secondo lavoro di animazione di Wes Anderson, un racconto distopico che ci trasporta in un universo regolato da leggi proprie ed indecifrabili.
I protagonisti di questo film sono un branco di cani che vivono nella città immaginaria di Megasaki in Giappone.
I cani come racconta la storia, sono sempre stati amati dai giapponesi in quanto fedeli amici dell’uomo e sempre al suo fianco per difenderlo da ogni nemico ma in seguito ad una influenza canina, per volere del maggiore Kobayashi, il sindaco della città – un tiranno- tutti i cani dovranno essere confinati su un’isola abbandonata, la trash Island, che serviva da discarica per la città di Megasaki.
Un posto invivibile dove i cani randagi si mescoleranno a cani domestici abituati ad una vita agiata e tutti saranno allo stesso livello e dovranno lottare per sopravvivere.
Dopo la deportazione dei cani sull’isola della spazzatura il nipote del maggiore, Atari Kobayashi un ragazzino di 12 anni partirà alla ricerca di Spot, il suo adorato cane anche esso deportato per volere dello zio nonostante fosse stato il suo fedele compagno per molti anni. L’arrivo del ragazzino sull’isola della spazzatura sarà la molla della riscossa dei cani contro l’ingiustizia subita.

Apparentemente il film usa i cani per raccontare una storia universale che appartiene all’umanità ma in realtà come ha detto lo stesso regista il film parte proprio dai cani, è stato l’amore per questo animale unito alla passione di tutti per il Giappone a voler far raccontare questa storia che poi ha ovviamente una chiave di lettura sulla vita quotidiana, sul rapporto con il potere e sugli inganni da questo perpetrati.

Isle Of Dogs

Il cast di attori che ha dato le voci ai protagonisti è veramente incredibile: Bryan Craston, Edward Norton, Greta Gerwig, Bill Murray, Jeff Goldblum, Scarlet Johansson, Tilda Swinton, Frances McDormand, Harvey Keitel e Yoko Ono.

La Berlinale è il festival preferito da Wes Anderson che negli anni passati ha presentato “The Royal Tenenbaums” , “The Life Aquatic with Steve Zissou e “The Grand Budapest Hotel”
Sono molto felice che Wes Anderson apra la Berlinale,“Isle of Dogs” è un film che catturerà il cuore del pubblico con il suo fascino aveva dichiarato Dieter Kosslick il direttore del festival in conferenza stampa ed in effetti è stato così; Wes Anderson è uno dei registi più amati al mondo con lo stile più personale e riconoscibile, ama circondarsi di attori e sceneggiatori che sono anche i suoi personali amici:

Questo gruppo di attori che vedete adesso ha detto stamani alla conferenza stampa dopo la presentazione in anteprima mondiale del suo film è probabilmente lo stesso gruppo di una cena fatta a casa mia… Greta, Bill, Roman, Bob sono anche i miei più cari amici… ho lavorato molto a questo soggetto; volevamo fare una storia su un gruppo di cani abbandonati in un isola piena di rifiuti, ci sembrava un buon soggetto, inoltre volevamo fare qualcosa che parlasse del Giappone, l’unione di questi due punti fissi ha fatto partire la nostra storia. Siamo tutti grandi amanti di questo incredibile paese ed adoriamo la cultura giapponese ovviamente a partire dai grandi maestri del cinema come Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki dai quali abbiamo imparato così tanto. In Miyazaki si trovano degli elementi fondamentali del cinema; la natura ed un senso di pace che danno un ritmo assolutamente inconsueto ai suoi film…una cosa che non si trova nei film di animazione americani ad esempio e questo nostro film voleva essere una versione fantasy del Giappone. La grande scommessa era riuscire a creare una storia interessante e divertente usando dei pupazzi e vi assicuro che non è una cosa facile, abbiamo inventato una situazione politica della città, abbiamo ambientato la storia in un futuro immaginario abbiamo creato un sindaco che rappresentava il potere che opprime la gente ed ovviamente era una storia che calzava benissimo con molte situazioni contemporane

Wes Anderson al momento della premiazione non è potuto essere presente, quindi ha ritirato il premio per lui Bill Murray Sono venuto a Berlino con un cane e torno a casa con un orso ha detto al pubblico che non smetteva di ridere davanti alle sue buffe espressioni mentre non riusciva a capire cosa stesse dicendo la presentatrice in tedesco.

Wes Anderson alla Berlinale

La regista polacca Małgorzata Szumowska ha vinto l’Orso d’argento Gran Premio della Giuria con il suo “Twarz”, una favola dark che racconta la storia di Jack un musicista Heavy metal che deve sottoporsi ad un trapianto facciale in seguito ad un incidente.
Dopo il trapianto inizieranno i suoi guai.
Il senso del grottesco avvolge tutto il film che rappresenta un durissimo attacco alla società polacca partendo dal nucleo familiare criticato come punto di partenza dell’ipocrisia che ammanta una società ormai diventata consumistica.
Il premio per la miglior sceneggiatura è andato Manuel Alcalà e Alonso Ruizpalacios per il film messicano “Museo” con Gael Garcia Bernal.
Orso d’argento per la migliore interpretazione maschile è andata al giovanissimo attore francese Anthony Bajon, protagonista del bellissimo film di Cedric Kahn “La Priere”, un dramma nel quale Thomas, il protagonista inizia un doloroso percorso di disintossicazione dall’eroina in una comunità religiosa dove scoprirà la preghiera come parte essenziale della propria cura.

Importantissimo Orso d’argento per il contributo artistico è andato a Elena Okopnaya, per i costumi del meraviglioso film “Dovlatov” di Alexey German Jr. che è l’opera che più di tutti meritava l’Orso d’oro come miglior film.
Il film ci porta per sei giorni a Leningrado nel novembre del 1971 dove il grande scrittore russo Sergei Dovlatov doveva combattere con il desiderio di restare, di non abbandonare il proprio paese contro il bisogno di vedersi pubblicare il proprio lavoro senza che il suo talento rimanesse incatenato da un regime autoritario ed analfabeta.
La censura, subdola, non amava la sua ironia, il suo stile non conforme al regime ed il suo caporedattore che aveva comunque intuito le grandi potenzialità dello scrittore lo incitava a scrivere un grande romanzo con un eroe ed un antieroe; qualcosa che fosse gradito al Partito e che celebrasse la grandezza, l’eroismo del popolo russo.
Lo scrittore, interpretato da uno straordinario Milan Maric resta nel cuore dello spettatore per giorni e giorni; il suo essere sospeso tra il desiderio di restare, di lottare ed il bisogno di veder pubblicato il proprio lavoro senza pressioni è palpabile nel viso di Maric.
“E’ difficile restare integri quando non sei nessuno“ sarà il suo statement.
Il suo sorriso disincantato, l’ironia, il bisogno di verità: Maric è Dovlatov!
Il processo di identificazione è strepitoso e chi dovesse leggere un romanzo di Dovlatov dopo aver visto il film di Alexey German Jr non potrà fare a meno di pensare al sorriso di Maric.

Il film inizia con una bellissima scena in cui lo scrittore viene mandato dal suo caporedattore a scrivere una cronaca di un film dove degli attori amatoriali interpretano Fedor Dostoevskij, Nikolaj Gogol, Lev Tolstoy. Dovlatov dovrebbe essere li per celebrare ulteriormente il mito della grande letteratura russa ma si prende gioco di loro, lo fa con leggerezza, con affetto, ma la redazione non tollera il suo umorismo e lo licenzia.
Il protagonista vaga costantemente in una Leningrado innevata e passa dagli insuccessi lavorativi alle sue interminabili e fumose notti in cui tutti gli artisti, musicisti, scrittori, registi sono uniti dal desiderio e dal bisogno di cambiamento.
Questa gioventù viene colta del regista all’apice della propria potenza creativa, rende verosimile11 l’energia confluita dal caos degli appartamenti condivisi, delle sessioni musicali improvvisate, delle letture di poesie.
Quel mondo raccontato con lunghissime sequenze è visto con nostalgia da Alexey German Jr, non la nostalgia per l’intollerabile mancanza di libertà ma per la solidarietà, la complicità, gli scambi culturali ed affettivi che si erano creati in quel mondo di artisti oppressi dal potere.

Dovlatov

Da dove nasce il desiderio di fare un film su Dovlatov?
Il motivo per cui ho deciso di fare questo film è che per me Brodtzy e Dovlatov erano persone straordinarie e non sarebbero mai voluti andare via dal loro paese che adoravano.
Sono stati costretti dal regime ed oggi in tutta la nazione ci sono delle stature che li celebrano ed io sentivo di voler raccontare questo recente passato. Mio padre faceva copie dei suoi film e li nascondeva sotto il letto per paura che li censurassero quindi conosco questi sentimenti.
Io ammiro quel periodo, ammiro quella gente perché hanno camminato con la schiena dritta, io forse avrei avuto paura e non sarei stato in grado di resistere a quella pressione.

Ha avuto forme di censura o pressioni per il suo film ?
Per quello che riguarda i tempi moderni, in Russia, oggi posso dire sinceramente di non aver avuto censura o pressioni di alcun genere.
La gente pensa alla Russia come ad una seconda Corea del Nord ma non è così.
Nel passato ci sono tanti esempi di artisti che hanno dovuto soffrire per rimanere fedeli a loro stessi come Dovlatov e Brotzky
È sempre molto difficile rimanere fedeli a se stessi perché il denaro è una forma di censura; immaginate per i produttori del mio film che rischio enorme si sono presi…investire del denaro sulla storia di uno scrittore, non ci sono supereroi, guerre etc…siamo stati fortunati ad avere dei produttori così coraggiosi e lungimiranti senza di loro non ci sarebbe questo film ed anche la Berlinale ci ha aiutato molto perché quando tre anni fa siamo stati ospiti del festival con il mio precedente film “Under electric clouds”, vedere l’interesse del festival, dei giornalisti e del pubblico, questo ci ha dato la forza per fare questo nuovo film.

“Dovlatov” è un film bellissimo, un lungo sogno ad occhi aperti, una cavalcata in un mondo in disfacimento dove le tinte sono volutamente sbiadite, cupe, malinconiche per lasciare uscire la potenza dirompente dei personaggi.
Un film solido come una roccia dove la sceneggiatura, la regia e la recitazione partecipano in egual misura alla creazione di un opera d’arte.
In assoluto il più bel film visto alla Berlinale che avrebbe meritato l’orso d’Oro sia come miglior film che come miglior attore per la sublime interpretazione di un fantastico attore come Milan Maric.
La Berlinale anche questo anno ha confermato di non amare premi facili, le scelte così radicali fanno di questo festival il punto di partenza per il futuro del cinema.

Il cast di “Dovlatov” alla Berlinale

 

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