I 10 DISCHI DA ISOLA DESERTA DI PAOLO ENRICO ARCHETTI MAESTRI (YO YO MUNDI)

 
7 marzo 2018
 

Quali sono i 10 dischi che porteresti con te su un’isola deserta?
Rivolgiamo la domanda, da sempre grande classico di tutti i ‘musicofili’, ai personaggi, artisti ma anche preziosi addetti ai lavori, che più apprezziamo in ambito musicale (e non solo).

Paolo Enrico Archetti Maestri ha fondato 30 anni fa gli Yo Yo Mundi e con la band ha saputo coniugare egregiamente folk, rock e poesia (codificando quasi un genere in Italia nei 90’s). Tra gli oltre 10 album pubblicati meritano una citazione almeno “Percorsi di musica sghemba”, “Munfrâ” e l’ultimo “Evidenti tracce di felicità”, giunto tra i primi 5 dischi dell’anno al Premio Tenco 2016, segno di una mai spenta vitalità.

Ogni volta che mi chiedono di scegliere dieci – o più – album da portare con me nella fatidica isola deserta cambio il mio criterio di scelta (anche se alcuni titoli o artisti rimangono uguali).
Così facendo non replico, mi metto in gioco e mi diverto assai.
Il criterio che ho scelto a questo giro è molto semplice si tratta di dieci grandi canzoni, ma nell’isola, ça va sans dire, io me le porto dietro con l’album intero che le custodisce.
Eccole in ordine sparso e con le loro necessarie introduzioni.
Buon viaggio, buon ascolto”.

David Bowie – Heroes

Mia nonna Angiolina Enrichetta raccontava sempre di quel giorno in cui aveva ascoltato per la prima volta Domenico Modugno cantare “Volare (Nel blu dipinto di blu)”. “Volare” sgorgò improvvisa fuori dagli altoparlanti delle radio dell’Hotel Nuove Terme di Acqui Terme, dove lei e alcune amiche si erano riunite nel pomeriggio per una tazza di tè o un cordiale. E quel fiume in piena di suoni, parole, e battiti d’ali le travolse a tal punto che non resistettero più e si alzarono tutte in piedi. Lo sguardo estasiato rivolto alla radio. Non avevano mai sentito niente di simile prima di allora. Un rivoluzione per le loro orecchie. Un tumulto nel cuore. Era il 1958 niente sarebbe mai stato più come prima, quella canzone avrebbe cambiato il mondo e, in qualche modo, la vita di nonna. Ecco, ora cambiamo epoca, scena e protagonisti: un giorno rientro a casa, i miei stanno guardando la televisione, li saluto e mi infilo nella mia stanza, dopo poco arriva mio padre Giuliano che da una fessura della porta mi dice: guarda che in tv c’è un servizio su un cantante che ti piace. Con tutta la lentezza del mondo mi alzo e raggiungo il tinello (così facendo mi sono perso la prima parte dello speciale che ho visto oggi per la prima volta), mi metto a sedere vicino a mamma Miry (che anni prima mi aveva regalato il 45 giri di “Life on Mars”) e ascolto. Inizia “Heroes”, sono suoni misteriosi venuti di altre galassie che mi travolgono, tremo per l’emozione, Bowie attacca a cantare, io non mi contengo più, mi sollevo dalla sedia. Una energia pazzesca mi sradica da lì. Esattamente come mia nonna diciannove anni prima ascoltando Modugno cantare “Volare”. Mi avvicino allo schermo, guardo David forse per capire davvero se quello che sentivo era tutto vero. Ma, improvvisamente la canzone, viene interrotta da una voce fuori campo – che poi è lui intervistato -, faccio un passo indietro e mi lascio andare sulla sedia quasi stremato da tanta emozione. In quel preciso momento Bowie racconta come è nato il brano, fai il segno dei nastri che girano e poi mi guarda e mi spiega come si scrive una canzone, parla con me, solo con me. Finisce il racconto e il suono di “Heroes” si riprende la scena e quel vento di incredibile novità mi costringe ancora a sollevarmi dalla sedia. Era il 1977, niente sarebbe mai stato più come prima, quella canzone e quel disco avrebbero cambiato la mia vita e il mondo.

Autori vari – Soundtrack Barry Lyndon

Questa colonna sonora è meravigliosa, da ragazzino (è del ’75) mi ha fatto sognare tanto, da grande è rimasta importante come un rifugio segreto nascosto in alto tra le braccia di qualche gigantesco albero, mi ci sono riparato diverse volte, diverse volte mi ha consolato e narrato storie sempre nuove. Poiché un giorno sparirò, più o meno come tutti, me ne andrò oltre e altrove. Quelli che resteranno qui e che mi vorranno salutare faranno festa e suoneranno per me anche questa canzone intitolata “Women of Ireland” nella versione dei The Chieftains. Una delle melodie più belle di sempre. Per sempre.

David Sylvian – Secrets of the Beehive

I poeti sognano gli angeli e la gente comune sogna di volare, ma anche di cadere salvo poi svegliarsi nel proprio letto, messi di traverso, confusi… E a fatica rialzarsi incerti come puledri appena messi al mondo – ma con una così nel cuore giocosamente imbizzarrito -, guadagnando una posizione eretta sul bordo del materasso e dicendosi a voce muta: sognavo sempre di cadere da bambino, quando il mio sogno bambino era il sogno di un bambino, ma allora, no, non avevo mica paura. La canzone è formidabile con un suono che lascia senza fiato ancora oggi a distanza di trent’anni, ma tutto “Secrets of the beehive” è opera stupenda con Sylvian mai così ispirato. Io ho il vinile con l’aggiunta di “Forbidden Colours”, altra composizione meravigliosa realizzata con la sapiente complicità di Ryuichi Sakamoto, ecco senza dubbio alcuno nell’isola deserta mia porto anche la bonus track!

Lalli – All’improvviso, nella mia stanza

Ho la testa storta questo è un dato di fatto ed è un dato di fatto che ci siano canzoni che si prendono tutto di te. Ascoltandola la prima volta ho pianto – Lalli canta che è una meraviglia -, mi sono disperato, ho annusato la tristezza della sabbia bagnata di notte, quella dei paesaggi sfuggiti al di là del finestrino del treno, quella delle mani che ti scivolano dalle mani – che forse è più malinconia che tristezza -. Ascoltandola però ho anche riso forte, ho sorriso piano, ho sentito la felicità che mi entrava dal naso, sfiorava le ciglia, solleticava il collo. E poi l’ho cantata, regalata, diffusa. Mi sono abbandonato a lei, l’ho sventolata come bandiera, la amo, come si ama un libro, un gatto, una stella. E mi dico, ogni volta che mi tuffo dentro questa canzone, che preferisco il rumore del mare e adoro la voce di Lalli.

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Lettera aperta agli scarafaggi del beat, ai quattro di Liverpool, all’equipaggio del sottomarino giallo, ai ragazzi che ci hanno dipinto e colorato orecchie e cuore usando per un intero album doppio solo il colore bianco! Tante volte, come tanti, ho pensato che voi avreste dovuto rimettervi insieme, affittare il cielo e suonare per tutti noi che sentivamo dentro e fuori l’abisso della vostra mancanza. Noi che pensavamo di aver subito un torto, un’ingiustizia, un sgarbo, quasi. Noi che cercavamo le risposte, mentre i potenti ci cambiavano le domande. Noi, orfani di voi, che, ingenui e persi, non avevamo ancora capito che forse – per dirla con il De Gregori – non c’era niente da capire. Cari John, Paul, George e Ringo… Ogni volta che ascolto “A day in the life” * io capisco quel che c’era da capire. E vi vedo su quel palco tra nuvole, terra, fuoco e cielo – finalmente di nuovo tutti insieme -, socchiudo gli occhi e, nota dopo nota, scopro finalmente quel che c’è ancora da scoprire.

* Negli anni, per gioco, ne ho raccolto decine e decine di versioni realizzate da altri artisti, trattandosi di canzone magica e misteriosa, sono curioso di ascoltare tutti quelli che si sono avventurati nell’interpretazione di questa assoluta meraviglia.

Yann Tiersen and Friends – Black Session 

L’album tutto è bellissimo con un gran Tiersen ed ospiti straordinari, registrato live, è un lavoro davvero pazzesco, cercatelo, ascoltatevelo, godetevelo nella sua interezza. Questa canzone l’ho ascoltata per la prima volta in un disco dei Noir Désir e subito l’ho amata – riascoltandola decine e decine di volte -, questa versione però è sublime, incredibilmente sublime. La voce di Bertrand ti trapassa il cuore. Eccone alcuni versi, tradotti malamente e al volo: A Marcos. Alla gioia. Alla bellezza dei sogni. Alla malinconia. Alla speranza che ci trattiene. Alla salute del fuoco e della fiamma. Alla tua stella.

Fabrizio De André – Anime Salve

Un disco tanto straordinario, quanto doloroso. Ivano Fossati e Faber De André finalmente insieme inanellano una serie di composizioni epocali. Quando ascoltai questo brano rimasi senza parole. Solo certi libri mi hanno regalato tanto, solo certi racconti preziosi, immensi, nutrienti mi hanno fatto viaggiare così oltre il tempo, insieme alle due sorelle che vivono schiena contro schiena, senza mai guardarsi negli occhi: Memoria e Storia. Ecco la presentazione che De André usava proporre prima di eseguire il brano: “L’emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni, se vogliamo credere a Erodoto. Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano – d’altra parte non possono rinunciare a quell’impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni – però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato.”. Alla faccia di questi tempi barbari, dei razzisti, dell’intolleranza, dell’egoismo.

The Who – Tommy

Due cose importanti la prima è che “Tommy” intorno ai quattordici anni lo sapevo tutto a memoria, sia i testi e sia le musiche, e lo suonavo a manetta – canzone per canzone – insieme ai miei amici degli anni belli. Sognavamo di metterla in scena, sognavamo anche di riuscire un giorno a scrivere anche noi un’Opera Rock come “Tommy” e di girare il mondo con la nostra musica. Seconda cosa che mi preme svelare è che io volevo con tutto me stesso essere Roger Daltrey. E volevo essere libero da tutto e da tutti. “I’m free” era il mio inno. “Tommy” è un capolavoro immenso e i The Who sono la rock band che mi ha preso il cuore da Woodstock in poi.

Nick Cave and The Bad Seeds – Murder Ballads

Un disco che viene da un altro mondo, Nick Cave, la sua variegata banda che non sbaglia un colpo (infatti alla fine muoiono tutti ahahaha) e dieci canzoni davvero incredibili! Poi, mentre rileggevo le miei scelte, mi sono accorto che nell’isola deserta a ‘sto giro stavo portando poche voci femminili… E, allora, meno male che in “Murder Ballads” la rappresentanza è ottima. Si va, infatti, dalla interpretazione strepitosa – chi lo avrebbe detto mai – di Kylie Minogue in “Where the Wild Roses Grow”, fino alla mia adorata Polly J Harvey, voce da favola, nella miracolosa “Henry Lee” (ma nel disco c’è anche Anita Lane, se vi capita ascoltate la sua versione di “Bella Ciao”, davvero da brividi).

Francesco De Gregori – Il mondo di Francesco De Gregori Volume 1

E proprio con l’ultimo album in elenco trasgredisco due regole, quella che mi sono imposto di scegliere una canzone che si traina dietro l’album (del De Gre avrei scelto “La Storia”) e quella di evitare le raccolte. Ma, credetemi, questa raccolta l’ho letteralmente consumata ed è stata compagna di viaggio per tutta la mia adolescenza e poi, Francesco, potrebbe leggere canticchiando un elenco telefonico e io, ascoltando la sua voce, mi commuoverei comunque. Un giorno cantando insieme “Rimmel”, sentendo la mia voce accarezzata dalla sua, mi sono messo a piangere per l’emozione. Bene* io non so per quale scherzo del caso o sortilegio accada ciò, ma è così mi adeguo e ve lo svelo come ultimo piccolo segreto ringraziandovi per aver intrapreso questo viaggio sonoro e mnemonico insieme a me!

Grazie di cuore, ogni gioia e bellezza per voi.

“Bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia,
sono tuoi, ma è inutile cercarmi sotto il tavolo, ormai non ci sto più
ho preso qualche treno, qualche nave, qualche sogno, qualche tempo fa… “

 

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