“HO IMPARATO AD AMARE LE IMPERFEZIONI”. INTERVISTA AD IRON & WINE.

 
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12 marzo 2018
 

L’appuntamento per intervistare Sam Beam è alle 14.30 all’Alcatraz di Milano, il locale dove è stato spostato il suo concerto di questa sera dopo che i biglietti per la location prevista (Santeria Social Club) erano andati sold out nel giro di poche settimane. Esco dalla metropolitana in ritardo, come al solito. Prendo una bici e pedalo più veloce che posso sotto la pioggia battente. Arrivo all’Alcatraz giusto in tempo, col fiatone, la porta è socchiusa. Dentro incontro subito Jess, la tour manager: “Tempismo perfetto!”, mi dice e mi fa strada verso i camerini. Attraversiamo il locale vuoto, mentre proprio in quel momento i tecnici stanno appendendo le nuvole bianche sopra il palco, unico elemento di scenografia per questo tour.

In fondo a un dedalo di corridoi Jess bussa a una porta, dentro in una stanza piccola e scura c’è Sam, che mi saluta col suo tono di voce basso ma nitido e si premura di mettermi a mio agio, anche se nella stanza c’è solo un piccolo tavolo, due sedie di metallo e un frigorifero pieno di bottigliette d’acqua che emana una luce bluastra. Mentre mi tolgo la giacca e cerco il mio telefono per avviare la registrazione, gli faccio notare che erano molti anni che non passava da Milano e gli chiedo se ha approfittato dei giorni di pausa dall’ultimo concerto in Svizzera per fare un po’ il turista. “No, non ho visto il Duomo questa volta, sono rimasto a riposarmi in albergo”, mi risponde. Gli chiedo se sapeva che il locale del suo concerto doveva essere un altro, molto più piccolo, e mi risponde di no; sembra sinceramente dispiaciuto di non avere l’occasione di suonare in un contesto più intimo. Ma come dimostrerà questa sera, è uno degli artisti con quel talento raro di saper creare un’atmosfera di intimità sia in un camerino di pochi metri quadrati che in un locale pieno di migliaia di persone.

Sono più di 10 anni ormai che registri dischi e suoni come “Iron & Wine”.
Sì, quasi 15, è incredibile.

Stando a molte recensioni, il nuovo album chiude un cerchio, tornando a un suono più acustico, ma dopo aver confrontato il nuovo disco con quelli più vecchi non lo trovo così simile. È semplice identificarne le somiglianze, ma mi sembra più difficile riuscire a evidenziare le differenze. Secondo te in cosa sono diversi?
Penso che il linguaggio musicale sia diverso, c’è una diversa libertà… Credo che il mio rapporto con la scrittura sia differente.

Cosa è cambiato, il processo di scrittura o quello di registrazione?
Mi sembra di lavorare allo stesso modo, mi interessa sempre utilizzare le parole in modi diversi e penso che il mio approccio sia rimasto simile. Direi che queste sono le somiglianze, secondo me. Lavorando su questo gruppo di canzoni mi sono reso conto molto presto che erano davvero intime. Non saprei come altro dire, erano delle canzoni più introspettive. Negli ultimi dischi tendevo a sporgermi verso l’esterno, mentre in questo disco la direzione era opposta, introversa. Quindi direi che l’approccio è simile e lo è anche il voler dare spazio ai testi. Volevo che fossero le storie a essere in primo piano: non volevo fare quel tipo di canzoni che ti fanno ballare ma poi ti chiedi cosa stia dicendo il testo. È stato un disco più diretto, ma al contempo non credo che nei primi dischi sarei riuscito a inserire dei musicisti jazz. Sicuramente le imperfezioni non mi interessavano come forma di contrappeso alla bellezza. All’inizio cercavo di eliminare gli errori, di creare degli inni.

Al contempo penso che i tuoi primi dischi avessero un’atmosfera più lo-fi perché…
Perché erano registrati in casa.

Esatto. Da quel punto di vista, quindi, avevano delle imperfezioni, ma di un altro tipo…
Sì, di un altro tipo. Molti dei miei momenti preferiti del nuovo album sono totalmente improvvisati, mentre nei primi dischi non c’era alcuna improvvisazione e questo è dovuto al sentirmi maggiormente a mio agio, all’aver imparato cose diverse nel corso degli anni.

Probabilmente anche a una maggiore consapevolezza?
Beh, sì… Cioè, mi sentivo consapevole quando li ho registrati, ma in un modo diverso. Non mi sentivo nelle condizioni di fare cazzate, di farle diventare parte della performance.

Credo che ci sia stato anche un altro tipo di ritorno a casa, non dal punto di vista musicale, ma proprio in senso letterale. Se non sbaglio sei nato e cresciuto nel Sud Carolina, per poi spostarti in Virginia, a Miami, in Texas e infine nel Nord Carolina.
Sì, sto tornando alle origini.

C’è una corrispondenza tra il ritorno alle origini dal punto di vista musicale e quello più geografico?
Penso che si tratti più che altro di serendipità, di coincidenze, ma al contempo parte del materiale dei testi, gli argomenti, sono nati dal mio spostamento. “Thomas County Law”…

Anche io stavo pensando a quella canzone…
Sì, quella canzone l’ho scritta mentre mi stavo trasferendo.

Mi sembra che in un’altra intervista tu abbia detto che questa canzone parla del “negare e allo stesso tempo accettare le proprie origini”. È qualcosa che continui a fare?
Ovviamente amo il sudest degli Stati Uniti, è il posto dove sono nato, una cultura che conosco, è bellissimo. Ma ci sono anche alcune parti della cultura che sono molto difficili da comprendere. Si tratta un po’ anche di un sentimento americano, l’idea di spostarsi verso ovest per trovare te stesso. Sai, in un certo senso il partire, diventare un uomo, riuscire a trovare la tua strada, è molto importante in America.

A un certo punto ti sei sentito attratto dalle tue origini?
No, era piuttosto un desiderio, le nostre famiglie sono nella East Coast. Mi piace stare lì, poter vedere la mia famiglia, ma anche vivere più verso ovest mi piaceva.

Mi pare che a Austin non abitassi proprio in città, bensì un po’ fuori. È così anche ora? Vivete in una casa in campagna o qualcosa del genere?
Stiamo un po’ fuori, ma comunque molto vicini, così che le nostre figlie possano andare a scuola a piedi… Insomma, un buon compromesso.

In Europa specialmente, ma forse anche negli Stati Uniti, quando si pensa all’area della “Bible Belt”, ci sono molti stereotipi, si pensa che siano tutti elettori di Trump, degli ignoranti. Ma si tratta anche dell’area da cui provengono molti artisti, compreso tu. Quali sono gli aspetti della cultura del Sud di cui sei maggiormente orgoglioso?
Mi piace il loro legame con la natura. Credo che sia sbagliato ritenere le persone religiose ignoranti, penso solo che abbiano paura o che trovino nella religione una bellezza necessaria. Per me non è necessaria, ma non penso che siano ignoranti, semplicemente non sono d’accordo con loro. Mi piace il loro senso dell’umorismo, il loro garbo, mi piace moltissimo la loro musica, che deriva dal loro senso dell’umorismo. Si tratta di una cultura strana, orgogliosa, ma anche molto amara. È una strana combinazione, ma la cosa che mi piace di più è sicuramente il loro umorismo. Le persone che vengono sempre sconfitte hanno il miglior senso dell’umorismo.

In parte si ritrova anche nelle tue canzoni, vero?
Sì, ci provo… Non riesco a trovare un posto per l’umorismo nelle mie canzoni, credo sia perché l’umorismo è parte della mia vita di tutti i giorni e la scrittura delle canzoni è un po’ uno spazio sacro in cui posso dire le cose importanti per me. L’umorismo in qualche modo porta a sviare…

Forse emerge maggiormente quando sei sul palco.
Sì, era quello che cercavo di dire, devo sdrammatizzare in qualche modo, altrimenti è troppo pesante, e sai, anche essere sempre e solo pesante…

Nei concerti in cui ti ho visto, mi è sembrato che ti venisse spontaneo interagire con il pubblico, sia ampio che più ristretto. È sempre stato così o è qualcosa che hai imparato nel corso del tempo?
È sicuramente qualcosa che ho imparato, ho imparato a lasciarmi andare. Ero estremamente introverso, e lo sono tuttora. La gente mi piace, ma non sono una persona estroversa. Esibirmi davanti a un pubblico mi terrorizzava perché provengo da una scuola d’arte, dall’ambiente delle arti visive, in cui ti abitui a rifinire tutto, più volte, prima di mostrarlo agli altri. Invece nella musica dal vivo è il contrario, il suo bello è la spontaneità, il funambolismo, pensare se ce la farai o meno. E così, dopo aver fatto degli errori davanti a un numero sufficiente di persone, per un numero sufficiente di volte, ho capito che alle persone non importa, sono lì perché cercano un rapporto, vogliono provare qualcosa. E quindi ho deciso che non importa, che posso divertirmi. Ci ho messo molto a impararlo, ma è stato un vero balzo in avanti, perché è l’esatto opposto del mio carattere, ma allo stesso tempo, da allora ho iniziato a divertirmi.

Per caso, qualche settimana fa, ho rivisto il film di Tim Burton, “Big Fish”, e non so, forse perché sapevo che ti avrei intervistato, ho trovato delle analogie. Innanzitutto è ambientato in uno stato del sud, l’Alabama, e poi credo che il suo fulcro sia il raccontare delle storie e l’importanza di questo racconto. Per te il raccontare storie è importante quanto viverle?
Penso che dipenda, alcune persone amano vivere le cose, altre amano elaborare la loro vita, non importa se noiosa o intensa, scrivendo racconti o canzoni, al meglio delle loro capacità. È il ruolo dei poeti e degli scrittori: anche quando si lamentano che le cose vanno malissimo, in realtà stanno parlando di come le cose potrebbero andare bene.

È quello che fai in molte canzoni.
Esatto.

I temi sono spesso tristi e cupi, ma ho letto varie persone secondo le quali le tue canzoni sono in qualche modo ottimistiche.
Lo penso anche io. Anche il solo avere uno spazio sacro, non per forza una canzone sacra, ma il parlare di cose importanti per noi, cose che abbiamo fatto, cose che erano sbagliate, cose che volevamo accadessero e non sono accadute. È come se ci trovassimo nella stessa situazione, potessimo capirla, e anche se quello che desideravamo magari era sbagliato, per noi era giusto, per qualche motivo. Penso che queste siano le cose importanti. Mi piace evidenziare la bellezza reale o potenziale nella vita. Perché ci sono moltissime cose che vanno in direzione contraria e io voglio usare il mio spazio creativo per trovare una forma di equilibrio tra queste due energie.

Insegnavi cinematografia e hai smesso dopo che è iniziata la tua carriera musicale. Guardi ancora molti film? Il cinema continua a piacerti?
Ci provo, ma mi manca il tempo. È difficile, ho un sacco di libri, di film, moltissimi album che vorrei ascoltare, e faccio fatica a trovare il tempo per fare tutto. Cerco di tenere il passo, ma è difficile. Ho lavorato su alcune sceneggiature, spero di riuscire a fare presto un film.

Cosa conosci del cinema italiano?
Non seguo molto il cinema italiano contemporaneo, ma Fellini è uno dei miei preferiti.

E qual è il tuo film preferito?
“La strada” è il mio preferito di sempre, è così poetico.

Tornando al tour, l’ultimo tuo concerto che ho visto è stato nel 2013, al Barbican di Londra, un concerto bellissimo. Se ben ricordo i musicisti sul palco erano dodici. E poi era in un teatro, anche piuttosto formale. Quanto è diverso questo tour, con una band più piccola? Avete dovuto riarrangiare tutte le canzoni?
È completamente diverso. Da un certo punto di vista non ci sono sempre diverse sezioni che suonano e abbiamo sicuramente dovuto riarrangiare alcune parti, ma questo è esattamente ciò che mi diverte dell’avere una nuova band, mi piace utilizzare una canzone come copione e reinterpretarla con attori diversi.

I musicisti di questo tour erano parte della band più grande del tour precedente o si tratta di una band completamente nuova?
Teddy, il violoncellista, ha suonato nella sezione degli archi in quel tour, l’ho conosciuto così. Lui e Sebastian, il bassista, hanno suonato entrambi in questo disco e nel disco che ho fatto con Jess Hoop. Le altre due musiciste sono nuove, Eliza e Beth, tastiere e batteria. Sono tutti dei musicisti jazz e con una formazione classica, quindi è molto divertente, puoi suonare praticamente tutto, sanno passare dal rock a parti bellissime di avant-jazz, è incredibile.

Improvvisate mai sul palco?
Per la maggior parte del tempo, direi. Gli accordi sono gli stessi, anche la forma, ma poi c’è questo spazio… La maggior parte sono delle canzoni folk, basate sul blues, quindi girano sugli stessi accordi, ma quello che loro riescono a fare è improvvisare sopra alle progressioni di accordi e creare un terreno per le melodie. È simile a come è nel disco, c’è una sorta di apertura ma allo stesso tempo accade moltissimo in un secondo piano… è divertente. Dopo aver fatto l’esperienza di andare in tour con una band più grande, che è stato molto bello, mi sono però anche reso conto che non avrei potuto farlo per molto tempo, perché c’è un sacco di strumentazione, tutto si muove molto lentamente, ci sono un sacco di persone quindi non puoi improvvisare nulla.

C’è meno libertà…
Finivamo con il suonare sempre le stesse canzoni, ne toglievamo alcune, ne mettevamo altre, ma non mi piaceva continuare a suonare sempre la stessa canzone, non ci riesco proprio. Con questa band posso accennare sul palco qualcosa di nuovo e improvvisiamo. È meraviglioso avere una simile libertà.

Cosa farai dopo il tour? Dicevi che potresti lavorare a un film?
Sì, vorrei lavorare su quelle sceneggiature, dipingere, registrare qualcos’altro a marzo, delle canzoni che sono rimaste fuori dall’ultimo disco e che mi piacerebbe pubblicare. E poi riprenderemo a fare concerti, penso che torneremo in Europa in estate.

Un’ultima domanda. Hai cinque figlie e ho trovato un paio di interviste in cui ne parli, ma non mi sembra che tu abbia mai detto se apprezzano la tua musica, se vengono ai tuoi concerti…
A volte, sì. Amano la musica, ma non ho mai chiesto loro cosa ne pensino delle mie canzoni. È qualcosa che c’è sempre stato, io ho sempre suonato, quindi non penso che loro ci facciano realmente caso, che si domandino se la mia musica piaccia loro o meno. Quest’anno ho ricevuto una nomination per un Grammy Award ma ero in tour, quindi non potevo partecipare. Allora ho mandato le due figlie maggiori, sedute vicino a Beyoncé, è stato molto divertente.

Magari una di loro farà la musicista?
Amano la musica. Frequentano una scuola waldorfiana, in cui la musica è molto importante, cantano tutto il giorno. Per ora nessuna sembra avere maggiore interesse delle altre, ma di sicuro la musica è importante per loro. Per me invece è stato diverso, non sono cresciuto cantando in casa, a scuola, quindi chissà…

(traduzione di Valentina Turra)

 

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