I 10 DISCHI DA ISOLA DESERTA DI MASSIMO ICE GHIACCI (MODENA CITY RAMBLERS)

 
20 marzo 2018
 

Quali sono i 10 dischi che porteresti con te su un’isola deserta?
Rivolgiamo la domanda, da sempre grande classico di tutti i ‘musicofili’, ai personaggi, artisti ma anche preziosi addetti ai lavori, che più apprezziamo in ambito musicale (e non solo).

Massimo Ice Ghiacci è conosciuto ai più per essere il bassista della storica band dei Modena City Ramblers, con cui suona ininterrottamente dal 1992. Con loro ha inciso 11 album di inediti più vari altri progetti ma in realtà è molto di più: compositore, polistrumentista e anche cantautore con all’attivo un disco uscito dieci anni fa. La sua passione per la musica è totale e si riflette anche nelle scelte.
Massimo, introducendo la sua speciale lista esordisce così:

“Eccoci! Ho dovuto sanguinare, lasciano fuori Pink Floyd, Who, Bowie, i vecchi U2, Dylan e il Boss, ma “that’s it”!”

The Beatles – Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Potrei citare qualsiasi altro lavoro di quella che per me è e rimarrà per sempre la più grande band della storia: scelgo questo perché ha praticamente la mia stessa età ed è un disco semplicemente rivoluzionario. Per i suoi suoni, per il suo essere un lavoro concettuale, per la qualità del songwriting. Nel 1967 arrivò nel mezzo della produzione pop come un qualcosa di alieno, ‘nuovo’ e originale come se non potesse essere stato concepito nel nostro stesso pianeta e tutt’ora risulta una pietra angolare nelle magnifiche sorti progressive della rock music.

The Pogues – If I Should Fall From The Grace Of God

Se non esistessero non ci sarebbero i Ramblers. Il folk irlandese e, più in generale, la musica popolare si unisce al punk, con una scrittura di enorme qualità, per capacità poetiche e densità lirica. Su tutti il genio stralunato e alcolico di Shane McGowan, ma non solo, evidenti i grandi contributi degli altri membri, Jem Finer, Phil Chevron e, all’epoca di questo disco, il nuovo entrato Terry Woods, che con la sua enorme cultura e conoscenza folk contribuì non poco al maturo sviluppo del suono della band. Ho avuto l’onore di conoscerli personalmente e il privilegio enorme di avere lavorato e inciso più volte proprio con Terry Woods. Li amo, incondizionatamente.

Tom Waits – Rain Dogs

La narrazione della grande canzone americana si incontra con quella europea, in una dimensione sonora e stilistica fuori dal tempo. Tom va oltre l’essere crooner, diventa tanto di più: orco, profeta, navigante, demone, dannato, randagio cantore delle vite di periferia. Sono canzoni conficcate nella mia anima, divenute carne, e radice.

Planxty – Planxty

Capolavoro della lettura del patrimonio folk celtico da parte di alcuni tra i più grandi interpreti irlandesi degli anni ‘70. Con gemme originali scritte in stile, prima fra tutte la struggente “West Coast of Clare” di Andy Irvine. Inarrivabile per la pulizia e l’equilibrio degli arrangiamenti basati sugli strumenti tradizionali.

Edoardo Bennato – Burattino senza fili

È stato il primo disco, LP, che ho comprato. E di Bennato è stato il primo concerto della mia vita. Ero un bambino, imprinting? Non solo questo, l’album è un capolavoro della musica pop italiana. Decisamente una pietra miliare partorita nel periodo più fortunato del cantautorato italiano. La lezione di Dylan, e più in generale del folk rock americano, si allungano nella personalità artistica del musicista partenopeo, che prende a spunto l’avventura collodiana per cantare della quotidianità dei nostri rapporti e dei nostri desideri e sogni.

The Rolling Stones – Some Girls

Acquistai questo LP da bambino, già conoscevo i Beatles e volevo capire chi fosse questa band di cui si parlava come dei loro principali rivali. Al tempo non era come ora, c’erano solo le radio libere, che trasmettevano vagonate di musica ma non a comando, non si accedeva con un clic a qualsiasi cosa, occorreva cercare, esplorare, incontrare. E ricordo bene la magia di quella conoscenza. Innanzitutto l’artwork warholiano, la copertina bucata per far risaltare le facce nella busta interna, e poi la musica, la sua densità e vischiosità nei groove e nell’impasto delle chitarre. C’era da perdersi, e tanto da immaginare, ascolto dopo ascolto, anno dopo anno, da bimbo ad adolescente…

The Clash – London Calling

Ricordo ancora una recensione dell’epoca di questo capolavoro, l’ ”illuminato” critico ne parlava in termini di tradimento della causa del punk, sputando sopra la band e definendola ‘venduta’… direi che la storia lo ha ampiamente contraddetto! Questo disco è una bibbia, per la ricchezza di linguaggi sonori che emergono dai suoi solchi. Il rock si fonde col punk e con ritmi latini e giamaicani: una miscela stilistica che diventerà nei decenni successivi un vero e proprio ‘genere’ musicale. Scusate se è poco!

The Police – Regatta De Blanc

Negli spogliatoi della scuola, ora di ginnastica, il mio amico mi chiede se ho sentito i Police, “suonano velocissimi”… qualche giorno dopo vado al negozio di dischi e vedo la copertina in vetrina. Conoscevo Marley perché le vespe dei più grandi avevano tutte l’adesivo con la sua faccia, il reggae per me non era un genere ma un’acconciatura arruffata di tizi con la sigaretta in bocca. Il fatto che qui erano tre bianchi coi capelli biondi mi incuriosiva alquanto. Mi piace quando le cose si scaravoltano e ciò che non dovrebbe essere è. La musica dei Police, di questo disco e del precedente esordio soprattutto, è e sarà sempre questo per me, una magia bellissima di ritmiche spostate, melodie acide e quel basso che mi pulsa dentro ogni giorno che mi viene regalato.

Mano Negra – Casa Babylon

La band di Manu Chao è stata un vero flash, una patchanka che pescava con attitudine irriverente e pop dal punk, dal rock anni ‘50, dalla chanson francaise e latina e anche dal rap e dall’etnico, frullando il tutto come potrebbe fare un Topolino dj fumatissimo (si, il fumetto!). Questo è per me il disco della maturità, con un suono incredibile, che collega la banlieue dei diseredati francesi fino alla “frontera” latinoamericana, a inseguire l’utopia a cavallo di un treno di ghiaccio e fuoco.

Les Negresses Vertes – Mlah

Che stile, che fantastica sarabanda di valzer, ballate, cavalcate gitane e improvvise incursioni arabe! La fisarmonica e la chitarra manouche a tessere una trascinante trama ritmica che accompagna verso territori meticci, dai bistrot parigini al Mondo… La voce del compianto Helno, una sorta di meraviglioso incrocio tra Joe Strummer e Shane McGowan cresciuto a pastis e croque-monsieur, e la grande personalità di Mellino, musicista straordinario e altrettanto valido cantante dal timbro inconfondibile. Proprio con lui in un bar di Reggio a notte fonda davanti a un whisky ho chiacchierato di bellezza, zingari, donne e fantasmi…

 

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