LA LUNGA STRADA CHE PORTA A FIDARSI. INTERVISTA AI MINISTRI.

 
20 marzo 2018
 

Era il lontano 2009, i Ministri uscivano con “Tempi Bui”, secondo album della band, e in un paesino di nome Guardiagrele, il mio bellissimo paesino, alla veneranda età di 10 anni (quasi 11) stavo assistendo a uno dei miei primi concerti.

Inconsapevole del futuro stavo vivendo uno di quei momenti che ti cambiano per sempre.

Dieci anni dopo mi sono ritrovato al telefono con Divi a parlare di “Fidatevi” e di come la scena sia cambiata da quel 2009, di come il pubblico sia ancora terribilmente affezionato alla musica, alle parole e ai valori che i Ministri ormai da più di un decennio mettono in mostra con intelligenza e potenza sui palchi di tutta la nostra penisola.

L’ultima cosa che avete fatto prima di “Fidatevi” è stato il tour celebrativo de “I soldi sono finiti”, ma come è stato utile quel tour per raccogliere tutte le idee che poi avete messo in questo disco nuovo?
In realtà è stato utile per capire quello che eravamo e riaffrontare, a distanza di una decade, le domande che ci eravamo posti. Ci siamo accorti che avevamo una libertà diversa, perchè quando non hai uno storico dietro di te è più semplice in qualche modo affrontare alcune cose, anche se è contemporaneamente più difficile avere una rotta, trovare una definizione del proprio suono e delle proprie cose. C’erano tante cose che magari sono relegate un po’ al mondo delle ingenuità, che però è realtà erano estremamente istintive. Abbiamo chiuso il tour affacciandoci alla composizione di questo nuovo capitolo ed è stato sicuramente stimolante, non so però in che misura poi questa cosa abbia influenzato le canzoni successive, però è stato un riprendersi, utile per riscoprirci ancora.

Adesso vorrei chiederti: c’è qualcosa che non rifareste nella vostra carriera o che non vi convince più?
Diciamo che è tutto parte di un percorso: col senno di poi certe robe le possiamo vedere adesso come delle scelte sbagliate, però può essere che tra 5 anni le rivediamo come delle cose giuste. La cosa sicuramente che è stata un filo più problematica è stata la gestione iniziale dei media e di situazioni nelle major: noi non avevamo una spina dorsale formata e alcune scelte sono state poco consapevoli.

Oggi per le giovani band il panorama è più ostile o per loro è più facile fare musica?
Sicuramente la cosa che personalmente ho notato è che la vetrina è estremamente più ampia rispetto a quella che poteva essere fino a 10 anni fa, e c’è molto interesse anche da parte degli stessi giovani ad ascoltare musica dei loro coetanei: non so se l’ho notato solo io perché oramai mi sento vecchio, in realtà potrebbe essere più semplice venire allo scoperto adesso, anche se magari per emergere sul serio hai sicuramente oramai un’inflazione di generi e di cose che può essere un po’ destabilizzante. Prima se qualcuno emergeva veramente aveva qualcosa da dire e il mondo della discografia era in crisi totale, oggi i nuovi media fanno sparire e fanno omologare. La consapevolezza di quello che si fa rimane sempre la chiave per un artista.

Nel panorama musicale attuale è molto facile sparire: quale pericolo corre un artista nel prendersi magari dei periodi di stop o pausa?
Per noi la pausa va intesa come quella che c’è tra un disco e l’altro: in quel momento in cui prepariamo nuovi pezzi è necessario ritornare dentro una quotidianità fatta di semplicità e di meccanismi che sono estremamente veri, ma anche crudi e brutali. Questi momenti sono necessari per capire davvero i problemi generazionali di cui poi ci nutriamo per scrivere. Noi abbiamo la fortuna di trasmettere tutto questo nella musica, le pause sono tante volte imposte anche dalla difficoltà di rientrare nella quotidianità. Diciamolo chiaramente: questo mestiere è una fatica e tante volte è difficile far quadrare tutto. Le pause sabbatiche sono impensabili oggi perchè il mondo è veloce e se sei assente vieni dimenticato, è terribile da dire ma è così.

Adesso finalmente parliamo del disco: il vostro è un lavoro sulla fiducia che viene analizzata sotto ogni sfumatura, secondo te qual è l’aspetto più pericoloso, ma allo stesso tempo più affascinante della fiducia?
Siamo in un mondo che tende generalmente a inquadrarci un po’ troppo velocemente e un po’ troppo facilmente, ci facciamo schematizzare in un sistema gerarchico e piramidale: questa cosa fa sì che per noi appare fuori moda pensare che esista qualcosa che va oltre le regole stabilite e che ci mette veramente in rapporto con la sincerità e verità.

La fiducia ha un’altra e terribile faccia che si chiama tradimento. Il tradimento ci rende sconfitti e ingenui.

In un pezzo come un Dio da Scegliere c’è lo sviluppo di una tematica interessante: ma qual è la distinzione, se c’è, tra fede e fiducia?
Si parlava prima di un rapporto con un’altra persona o un’altra realtà, e la spiritualità è anch’essa un’altra dimensione dell’essere umano. L’essere umano ha usato la spiritualità per dare anche delle risposte cosmogoniche o al tempo stesso delle risposte universali a quello che c’è dopo di lui, ma questi aspetti poco importano.

Per me è nata prima la mia spiritualità che le domandona sul senso della vita: siamo in un mondo dove la parola religione non ce la siamo dovuti inventare e quindi quel brano, in realtà, vuole far riflettere su come oggi viene utilizzata la spiritualità.

Siamo nati in un paese cristiano- cattolico, però siamo liberi davvero di poter diventare ciò che vogliamo: in realtà la cosa contro cui mi schiero è questa necessità di volersi scegliere una religione su misura e pensare semplicemente in base alle proprie inclinazioni se c’è la migliore religione per me.

Non ci concentriamo invece sull’ecatombe umana di cui siamo circondati, perché solitamente il primo che mi entra in una chiesa a guardare comunque le croci è esattamente quello che non vuole far entrare nel nostro paese qualcuno che sta scappando da una guerra.

“C’è un cielo per dividersi, una terra per rinascere”: bisogna investire su questa terra, poi possiamo pensare a quel mondo iperuranico che è lontano da noi.

Come vi siete trovati diversi nell’approccio al lavoro in studio con Taketo, che aveva già lavorato con voi all’inizio della vostra carriera?
È bello ritrovarsi e capire che si è cambiati in meglio. Torniamo in lui in studio con una consapevolezza e maturità diversa, non solamente per noi, ma anche per lui.

Noi alla fine questo disco lo potevamo anche produrre anche da soli ma abbiamo voluto prendere Taketo in squadra perché lui esalta quello che siamo.

La cosa che mi ha fatto più effetto in realtà è una frase che ha detto Taketo quando eravamo fuori a pranzo insieme a Mauro Pagani, che ha lo studio in cui abbiamo registrato: “Mauro, questi ragazzi sanno suonare, si vede che ci mettono passione”. E questo fa piacere sentirselo dire, da uno come Taketo. Lui ha un background assurdo alle spalle e quindi possiamo dire che abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo prima che producesse gente come Brunori, Edda e tantissimi altri.

Nei vostri pezzi avete delle città di riferimento come Milano o Berlino: la musica indipendente o underground ha ancora ancora qualche capitale di riferimento oppure internet ha reso tutto più liquido e tutti i paesi possono diventare delle piccole capitali?
Personalmente non so bene come risponderti: internet in qualche modo ha aiutato a omogeneizzare, ad essere comunque a conoscenza di quello che ci circonda indipendentemente dalla zona in cui ci si trovi. Poi comunque è davvero il territorio che parla e in questo ci sono dei flussi che ciclicamente si sviluppano intorno ad alcune città: mi ricordo un periodo molto forte di Torino, che adesso invece mi sembra che stia un pochettino soffrendo, mi ricordo un panorama di musica indipendente milanese che oggi invece ha cambiato completamente stile genere girando sulla trap e generi affini. A volte però con internet si crede di arrivare ovunque, ma tante volte la rete si dimostra un contenitore pieno di infamia. A noi piace controllare tutto tramite il nostro assessorato sul territorio, siamo molto attaccati a questo.

Come fate ad attrarre sempre più giovani e fasce di età traversali con la musica rock?
Il rock è un genere che esiste e volente o nolente se uno parla di musica almeno 3 o 5 mostri sacri del rock li avrà conosciuti e amati anche senza volerlo, che siano i Led Zeppelin, Nirvana, gli Oasis o quant’altro.

Noi siamo contenti di legare così tante persone di età anche completamente diverse. Il discorso però non è solamente legato al genere ma ai valori che cerchiamo di trasmettere: le parole smuovono dei concetti che portano le persone a vederci come persone di buon senso. Il nostro sound ci permette di sperimentare e rimanere veri, per le persone siamo una miniera di buon senso.

I contenuti vanno accompagnati a delle responsabilità: oggi è difficile esser colpiti perché è tutto troppo slogan, in un mare di violenza come questo non c’è più attenzione per l’essere sovversivi.

Noi abbiamo cercato di riflettere sul fatto che la sofferenza esiste e va amata, va rispettata e che comunque la musica è esattamente una cura, un farmaco, perché non si può pensare che la musica sia relegata solo a trenini e balletti di gruppo, ma esiste anche una finalità terapeutica nella musica. Credo che la gente oggi ha sofferenze diverse da quelle della nostra generazione, ma la cura è la stessa e la nostra musica è semplicemente un mezzo.

 

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