OGGI “ALADDIN SANE” DI DAVID BOWIE COMPIE 45 ANNI

 
13 aprile 2018
 

Se nel corso di mezzo secolo di carriera David Bowie è riuscito a imporsi come il camaleonte del rock, moltissimo lo deve all’iconico ritratto che fa da copertina al suo sesto album in studio, “Aladdin Sane”. La saetta che attraversa il volto dell’artista britannico – qui ancora calato nella parte dell’alieno Ziggy Stardust, con i capelli rosso fiamma e l’abbondante trucco – descrive meglio di mille parole la natura “schizofrenica” e indecifrabile della sua musica: una dirompente esplosione di idee in costante evoluzione, imprevedibile come un fulmine a ciel sereno. Nel 1972 “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” aveva trasformato il venticinquenne Bowie nella stella più lucente del firmamento glam rock, scalzando il povero Marc Bolan dall’agognato trono di lustrini. Un successo internazionale raggiunto a suon di hit e provocazioni, nascondendosi dietro la maschera di un extraterrestre sessualmente ambiguo che, dopo aver scandalizzato in lungo e in largo il benpensante Regno Unito, nel settembre dello stesso anno si imbarcò alla volta degli Stati Uniti per la prima tournée nel continente americano.

Un’esperienza importante per David Bowie – da sempre affascinato dalla musica e dallo stile di vita a stelle e strisce – che diventa il punto di partenza, il leitmotiv di tutte le dieci tracce di “Aladdin Sane”. L’album è un vero e proprio diario di viaggio nel quale Bowie annota ogni minimo dettaglio e impressione, ponendo l’accento sulle stranezze, gli eccessi e gli innumerevoli lati oscuri del paese. Ad accelerare il declino di Ziggy Stardust – che sarebbe stato “ucciso” il 3 luglio 1973, pochissimi mesi dopo l’uscita del disco, sul palco dell’Hammersmith Odeon di Londra – fu il contatto traumatico con un mondo che fino ad allora era stato solo una irresistibile attrazione, ma che ben presto si rivelò una caotica giungla di cemento. I brani più ruvidi di “Aladdin Sane” esplorano la stessa America selvaggia descritta in quegli anni dagli amici Iggy Pop e Lou Reed: le feste sfascione insieme ai New York Dolls in “Watch That Man”, le tensioni sociali e la violenza in “Panic in Detroit”, lo squallore dietro le luci di Hollywood in “Cracked Actor”. L’hard rock diventa lo scudo con il quale Bowie prova a difendersi dalle infinite tentazioni che lo circondano, tra un concerto a Cleveland e un party a New York; “Aladdin Sane” è un album talmente duro che, in più di qualche occasione, la furente chitarra di Mick Ronson sovrasta le parti cantate. Il punto di riferimento sono i Rolling Stones, non a caso la band britannica più “americana” nella storia del rock: Mick Jagger e compagni vengono omaggiati esplicitamente con una delirante cover proto-punk di “Let’s Spend The Night Together”, mentre nella classica “The Jean Genie” il loro robusto blues rock dell’epoca – siamo nel periodo d’oro di “Sticky Fingers” e “Exile on Main St.” – si colora di glam.

Nei momenti meno frenetici dell’album la chitarra di Mick Ronson cede lo scettro al pianoforte “atonale” di Mike Garson, qui alla sua prima collaborazione con David Bowie. È lui a donare una sfumatura avanguardistica ad “Aladdin Sane”, che funziona particolarmente bene negli episodi più stravaganti e al tempo stesso affascinanti del disco (“Aladdin Sane (1913-1938-197?)”, “Time” e “Lady Grinning Soul”). La leggerezza di “Hunky Dory” incontra l’amatissimo doo-wop anni cinquanta in “The Prettiest Star” e “Drive-In Saturday”, un capolavoro troppo spesso dimenticato che racconta la storia di un mondo post-apocalittico nel quale gli abitanti hanno dimenticato come fare l’amore e sono ridotti a vagare nelle desolate lande americane per andare alla ricerca della loro umanità perduta. Un po’ come il David Bowie degli anni tra il 1972 e il 1973: nel suo caso, tuttavia, il desiderio di restare ancorato a una vita più o meno normale iniziò a svanire non appena messo piede negli Stati Uniti. Nel giro di una manciata di mesi finì per essere risucchiato in un vortice di suoni (il soul e il funk di “Diamond Dogs” e “Young Americans”) e soprattutto di vizi (la cocaina) dal quale sarebbe uscito solo dopo il ritorno in Europa, all’ombra del Muro di Berlino. Oggi possiamo considerare “Aladdin Sane” come un meraviglioso lavoro di transizione che aprì una nuova fase nella carriera di Bowie; un lento addio al glam rock che nasconde – anche se in forma ancora solo embrionale – i lampi di quanto avrebbe prodotto in seguito.

David Bowie – “Aladdin Sane”
Data di pubblicazione: 13 aprile 1973
Tracce: 10
Lunghezza: 40:47
Etichetta: RCA Records
Produttori: Ken Scott, David Bowie

1. Watch That Man
2. Aladdin Sane (1913-1938-197?)
3. Drive-In Saturday
4. Panic in Detroit
5. Cracked Actor
6. Time
7. The Prettiest Star
8. Let’s Spend The Night Together
9. The Jean Genie
10. Lady Grinning Soul

 

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