I NIMBY SI RACCONTANO!

 
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20 aprile 2018
 

Abbiamo intervistato i Nimby in occasione dell’uscita del loro ultimo album “Nimby II”. La band calabrese, pubblicata da Lumaca dischi, si distingue per il proprio sound alternative rock che, in Italia, non trova un gran terreno fertile tra le band “emergenti”. Questa la nostra chiaccherata con i Nimby!

Da dove nasce la vostra storia in musica?
Dal nostro background in primis, che deve tanto agli anni ‘70 e ‘90 e da tutti quei sottogeneri del rock e del postpunk che si sono sviluppati in quel periodo;  credo ci sia anche qualcosa del cantautorato nostrano ma questa più che altro è stata una scoperta per così dire in fieri.

Il vostro album sembra non far caso che le chitarre sembrano passate di moda, questo vi preoccupa? O pensate ad un gran ritorno delle distorsioni?
Mah, diciamo che le chitarre sono propedeutiche alla musica ed ancora oggi il loro utilizzo, pur in un contesto che sembrerebbe essersene affrancato hanno un valore inestimabile. Se penso ad esempio a generi più “moderni”, anche se quest’aggettivo mi pare classico, dove le chitarre non ci sono o sono ridotte al minimo mi pare che tutto il resto sia inimmaginabile senza il “pensiero chitarristico”. Si potrebbe sostenere che la chitarra rappresenta una via così immediata nell’approccio alla musica che in un modo o nell’altro non se ne può fare a meno. Di sicuro noi incarniamo una certa anima e ci piace costruire la musica intorno alle possibilità che una chitarra ti può dare. Se ci sarà un gran ritorno delle distorsioni poco ci interessa. 

Parlateci del vostro album, retroscena, backstage, le diverse fasi, che esperienza è stata?
Innanzitutto ci è venuta voglia di fare un disco in italiano senza avere neanche degli ascolti approfonditi di musica “italiana” ma cercando di coniugare le potenzialità espressive della nostra lingua con quello che era il nostro approccio musicale totalmente devoto alla musica britannica e statunitense, così come fecero d’altronde il primi gruppi italiani con il rock durante gli anni ‘60 e ‘70. Sembra che alla fine, a parte le difficoltà iniziali, questa scelta non ci ha costretti a retrocedere o a sacrificare il testo per seguire la musica e viceversa. Credo che ci sia un equilibrio in cui i due elementi si compensino. Poi per me cantare in italiano è stato come scoprire di nuovo la parola, innamorandomene. Penso che la voglia di scoprire renda gli esseri umani migliori.

Retroscena…sempre sui testi ricordo delle discussioni  tragicomiche su alcune cose che avevo scritto in prima battuta. Per esempio sul pezzo “Una manciata di grammi” avevo utilizzato l’espressione “quei bubboni irsuti” in apertura per descrivere delle balle di fieno adagiate su una collina. Ovviamente chiunque ascoltava quella frase rimaneva basito. Aldo mi diceva: “ma che vuoi dire?” – “cazzo hai reso una bella immagine uno schifo” – “ti rendi conto che così mi fai pensare a un brufolo?!” . Io ho continuato strenuamente a difendere quella mia nauseabonda visione appellandomi alla licenza poetica ed alla necessità di osare. Poi dopo molto tempo che ogni volta che partivamo col pezzo e vedevo il resto della band fare facce improponibili e sofferenti ho cominciato a rifletterci un po’ su. Leggendo le Lezioni Americane di Calvino, secondo lui leggerezza ed esattezza sono due delle caratteristiche che la prosa deve possedere, mi sono auto-censurato ed ho cambiato il verso in “quei covoni ambrati”. Avevo bisogno di un parere pro veritate!

Backstage mi viene da pensare ai videoclip. Al bambolotto gonfiabile che abbiamo utilizzato nel video “La Noia” girato da Emanuele Spagnolo. Aldo che ha rischiato un coccolone per gonfiarlo mentre cercava di avvinghiarlo, con tutti i nostri commenti del caso. È stata un’immagine veramente impagabile. Anche nel video di “Opacità” realizzato da Arco Parentela non sono mancati momenti memorabili.

Sul disco posso dire che abbiamo fatto delle preproduzioni in sala e le abbiamo mandate a Manuele Fusaroli. Lui ,assieme a Federico Viola che lo ha assistito al banco, ci ha detto che si poteva lavorare bene assieme perché a livello strumentale i brani, secondo il produttore, erano già ben strutturati e qualitativamente sopra la media nazionale.

Siamo stati nel suo studio a Corlo ed abbiamo registrato prima la parte musicale e poi, dopo qualche mese le voci. Abbiamo ascoltato i consigli preziosi di Manu che ci ha dato un tocco di classe. È stato bello e costruttivo! Ricordo che durante le registrazioni di batteria, sia Fede che Manuele sono rimasti colpiti dalla precisione del nostro batterista Simone perché ogni suo colpo di cassa e rullante era di una precisione tale che sullo schermo del pc sembrava riprodotto in digitale. Questo elemento ha aiutato molto la produzione in fase di mixing. Poi in quei giorni cominciavamo le sessioni in tarda mattinata, io mi alzavo presto e andavo a piedi al bar per fare colazione; c’erano un paio di chilometri da fare in mezzo alla pianura padana ed era un’occasione per mettere a posto le idee prima di cominciare. Guardandomi indietro penso che se c’è una cosa che mi è rimasta impressa di quell’esperienza erano proprio quei momenti di riflessione. In un certo senso avevo l’impressione che tutto si stava evolvendo nel modo giusto e che tutto il lavoro che avevamo fatto e stavamo facendo sarebbe stato importante.

Con chi vi piacerebbe collaborare? Non valgono artisti con cui già avete collaborato!
Così di getto direi che, in Italia, mi piacerebbe fare qualcosa coi Verdena e con Battiato assieme. 

Nominate cinque brani che vi hanno influenzato nel vostro percorso (vanno bene sia italiani che esteri)
“Paranoid Android”, “Pictures of you”, a S”ong for The Dead”, “Zero”, “Hey Hey My My (into the black)”. Ma poi aggiungerei, per tutti gli altri, band come i Pink Floyd, i Beatles, i Beach Boys, i Pearl Jam, i QOTSA, i Blur, i Black Sabbath, i Led Zeppelin, gli Incubus. Sono andato lungo rispetto alla domanda ma cortissimo rispetto a tutto quello che ci piace che comprende un sacco di roba meno conosciuta.

Direi innanzitutto che portare in giro il disco è il nostro primo desiderio perché crediamo molto in questo lavoro. Poi in futuro sarebbe bello poter continuare a fare musica, avere il tempo di sperimentare altre cose. Sicuramente il prossimo disco sarà diverso. Tra dieci anni è un’espressione che mi carica di troppa nostalgia.

 

 

 

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