OGGI “THE MAN-MACHINE” DEI KRAFTWERK COMPIE 40 ANNI

 
18 maggio 2018
 

Siamo alla fine del 1977: il mondo della musica è appena stato travolto dal ciclone punk, che in un soffio ha spazzato via quasi tutti i vecchi simboli del rock. Elvis Presley è morto da poco e gli ex figli dei fiori, orfani di un Bob Dylan vicino alla folgorazione sulla via di Damasco, iniziano ad affollare le discoteche per imitare i passi di danza del John Travolta di “La febbre del sabato sera”. C’è aria di rivoluzione culturale, ma qualcuno sembra non essere particolarmente interessato e guarda oltre: si tratta di quattro giovani tedeschi – Ralf Hütter, Florian Schneider, Karl Bartos e Wolfgang Flür – che, infischiandosene di qualsiasi tipo di tendenza o moda più o meno passeggera, proseguono la loro attività di pionieri elettronici circondati dai sintetizzatori e dai mixer del Kling Klang Studio di Düsseldorf.

È qui che i Kraftwerk lavorano senza sosta al successore del capolavoro “Trans-Europe Express”: un album impressionante che, come uno dei lussuosi treni rapidi richiamati nel titolo, ha collegato per la prima volta in maniera efficace la “stazione” cervellotica del krautrock e della musica concreta – studiata in conservatorio da Hütter e Schneider – a quella facilmente raggiungibile del pop. Un successo di pubblico e critica capace di appagare qualsiasi artista con un briciolo di ambizione; un semplice punto di partenza per il quartetto tedesco, già proiettato verso un progetto ancor più innovativo e fuori dal comune: dare vita a una creatura ibrida – un vero e proprio uomo-macchina – in grado di infondere vitalità ed emozioni reali alle fredde trame elettroniche disegnate dalle drum machine primordiali e dai synth analogici a loro disposizione.

Nel 1978 la semplice idea di un rapporto simbiotico tra uomo e tecnologia – di una compenetrazione tra carne e macchina, organico e artificiale – era quanto mai azzardata, ma non così remota quanto si potrebbe credere. Il sociologo canadese Marshall McLuhan aveva già presentato i media moderni quali estensioni/appendici delle facoltà umane, mentre i punk andavano in giro con spille da balia infilate nelle guance a mo’ di rozzissimi, primitivi cyborg. Iniziava in qualche modo a delinearsi un’immagine di futuro cupo e deprimente, simile a quello reso celebre negli anni ‘80 dal “Blade Runner” di Ridley Scott o dal “Neuromante” di William Gibson. Tutto il contrario di quanto sognato dai Kraftwerk di “The Man-Machine” (o “Die Mensch-Maschine” nella versione in tedesco): stando al pensiero degli enigmatici quattro di Düsseldorf, noi uomini avremo solo da guadagnare dall’avvento delle intelligenze artificiali, che in “The Robots” ci salutano amichevolmente in russo, giurandoci eterna fedeltà (Ya tvoy slugá, in italiano Sono il tuo servo) e impegno incondizionato (Ya tvoi rabótnik, in italiano Sono il tuo lavoratore).

Nel disco Hütter, Schneider, Bartos e Flür si fondono con i vocoder, i Mini Moog e gli ARP Odyssey per trasformarsi in androidi fabbricati su larga scala, presentati in confezione unica (la divisa in camicia rossa e cravatta nera) e messi in mostra nella copertina ispirata al Costruttivismo di El Lissitzky e Aleksandr Rodcenko. L’armonia tra le due componenti di “The Man-Machine” – uomo e macchina, naturalmente – è totale e perfetta, come affermato da Florian Schneider in un’intervista dell’epoca: “Noi suoniamo le macchine e loro suonano noi. Si tratta di uno scambio, un’amicizia che abbiamo stretto con i nostri strumenti per dare vita a un nuovo genere musicale”.

Il genere di cui parla Schneider è il synth-pop, qui nella sua forma più pura, melodica e “umana”: i sintetizzatori non sono affatto freddi calcolatori amorfi, ma apparecchi vivi che ci regalano l’emozione dei viaggi spaziali (“Spacelab”), la bellezza dei paesaggi unici delle grandi città (“Metropolis”, “Neon Lights”) e persino quella che potremmo definire la prima hit elettronica nella storia della musica (“The Model”). Sono passati quattro decenni tondi tondi, ma questo album è ancora anni luce avanti rispetto a buona parte dei lavori che siamo abituati ad ascoltare al giorno d’oggi.

Kraftwerk – “The Man-Machine/Die Mensch-Maschine”
Data di pubblicazione: 19 maggio 1978
Tracce: 6
Lunghezza: 36:10
Etichetta: Capitol
Produttori: Ralf Hütter, Florian Schneider

1. The Robots/Die Roboter
2. Spacelab
3. Metropolis
4. The Model/Das Model
5. Neon Lights/Neonlicht
6. The Man-Machine/Die Mensch-Maschine

 

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