IL PRIMAVERA SOUND COMINCIA OGGI!
Diario di Bordo dal Primavera (parte 3)

 
7 giugno 2018
 

Si è conclusa domenica scorsa la diciottesima edizione del Primavera Sound di Barcellona, non ho fatto in tempo a disfare il trolley che ricevo su tutti i social network l’annuncio della vendita degli ‘earlybird’, gli abbonamenti 2019 a prezzo ridottissimo, soltanto per 48 ore. E come ogni anno passerò questi due giorni combattuto, tentato di fare o meno il colpaccio scommettendo a scatola chiusa su un festival che nel tempo ha mantenuto un altissimo livello di cast e una qualità complessiva dell’esperienza in costante miglioramento, chiedendomi “Ne varrà la pena?”. Nel frattempo cercherò di capire insieme a voi se l’edizione 2018 ne sia valsa. Vi rovino il finale: sì.

I motivi di questa conferma sono tanti. Alcuni più evidenti, come i concerti dei nomi principali, Björk, Nick Cave, The National, Artic Monkeys, che non hanno tradito le aspettative: la somma delle loro esibizioni vale più del prezzo del biglietto. Altri più sottili, che potrei provare a riassumere ne “L’atmosfera del Primavera”, vero fattore vincente di questa manifestazione.

Cos’è dunque che rende unica l’atmosfera di questo festival e ne ha reso speciale anche la sua edizione 2018? Prima di tutto, la fusione totale che ha con la città. Una settimana di eventi, di notte ai club e di giorno al Cccb, insieme alle giornate ufficiali, ti fanno sentire parte di qualcosa di più grande di un festival: una vera e propria comunità di instancabili (e fuori di testa) amanti della musica. Un’altro elemento chiave sono le immancabili sorprese: i gruppi “minori” che scopri sul campo e che spesso sono il vero tesoro da riportare a casa con sé. Quest’anno i quasi sconosciuti da segnare sul taccuino sono: Tom Misch, con il suo soul pieno di groove e una band dalla bravura eccezionale, Jorja Smith, e la sua voce unica, Nick Hakim e Yellow Days, Rex Orange County, tutti giovanissimi e con un carattere forte e personale. E ancora, il songwriting solido di (Sandy) Alex G, il soul rarefatto di Rhye, la vocalità delle Ibeyi, insomma, ce n’è da ascoltare per tutto il resto dell’anno.

Ma c’è molto altro. Ci sono gli eventi unici, quelli che ti fanno ringraziare la provvidenza, o la tua lungimiranza per aver deciso di partecipare anche quest’anno. Come il concerto all’Auditori degli Spiritualized con orchestra e coro, che oltre ad essere stato uno degli highlight della manifestazione, entra diretto nella classifica dei live più belli che ho avuto la fortuna di vedere nella vita. O il dj set sulla spiaggia di Floating Points (artefice di un live memorabile la sera del giovedì) della durata di 6 ore, un evento difficilmente ripetibile.

E poi le “chicche”, concerti che difficilmente potremmo vedere in Italia, come la maliana Oumoú Sangaré, i brasiliani Metà Metà, o gli Zeal & Ardor, la band che unisce cori gospel al metal più estremo.

E in questa sede non prenderò in esame la parte di musica elettronica, il BITS, in continua crescita, un vero e proprio festival nel festival, con un pubblico dedicato che si mischiava spontaneamente a quello del primavera “regolare”, il cui cartellone ha garantito a tutti la possibilità di fare l’alba ogni sera ascoltando alcuni fra i top dj e musicisti di elettronica in circolazione: James Holden, I Mount Kimbie, Lindstrøm, Four Tet e Daphni, fra i tanti.

Facile capire perché valga sempre la pena partecipare al Primavera Sound. È stata un’edizione – stranamente – con molti problemi tecnici (ne hanno fatto le spese le Warpaint, Vince Staples, i War on Drugs e soprattutto (Sandy) Alex G che ha anticipato la chiusura del suo concerto) e con una resa acustica abbastanza randomica che ha penalizzato in maniera pesante alcune esibizioni, quella degli Unknown Mortal Orchestra e dei The Internet su tutte. Ciò nonostante, in confronto alla mole di concerti, all’infinità di ore di musica suonata portate a casa, restano degli inconvenienti marginali e che non ne intaccano il giudizio finale. Di contro le implementazioni logistiche, una nuova via che facilita l’accesso allo stage Pitchfork e il sistema di navette che collegava il centro dell’area con i due main stage, sono state una sorpresa molto positiva e hanno permesso di risparmiare un buon numero di passi e di riuscire a vedere più concerti, spesso sovrapposti fra loro, senza dover fare troppe rinunce.

Cosa fare dunque con questi earlybird? La decisione l’ho già presa: aspetterò qualche ora fingendo di avere ancora qualche dubbio, illudendomi ci sia un festival più bello del Primavera Sound. Poi farò la mia scelta. Ci rivediamo l’anno prossimo.

 

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