CI TENEVAMO A ESPRIMERE LA NOSTRA PERSONALITà: DUE CHIACCHIERE CON I WE ARE WAVES

 
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7 giugno 2018
 

Terzo album per i torinesi We Are Waves, terzo viaggio in quel mondo fatto di wave anni ’80 che rappresenta ormai il tratto distintivo dei ragazzi. Eppure la personalità al gruppo guidato da Fabio “Viax” Viassone non manca, pur muovendosi su strade decisamente battute. Non tutto è oscuro come si potrebbe pensare, i fasci di luce ben gestiti dalla band sanno coinvolgerci a dovere, così come le diverse anime (da quella post-punk a quella struggente, fino a un battito movimentato e ballabile) emergono in equilibrio mai precario, facendoci passare sopra con disinvolturà a una patina “retrò” che per qualcuno potrebbe essere fin troppo ingombrante.

Intervista lungamente attesa questa con i ragazzi di Torino, ma, come si dice, chi la dura la vince.

Abbiamo ascoltato “Labile” e ci ricordava i Cure. Poi abbiamo ascoltato “Promises” e ci abbiamo sentito un misto tra Gary Newman e gli Smiths. A chi vi piacerebbe essere accostati per questo nuovo lavoro, “Hold”?
Ai We Are Waves. Scherzi a parte, sicuramente ci sono parecchie influenze nell’album, ma ci tenevamo a esprimere la nostra personalità, il nostro mondo. Non abbiamo mai voluto essere la copia di qualcuno; piuttosto partire da una certa tavolozza di colori da usare per dire la nostra. Con questo disco pensiamo di esserci riusciti.

A noi il sound del disco è sembrato maturo, come se aveste trovato definitivamente la vostra formula magica. Confermate?
Credo di si, anche se la risposa sicura te la potremo dire tra un po’…al momento uno dei risultati più soddisfacenti è un certo “spazio” all’interno dei brani, arrangiamenti più scarni e soluzioni più minimali. Era una cosa che volevamo assolutamente ottenere.

Personalmente i tre pezzi che mi sono piaciuti di più sono stati l’incipit, “I Can’t Change Myself”, poi “Fugitives” ed il gran finale “Head In The Ocean”. Voi quali scegliereste invece e perché?
Non saprei, la verità è che teniamo a tutti nello stesso modo. Per noi un disco non deve avere riempitivi, dev’essere qualcosa di necessario; siamo partiti da una cinquantina di bozze per arrivare a 20 brani buoni da cui prendere i 10 che ritenevamo fondamentali. Sarà poi la gente a stabilire quali saranno i pezzi che sopravvivranno e quali no, è sempre stato così.

Abbiamo letto nella cartella stampa che il titolo “Hold” rappresenta il fil rouge dell’album, il tentativo di tenere a sè gli affetti. Ci spiegate meglio il concetto?
É andata che il titolo è nato prima ancora delle canzoni. Volevamo un album che parlasse della nostra vita, delle disillusioni, che ci ricordasse di non perderci per strada nonostante il fango di ogni giorno, ma che lo facesse con poesia, con leggerezza. È nato durante un anno particolarmente difficile, molte persone care si sono allontanate da noi, alcuni hanno perso il lavoro, insomma è stata dura. Mentre registravamo i brani quell'”Hold” ha acquisito un valore sempre più profondo, è stato un qualcosa a cui aggrapparsi.

In tutte le tracce dell’album si avverte un enorme lavoro di produzione, di cura dei dettagli, di editing. Nulla è lasciato al caso. Ci raccontate un poco come siete giunti a questo risultato finale, come è stato il processo?
Molto faticoso. Siamo partiti che avevamo le idee confuse, era il primo lavoro in cui provavamo ad essere anche produttori e non avevamo la più pallida idea di come fare. Poi abbiamo preso confidenza, capito cosa volevamo e, soprattutto, cosa non volevamo. Di questo dobbiamo ringraziare tantissimo la nostra etichetta, la MeatBeat, che ha avuto una pazienza e una disponibilità rara.

Al di la delle band già citate, quali sono i vostri riferimenti del panorama internazionale, a chi vi ispirate?
Ascoltiamo tantissime cose diverse, e cambiano in continuazione…al momento ti direi LCD Soundsystem, The XX, Carpenter Brut, Trentemoller, Anohni.

…ed in italia?
Le ultime cose di Cosmo, Not Waving, Giorgio Poi sono molto fighe. E poi c’è Cremonini che ha fatto uscire un disco inarrivabile.

Facciamo un gioco: ogni componente della band sceglie un disco che ha cambiato la sua vita ed in poche parole ci spiega perché? OK?
Viax: Joy Division, “Unknown Pleasures”, un disco che mi ha aperto un mondo intero, mi ha fatto capire in piena adolescenza metallara quanto gli assoli di chitarra non servissero a niente e quanto si potesse essere intensi con pochissimo.

Cisa: Jon Hopkins, “Immunity”, ha cambiato la percezione che avevo di una produzione elettronica, è l’essenza della perfezione per quanto riguarda la ricerca di suoni e la gestione delle dinamiche in ambito electro.

Mene: The Beatles, “Anthology vol.1.”, il rock’n’roll avrebbe attraversato la mia vita, sempre.

Adriano: Verdena, “WOW”, tutto quello che avevo in testa in un disco solo, dalle batterie, all’elettronica, gli effetti sulla chitarra, il basso e la tastiera, e le melodie.

Stesso gioco di prima ma con un concerto cui ha assistito.
Viax: Introducers, Spazio 211 a Torino, tanti tantissimi anni fa. La gente piena di sudore che si dimena come posseduta, la band che tira come il demonio, il batterista che a un certo punto si alza e salta sul bancone del bar solo col rullante in mano, tiene il tempo e si fa tutto il locale. Avrò avuto 18/19 anni, e ho pensato che non me ne fregava nulla, io volevo fare quello.

Cisa: Aucan, Aosta: ha cambiato il mio modo di concepire un live fatto solo con macchine hardware, cambiando di fatto il modo in cui mi approccio attualmente ai live

Mene: Pat Metheny, Giardini Reali di Torino, settembre 2000. La scoperta che la musica era qualcosa di enorme, di selvaggio, a cui necessariamente aprirsi.

Adriano: Trentemoller Milano, come si suona la musica elettronica su un palco con gli strumenti veri.

Abbiamo letto che sarete presto in tour. Che differenza c’è tra il vostro sound in studio e quello che farete ascoltare live?
Credo che i pezzi dal vivo tirino fuori la loro vera personalità. E’ lì che capisci se un pezzo su cui avevi puntato tantissimo non andrà oltre i 2 mesi di scaletta mentre un altro durerà anni. E’ la cosa bella del far prendere vita alle canzoni. L’altra è che la gente se le prende, diventano loro. Le fanno vivere di vita propria. Già sta accadendo dopo le prime date, è una cosa che ci fa star bene.

Dalla smaterializzazione della musica è uscita la rinascita del vinile. Come vi spiegate questo fenomeno? Hold è disponibile anche in questo formato?
Non ancora, ma lo sarà presto. Il vinile è diventato un feticcio, il simbolo stesso della musica, condito da tanta cinematografia e mitologia. E in questo mondo sempre più virtuale tutta quella materia tra le mani rimette un po’ di giustizia. In realtà un po’ ci spiace per il più prosaico CD, che è il formato con cui siamo veramente cresciuti. E’ sicuramente meno cool, ma come fai a non volergli bene?

Come vivete la contemporaneità dove il successo di un artista dipende dal numero di visualizzazioni di YouTube. Il caso Rovazzi non vi fa un po’ incazzare, voi che mettete un impegno decisamente diverso nelle vostre produzioni?
Ma no povero Rovazzi, lui è proprio un’altra cosa. A parte che non ci incazziamo più per niente ormai. Se proprio bisogna pensare a qualcuno sono molto peggio quelle robe da “raschio il fondo del barile” come i Maneskin, ma anche lì ce ne frega poco.

Dove sta andando la musica italiana? Ed in questo contesto voi dove vorreste collocarvi?
Sicuramente è un periodo molto interessante, roba come l’It-Pop da un lato e la Trap dall’altro stanno rimescolando le cose e tirando fuori qualcosa che ha un suo linguaggio, ed era un po’ di tempo che non si vedeva. Noi siamo chiaramente fuori da questi mondi, ci piacerebbe posizionarci dentro quel filone di gruppi italiani che cantano in inglese e se la suonano bene in giro, portando un’idea di Italia più internazionale. Roba alla Soviet Soviet, Birthh, A Toys Orcherstra o Movie Star Junkies.

Voi siete torinesi. Personalmente osservo con curiosità la scena musicale torinese, mi sembra davvero unica ed in fermento costante. Con le dovute proporzioni mi sembra per il panorama italiano un po’ quello che è stato il fenomeno Manchester per il Regno Unito. A cosa è dovuto, secondo voi?
Non saprei…forse che fa freddo e ci sono pochi soldi!

Vi piace quando vi dicono che per la musica che fate non sembrate nemmeno italiani?
Non troppo…come se gli “italiani” dovessero per forza essere etichettati nel solito clichè indie/cantautorale tra il politicizzato e il post adolescenziale. L’Italia è un paese enorme e pieno di diversità. Credo che nessuno abbia mai detto a un Trentemoller che non sembra danese. E’ una cosa tutta nostra che ci portiamo dietro.

Immaginiamo di poter mettere la vostra musica su di una serie televisiva, quale vorreste che fosse?
Stranger Things o Altered Carbon!

E se facessimo lo stesso con un film quale scegliereste?
Quelle cose un po’ male alla Trainspotting, ma meno figo di Trainspotting.

Se poteste far resuscitare uno dei grandi artisti scomparsi negli ultimi anni, chi scegliereste?
Nessuno, ma scherzi? Avremmo il suo editore sotto casa con un fucile!

 

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