OGGI “SYNCHRONICITY” DEI POLICE COMPIE 35 ANNI

 
17 giugno 2018
 

Il titolo del quinto e ultimo album prodotto dai Police, “Synchronicity”, è un chiaro riferimento al principio di sincronicità espresso da Carl Gustav Jung nei primi anni ‘50. Eppure la sua nascita non è assolutamente frutto di una serie di coincidenze prive di nessi causali. Tutte le canzoni contenute in questo disco rappresentano infatti il risultato di eventi ben precisi: prima scontri e litigi che rischiarono di bloccare i lavori prima della fine, poi mediazioni e compromessi grazie ai quali oggi, a 35 anni di distanza dalla sua uscita nei negozi, possiamo goderci una delle opere migliori partorite dalla vena creativa di Sting (basso e voce), Andy Summers (chitarra) e Stewart Copeland (batteria).

Nel dicembre 1982, quando i Police arrivarono nei mitici AIR Studios di Montserrat per dare un seguito a “Ghost In The Machine”, i rapporti personali all’interno del trio erano ai minimi termini. Sting, che già sognava una carriera da solista, voleva imporre a tutti i costi le sue decisioni; un atteggiamento autoritario non particolarmente gradito agli altri due, il cui ruolo di comprimari andava decisamente stretto. E, considerando i livelli di talento davvero stellari di entrambi, non c’è nulla di cui essere sorpresi: cosa sarebbe del rivoluzionario connubio tra post-punk, new wave e reggae di “Outlandos d’Amour” e “Reggatta de Blanc” senza il charleston magico di Copeland, o gli arpeggi articolatissimi di Summers?

La vera forza dei Police è sempre stata quella di poter fare affidamento su tre teste pensanti (e che teste!). Nonostante le premesse, le cose in fin dei conti non andarono troppo diversamente per quanto riguarda “Synchronicity”. Con non poca fatica Copeland e Summers riuscirono a ritagliarsi i loro spazi: il primo con i ritmi caraibici di “Miss Gradenko”, il secondo con un dissacrante e sguaiato esperimento dalle tinte blues intitolato “Mother”. Il resto è appannaggio di Sting, e si sente: nel tripudio di fiati che chiude la funkeggiante “O My God” e nelle atmosfere noir di “Murder By Numbers” (presente solo nella versione cd del disco) si avvertono già le raffinate sfumature jazzate di “The Dream Of The Blue Turtles”.

I punti di contatto con l’esordio da solista dell’ex professore di Wallsend però non finiscono qui: gli uomini che si preparano a percorrere il sentiero d’estinzione imboccato milioni di anni fa dai dinosauri ballano spensierati seguendo i tamburi tribali di “Walking In Your Footsteps”, ignorando l’incubo del conflitto atomico cantato successivamente da Sting in “Russians”. Lo stesso clima da guerra fredda si respira nel classicone “Every Breath You Take”: la hit che assicurò ai Police i vertici delle classifiche mondiali non è assolutamente una canzone d’amore, bensì – riprendendo le parole esatte del suo autore – “il vero inno degli anni reaganiani”. Il protagonista del brano, uno stalker ossessionato dalla donna desiderata, si sovrappone alla figura del leader forte all’epoca (e non solo, purtroppo) tanto in voga tra l’opinione pubblica: un Grande Fratello che sorveglia, protegge e impedisce lo sviluppo di qualsiasi forma di pensiero libero.

In “Synchronicity” vi sono davvero poche tracce del sound tipico dei Police. Qualcosa riaffiora nei leggerissimi echi dub della conclusiva “Tea In The Sahara”, ma forse è solo un’illusione; è più che altro il suono di una band che si dissolve lentamente, provando a non crollare tutta di un colpo. Il turbolento trio registrò l’album cercando di trascorrere il minor tempo possibile nella stessa stanza, arrivando addirittura a lavorare ognuno alle proprie parti in spazi e tempi diversi. Come se non bastasse, non mancarono neanche momenti di altissima tensione: un’accesa discussione in merito alla batteria di “Every Breath You Take” sfociò in una rissa tra Sting e Stewart Copeland.

L’aria da separati in casa tuttavia non fu sufficiente a spezzare un’alchimia cementata in appena sei anni di carriera. Il beat martellante di “Synchronicity I” travolge come un treno in piena corsa; solo il basso pulsante e la chitarra epica di “Synchronicity II” riescono a tenerlo a freno. “Wrapped Around Your Finger” e “King Of Pain” sono invece due dei migliori esempi in assoluto delle capacità compositive di Sting. L’ultima in particolare è un commovente capolavoro pop-rock che racconta in maniera così poetica il mal di vivere da lasciare un segno indelebile nell’animo dell’ascoltatore, come “una macchiolina nera sul sole”. Difficile chiedere di più a tre uomini sull’orlo di una crisi di nervi.

The Police – “Synchronicity”
Data di pubblicazione: 17 giugno 1983
Tracce: 11
Lunghezza: 44:18
Etichetta: A&M
Produttori: The Police, Hugh Padgham

1. Synchronicity I
2. Walking In Your Footsteps
3. O My God
4. Mother
5. Miss Gradenko
6. Synchronicity II
7. Every Breath You Take
8. King Of Pain
9. Wrapped Around Your Finger
10. Tea In The Sahara
11. Murder By Numbers (bonus track)

 

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