THE BEAUTIFUL ONES: I DISCHI CHE CI SONO PIU’ PIACIUTI A GIUGNO 2018

 
di
28 giugno 2018
 

Con un altro mese ormai alle spalle ci concediamo un piccolo ma prezioso recap: The Beautiful Ones raccoglie le uscite discografiche, pubblicate negli ultimi 30 giorni, che più abbiamo apprezzato.

FATHER JOHN MISTY
God’s Favorite Customer

[Sub Pop / Bella Union]
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Il folk anni sessanta e settanta viene messo spesso da parte, per lasciare il posto ad arrangiamenti psych folk (“Date Night”) e soul (“Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All”) che Josh Tillman rielabora a modo suo. Il quarto disco a nome Father John Misty lo consacra come uno dei crooner più convincenti del nuovo millennio, capace di emozionare con classe come dimostrano le armonie create insieme a Natalie Mering nella title track. “God’s Favorite Customer” è un moderno break up record in cui si decide se stare insieme o lasciarsi con un messaggino sull’I Phone per poi tornare alla difficile occupazione di vivere. Con in testa il fischiettio ritmato e le cronache di vita da star di “Mr. Tillman” a far da colonna sonora.
[Valentina Natale]

WARMDUSCHER
Whale City
[The Leaf Label]
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L’album è quindi un viaggio nello squallore di quelle strade ed i protagonisti sono personaggi ambigui e poco raccomandabili.
Ma attenzione, un senso di gioia pervade tutto lo scorrere dell’ album (una mezz’oretta molto spassosa): i cinque si divertono molto, si sono chiusi per pochi giorni in uno studio di registrazione e senza neppure fare qualche prova in “saletta” hanno concluso il lavoro.

Bravo quindi Dan Carey a tenerli a bada e produrli, forse con Kylie Minogue ha faticato molto meno, dal punto di vista disciplinare intendo, ma si sarà di certo divertito ed incuriosito chiedendosi come possano certi “stronzi” essere una band e riuscire pure a scrivere canzoni con tanta facilità.
Se lo chiedono pure loro ma per ora possiamo confermare che ci stanno brillantemente riuscendo.
[Sergio Appiani]

JOHN PARISH
Bird Dog Dante
[Thrill Jockey]
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C’è anche l’anima del John Parish compositore tra le note di questo nuovo lavoro, quella più cinematografica se vogliamo, evidente in brani come “Buffalo”, “Kireru”, “Le Passé Devant Nous” e “Carver’s House”. Non è certo un disco immediato “Bird Dog Dante”. Ha bisogno di numerosi ascolti per essere apprezzato appieno, per permettere ad arrangiamenti come quelli di “The March” o alla delicatezza di “Type 1” di venire metabolizzati a dovere. Ma è, questo si, una specie di bignami che raccoglie il passato, il presente e forse anche un po’ del futuro musicale di un artista che meriterebbe più fortuna, non solo come produttore.
[Valentina Natale]

SNAIL MAIL
Lush
[Matador]
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Non c’è nulla di veramente nuovo in questi 38 minuti, ma al contempo nulla che suoni datato. Come la snail mail, un nomignolo affettuoso per la vecchia posta fatta di lettere e francobolli, Lindsey Jordan è preoccupata più del contenuto che della velocità. “Non sto cercando di conquistare il mondo”[2], ha detto di recente. Per raccontarlo, aggiungiamo noi, una penna e una chitarra elettrica a volte funzionano meglio di email e campionatori.
[Francesco Negri]

BARBARISMS
West In The Head
[A Modest Proposal]
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Il lavoro dei Barbarisms è un lavoro complesso e dalle molte letture, è un viaggio che ha tutte le qualità per avere un posto speciale nella propria personale playlist.

[Fabrizio Siliquini]

MAZZY STAR
Still EP
[Rhymes Of An Hour]
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Tuttavia credo sia impossibile resistere alla voce sensuale ed avvolgente di Hope Sandoval, soprattutto se assecondata dal piano dolente di Roback come nel singolo anticipatore “Quiet, the winter harbor”, così come quando questa viene messa al servizio del pregevole country folk di “That way again”.
Menzione a parte merita “Still”, canzone che in due minuti centrifuga Velvet Underground e Sun Kil Moon, riuscendo a fare meglio del Mark Kozelek di tante uscite uscite recenti.
Insomma, se da un lato ci aspettavamo di più in termini di minutaggio, da un lato non possiamo che essere contenti che i Mazzy Star siano tornati a dar notizie di loro, a patto che però a breve tornino con qualcosa di più consistente da regalarci.
[Stefano D’Elia]

NINE INCH NAILS
Bad Witch
[The Null Corporation]

I Nine Inch Nails non suonavano così poco rassicuranti, sporchi e sperimentali da tempo immemore. Coloro che temevano si fossero normalizzati dopo qualche prova piacevolmente innocua (vi ricordate “With Teeth”?) possono tornare a dormire sonni (non) tranquilli: le canzoni di “Bad Witch” non provengono da questo mondo, ma dal lato più oscuro e indecifrabile della mente di uno degli ultimi grandi artisti della nostra triste epoca.
[Giuseppe Loris Ienco]

LUMP
Lump
[Dead Oceans]
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Solo 6 brani (l’ultimo non lo considero tale) e un minutaggio un po’ troppo ridotto (e questo fa togliere mezzo punto al disco), ma quello che conta è una piacevolissima sensazione che ci avvolge, ascolto dopo ascolto, e ci rimane dentro per lungo, lungo tempo.

[Riccardo Cavrioli]

NEKO CASE
Hell-On
[ANTI]
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Nonostante il gran numero di collaborazioni che popolano “Hell On” la voce di Neko Case resta sempre protagonista. Matura, versatile, sbarazzina in un disco di cinquantadue minuti ricco di spunti, senza particolari punti deboli e con dei testi sempre molto curati come quello della title track (And me, I am not a mess / I am a wilderness, yes / The undiscovered continent for you to undress / But you’ll not be my master / You’re barely my guest) dove Neko Case è più battagliera, femminista e orgogliosa che mai.
[Valentina Natale]

BEN HOWARD
Noonday
[ANTI]
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Conferma di essere un racconta storie di razza in un disco di grande atmosfera che non cerca di eguagliare l’equilibrio instabile tra folk d’autore e briciole di pop raggiunto in “Every Kingdom” e “I Forget Where We Were” (era difficile farlo del resto) anzi se ne allontana il più possibile. Sfidando l’ascoltatore con le sue melodie oblique, il tono ora soffuso ora tagliente mai sopra le righe, mai eccessivo. Non arriverà in classifica “Noonday Dream” ma è un sogno surreale che vale la pena di fare. Soprattutto d’estate quando si può rallentare il ritmo, lasciarsi cullare dal sole di mezzogiorno e dalle note di “Agatha’s Song”.
[Valentina Natale]

 

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