A UN CERTO PUNTO IL RISCHIO CHE IL DISCO NON VEDESSE MAI LA LUCE C’è STATO: LA NOSTRA CHIACCHIERATA CON MASSIMO FIORIO DEI CANADIANS

 
5 luglio 2018
 

I Canadians sono tornati. Si erano sciolti nel 2011 ma alla fine il bene vince sempre e così ecco il terzo album della formazione composta da Duccio Simbeni (voce e chitarra), Massimo Fiorio (basso) e Christian Corso (batteria). I “nuovi” Canadians piazzano questo “Mitch” che ci sorprende fin dal titolo (è la dedica a Michele Nicoli, ex chitarrista della band) e sopratutto non delude le aspettative. Tutt’altro. Melodie immediate e sapiente uso delle chitarre non mancano, ma il suono si è fatto più snello, meno “arrangiato” e tutto fila via che è un piacere in un modo mai banale o scontato.
Con la consueta gentilezza e disponibilità il buon Massimo Fiorio (Dietnam), che avevamo già interpellato per i 10 dischi da isola deserta, risponde alle nostre domande, che in realtà non riguardano solo il disco, ma spaziano a piacere…

Ciao Massimo, come stai? Da dove ci scrivi?
Ciao Ricky! Direi che va tutto bene in questo periodo: ferie dietro l’angolo, notizie di un’estate meno calda del solito, dischi belli in cuffia…
Comunque ti sto scrivendo da Milano, città in cui vivo ormai da quattro anni e mezzo. Ormai sono milanese a tutti gli effetti, anche se sento sempre tantissimo la mancanza di Verona.

Allora, come ci si sente ad aver pubblicato un nuovo album a nome Canadians? Ci speravate e l’avete sempre visto fattibile o davvero la cosa a un certo punto sembrava irrealizzabile?
Devo ammettere che è una sensazione strana: le altre volte c’era sempre una certa pressione per un motivo o per un altro (il primo disco perché era il primo, il secondo perché veniva subito dopo il “mini-successo” del primo e soprattutto del primo tour), c’era tantissima gente che lavorava per noi e con noi e c’erano delle cose che andavano fatte in un determinato modo e rispettando determinate scadenze.
Questo disco è nato e, soprattutto, è stato pubblicato in un ambiente totalmente diverso. Tre anni senza prove, silenzio totale, zero concerti. Quando abbiamo ricominciato a suonare (2014, se non ricordo male) non pensavamo a un nuovo disco ma ci divertivamo a essere nuovamente in sala prove. Poi hanno iniziato ad arrivare tante canzoni nuove e, anche se ci siamo ritrovati solo in tre, c’è tornata la voglia di fare un disco e portarlo in tour. Purtroppo in fase di realizzazione del disco (diciamo durante e subito dopo la registrazione) abbiamo avuto un po’ di casini che hanno ritardato il tutto. Nei nostri progetti il disco doveva uscire a settembre 2015 e avremmo potuto fare addirittura alcuni concerti.
Invece abbiamo lasciato passare i mesi e gli anni, nel frattempo siamo diventati tutti genitori e ci siamo resi conto che ora abbiamo altre priorità. Sì, a un certo punto il rischio che il disco non vedesse mai la luce c’è stato.

Tu sei sempre stato un attento osservatore (e critico) della realtà musicale e degli stereotipi della stessa. Rispetto a quando la vostra avventura con i Canadians cominciò, guardandoti intorno vedi palazzi solidi o macerie?
Probabilmente ero un attento osservatore perché avevo un interesse personale nell’esserlo, ma sono anni che, a parte rari casi, mi sento totalmente al di fuori della scena musicale italiana, fatta eccezione per le band che produco con la mia piccola etichetta (la Bello Records). Chiaramente ne conosco i nomi principali perché son quelli che, volente o nolente, mi passano davanti agli occhi giornalmente sui social.
La sensazione è che i palazzi siano più solidi di quando anche noi eravamo nel giro, c’è una diversa consapevolezza in tutte le parti coinvolte. Devo ammettere che molta della roba che gira adesso e che trova riscontri positivissimi di pubblico non mi piace, ma è un problema solo mio e infatti lo tengo quasi sempre per me (a parte in questa intervista, insomma). Poi ho pure io qualche guiltypleasure: l’anno scorso avrò ascoltato un miliardo di volte “Riccione” dei Thegiornalisti (era la canzone preferita di mia figlia. La mia compagna invece impazzisce per un cambio di accordi presente in “Sold out” che solo lei saprebbe spiegarti nel dettaglio, ma ti confesso che spesso le melodie di Paradiso conquistano anche me), però diciamo che poche cose tra quelle che vanno per la maggiore passano spesso dal mio Spotify. Ascolto sempre tutto per farmi un’idea, ma quell’idea molto spesso è un mix di bestemmie.

Com’è stato approcciarsi al lavoro in tre? Quanto si è fatta sentire l’assenza di Michele? Questo mi pare il vostro lavoro più diretto e senza tanti orpelli, anche in termini di arrangiamenti.
In realtà abbiamo lavorato come sempre: Duccio arriva con un’idea o con una canzone già abbastanza strutturata e ci costruiamo attorno tutto il resto. Alcuni pezzi sono invece nati da improvvisazioni in sala prove (“Something Broken”, ad esempio). Una volta decisa e terminata la struttura del brano iniziamo a lavorare sull’arrangiamento, che spesso termina durante le ultime fasi del mix, con delle idee apparentemente idiote che però riescono a sottolineare alcuni passaggi o a rendere più interessanti i brani.
L’assenza di due membri fondamentali (sia a livello compositivo che, ancor più, a livello di arrangiamenti) si ritrova proprio nell’immediatezza di questo disco. Normalmente i brani scritti da Michele erano più complessi: si partiva spesso da arpeggi e strutture non esattamente pop, per arrivare poi a un risultato finale che mescolasse il lato più diretto della band (io, Duccio e Christian) con le idee “anti-pop” del Michi. Questa volta invece tutto era nelle mani dei tre “sempliciotti” della band (anche se Duccio suona degli accordi che, dopo 13 anni, ancora non riesco a decifrare) e quindi abbiamo virato pesantemente verso l’immediatezza (non che prima facessimo suite progressive, ma sicuramente in questo disco si nota la mancanza delle lunghissime code strumentali che abbiamo infilato spesso nei dischi precedenti).

Queste canzoni sono state scritte tempo fa o sono tutte canzoni recenti?
Tutte tra il 2014 e il 2015. Dal giorno che abbiamo messo piede in studio per iniziare le registrazioni di “Mitch” (inizio luglio 2015) non abbiamo più fatto le prove, non ci siamo proprio più visti con lo scopo di suonare. Al massimo ci siamo sentiti per decidere dove e come mixare il disco, ma lasciando passare anche diversi mesi tra un “lo mixiamo qui?” e un “e se provassimo a mixarlo lì?”.

Il disco nuovo contiene forse alcuni dei brani più belli che abbiate mai scritto. Te ne parlavo anche in privato e la tua risposta “ce ne stiamo rendendo conto solo ora che ascoltiamo l’album con maggior distacco” mi è piaciuta moltissimo, ma ovviamente la uso come spunto. Non sono un musicista, mi limito ad ascoltare, ma quanto influisce, nel tuo caso, sulla capacità di giudizio l’essere coinvolto (tra scrittura e registrazione) in un progetto? Questo coinvolgimento alla musica, sempre nel tuo caso, è andato aumentando? Per capirsi, gli Slumber era un progetto che affrontavi con più “scioltezza” (permettimi il termine)?
Fin dal momento in cui ultimiamo una canzone nuova, quella canzone la ascoltiamo in modo totalmente diverso da come ascoltiamo i dischi di altre band. Credo sia naturale: è una cosa tua, conosci ogni singolo suono, ogni nota, ogni passaggio. Nel caso di questo disco però è stato tutto diverso: abbiamo scritto tante canzoni in poco tempo, le abbiamo registrate e poi le abbiamo abbandonate. Io dopo qualche mese non ricordavo nemmeno i titoli dei brani, e ti confesso che non ne so suonare più neanche una (essendo io un musicista molto scarso, ho bisogno di suonare spesso le canzoni per ricordarmele: se questo non succede, poi è come se ripartissi da zero, devo impararle nuovamente, non sono assolutamente in grado di ascoltarle e dire “ok, qui faccio questo, qui faccio quello”. Però avrò sicuramente altri pregi, spero).
Il disco è stato mixato due anni e mezzo dopo aver finito di registrarlo e ti assicuro che è stato un incubo, perché in due anni e mezzo dimentichi quante tracce hai registrato di chitarra, se avevi fatto i cori in quel ritornello, se il basso è stato riregistrato, se la fottuta batteria di merda è quella della prima take o della seconda. Dovremmo fare un monumento a Paolo Camponogara che è riuscito a districarsi nel delirio delle take, riuscendo a mixare un disco che molto spesso abbiamo pensato non avrebbe mai visto la luce. Quindi quando tutto è finito ci siamo presi una pausa mentale. Io personalmente non ho più ascoltato il disco per tre mesi, riprendendolo in mano solo pochi giorni prima che uscisse. Ecco perché ti ho detto che solo ora mi sto rendendo conto della bontà del risultato finale: fino a pochi mesi fa i miei pensieri erano tutti un “dove stracazzo è la traccia giusta che avevo registrato?”, “perché queste chitarre non sono a tempo sulla batteria?”, “chi cazzo me l’ha fatto fare?”.
Il mio coinvolgimento nella musica delle mie band è sempre stato costante nei 24 anni passati da quando ho iniziato a suonare con altre persone, ho iniziato a mollarci solo con lo scioglimento dei Canadians nel 2011, ma poi son comunque subentrati i Lava Lava Love che per qualche anno mi hanno fatto tornare la voglia di stare su un palco senza grossi pensieri, solo per divertirmi, prima che anche lì tutto andasse in malora.
Gli Slumber hanno avuto solo la sfortuna di arrivare con qualche anno in anticipo sul mio diventare una stracciapalle per gli addetti ai lavori nel mondo musicale italiano, ma ancora oggi li amo alla follia e ogni tanto propongo alla band (abbiamo una chat su Whatsapp) di registrare qualcosa di nuovo (o riregistrare cose vecchie mai pubblicate). Per ora non se n’è fatto nulla.

“Something Broken” è quasi in territori emo vecchio stampo, una canzone che mi ha davvero sorpreso. Com’è nata?
Come dicevo prima, è nata strimpellando a caso in sala prove. Tutto è partito da una mia parte di basso, poi s’è attaccato il Chri e abbiamo praticamente messo giù la struttura principale del pezzo. Alla fine Duccio ha aggiunto arpeggi e muri di chitarre e il risultato è la canzone che piace di più a Duccio e Christian (e a tantissimi fan che ci hanno scritto per dire “Bella Something Broken”) e meno al sottoscritto. Ma si sa: a me piacciono le canzonette e “Something Broken” non lo è.

Ora che hai una bimba te lo posso chiedere? Si riesce a conciliare famiglia e musica? E soprattutto la piccola fanciulla ti pare che approvi l’ultimo dei Canadians?
Credo che il problema principale del conciliare famiglia e musica in realtà non sia la bimba ma il fatto che viviamo in tre città diverse, facciamo tre lavori totalmente diversi con orari spesso non compatibili. Il disco è nato facendo le prove il venerdì sera – uno ogni due, nella migliore delle ipotesi – dalle 22.30 all’una di notte, cioè da quando riuscivo a tornare a Verona in auto dopo una settimana di lavoro a Milano: ora sono fisso a Milano, torno a Verona una volta al mese per portare la bimba dai nonni, quindi anche solo provare sarebbe difficilissimo. Fare concerti mi sembra totalmente fuori discussione al momento, ma qualche data (magari a Verona, Brescia e Milano, per iniziare) ci piacerebbe farla più avanti. Che possibilità ci sono che questo succeda? Direi un generoso 40%.

Sono previsti concerti per promuovere il disco?
Vedasi risposta precedente 😉

Facevo un giro sul tuo storico blog. Tu sei sempre stato uno che ho sempre immaginato davanti al monitor o col cellulare in mano, impegnato su tutti i fronti social: Massimo Fiorio deve dire la sua! Poi leggo un post dell’anno scorso in cui dici di non avere più voglia di discutere. Confermi quel post o un po’ la voglia ti è tornata?
Lo confermo e, con le notizie di cronaca degli ultimi giorni, ci aggiungo che non solo mi è passata la voglia di discutere, ma mi sta passando anche quella di avere motivi di discussione. A volte vorrei non sapere un cazzo. Poi mi passa eh, ma da quando ho una figlia sono molto più sensibile ad alcuni argomenti e proprio ho un blocco: o mi metto a discutere e finisco in galera o, peggio, mi faccio venire un infarto o me ne sto tranquillo per i cazzi miei.

Che cosa stai ascoltando d’interessante ultimamente?
Mi sono innamorato dell’ultimo degli Ash (concerto obbligatorio a dicembre qui a Milano), che ascolto quasi ininterrottamente da quando è uscito, alternandolo all’ultimo degli Okkervil River, poi Family of the Year, poi il nuovo progetto di Billy Joe dei Green Day, poi il primo dei Johan, una band olandese incredibile di metà anni ’90 che ho scoperto grazie a una serie tv. Roba italiana: quasi solo l’ultimo degli Zen Circus.

Potrei non citare Weezer e Smashing se parlo con te? Gli Weezer che tornano in classifica con una cover dei Toto e I Pumpkins che, quasi al completo, tornano in pista. Che ne pensi?

La cover dei Toto ovviamente l’ho ascoltata seicento volte, però devo ammettere che l’ultimo degli Weezer è il loro unico disco che non ho comprato: è terrificante. Lo comprerò per completezza ma dio mio che orrore. Ovviamente sempre e solo tanto amore per loro, probabilmente la mia band preferita.
Gli Smashing (Corgan) invece non ne azzeccano una da quasi 20 anni, ma ho già in saccoccia il biglietto per la data bolognese. Mi spiace non ci sia D’Arcy (avevo seguito tutta la vicenda anche molto da vicino, perché misteriosamente io e D’Arcy siamo “amici” su Facebook e quindi leggevo aggiornamenti direttamente alla fonte) ma se mi faranno “Muzzle” o “Mayonaise” tutto sarà perdonato. Però che merda il singolo nuovo!

Ma a Milano si vive bene? Un po’ di nostalgia di Verona?
A Milano si vive benissimo (almeno nella mia zona, vicino allo stadio, circondata da parchi e con tutti i servizi fondamentali a portata di mano – per dire: ho tutte le scuole dal nido al liceo a non più di 5 minuti a piedi). Quando torno nel paesino penso sempre che non riuscirei a tornare indietro, rinunciando a tutti quei servizi presenti magari solo a Milano (banalmente: ‘Prime Now’).
E pensare che da ragazzino Milano mi faceva schifo (ci andavo solo per vedere concerti e comprare fumetti).
Nostalgia di Verona? Non metto piede in città da un anno, se non erro, ed è come essere senza un braccio o senza una gamba. Torno abbastanza spesso nel paesello dei miei ma raramente riesco a farmi poi un giro tra i vicoletti attorno a Piazza delle Erbe o anche solo a fissare imbambolato per due minuti l’Arena, uno dei luoghi più importanti e formativi della mia vita. Lo dico sempre: Verona è la città più bella del mondo e mi manca sempre da impazzire.

Dai, dammi la canzone adatta per la chiusura della nostra chiacchierata.
Una canzone che non c’entra nulla ma che da anni cerco sempre di far ascoltare a chiunque perché ha un testo meraviglioso che tutti dovrebbero ascoltare e amare: “Album of the year” dei The Good Life.

 

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