COLOR FEST 2018 (LA GIURRANDA DI PLATANIA, 4-5/08/2018)

 
14 agosto 2018
 

Ci si può affezionare ad una mancanza?

È passato qualche giorno ormai dalla fine del Color Fest, Platania (CZ) è lontana e restano solo le foto e le playlist. Cercherò di farvi rivivere ogni frangente delle serate del quattro e cinque agosto, raccontandovi quello che è accaduto e che ho provato alla Giurranda.

Quando si scrive di musica è sempre tutto molto personale, come quando parli di una persona,
quindi sono certo che qualcuno sarà in disaccordo con quello che leggerà, se lo leggerà.
Ecco un live report sincero, alticcio e potenzialmente molesto.

Zaino con whisky da viaggio, tabacco e lo stretto necessario a sopravvivere. Sono pronto!
Il viaggio scorre senza grossi patemi d’animo e arrivo in camera del B&b prenotato.
Due ore di ripresa e si sale alla Giurranda.
I temporali estivi sono bellissimi ma hanno causato l’annullamento dei primi due artisti previsti dalla line up del sabato: Enne e La Stazione.
La sesta edizione del Color Fest parte quindi con Galeffi.
Se dovessi cercare nel dizionario un aggettivo per lui la mia scelta terminerebbe sulla lettera T: tenero.
Canta l’amore e lo fa maledettamente bene. È capace di creare un legame empatico assurdo con qualsiasi cosa passi
in quel momento dinanzi al palco. Cattura l’attenzione con la sua voce, lo si riconosce ed è un bene.
Per quanto bizzarra come scena, immagino tanti cordoni ombelicali che partono da lui e arrivano a chi ascolta.
Sono difficili da tagliare e “Occhiaie” cantata nel finale con noi è la netta dimostrazione
di come la sua carriera possa solo migliorare.
Non lo tagli mica questo cordone, aspetti ancora speranzoso possa tornare sul palco.
Come un banco di sardine ci si dirige tutti insieme nei presso del palco Stefano Cuzzocrea.

Cerco sullo smartphone la scaletta degli eventi e parte quasi la lacrima: tocca a Iosonouncane e Paolo Angeli. Vidi tempo fa Jacopo Incani a Cosenza e fu uno dei concerti più fighi che,
ad oggi, ho visto nella mia città. Iosonouncane ha la capacità di aprire nuove porte della percezione. Un suo live è veramente un’esperienza strana da descrivere. Sicuramente non sarà gradito da tutti ma è capace di portarti in una dimensione dove vacilli tra il reale e l’irreale. Il corpo fluttua, gli occhi sono chiusi.
Iosonouncane mi ha in pugno e non faccio nulla per divincolarmi.
I suoi sono ti ammaliano, ti accarezzano e ti spingono oltre.

Altro giro, altra corsa. Si ritorna al palco iniziale. Ora tocca al duo che più mi ha impressionato nel 2018: i Coma_Cose. Un concentrato di energia “made in Milano” si abbatte sul Color Fest.
Fausto e Francesca sono animali da palco.
La loro affinità è così evidente che è come di vederla aleggiare sopra di essi.
Quello che riscontro in loro è la loro capacità di svestire i panni di artisti ed indossare quelli da piccoli chimici.
Ogni loro live porta con sé la capacità che hanno di trovare ogni volta la formula giusta e rendere il tutto unico.
Tante anime lattine si dimenano e alzano le mani al cielo. Siamo tutti felici!

Via! Il tempo di buttar giù un boccone e bere una birra e si ritorna sotto il palco Stefano Cuzzocrea.
Sono tutti trepidanti, pronti a fare un tuffo nel passato. Ladies and gentleman, Donatella Rettore is here! Gli anni Ottanta travolgono il pubblico. Fisico tonico, capigliatura da copertina del vinile, movimenti fluidi e tutti i suoi pezzi più conosciuti: la Donatella nazionale riesce nell’impresa di coinvolgere i millenials, non avvertendo minimamente la pressione di avere dinanzi un pubblico anagraficamente molto distante.

La bionda cantante si allontana nell’ombra. Si avverte l’ostensione della sindrome da Willie Peyote.
Un torero allo stato puro. Ti avvicina, ti evita dolcemente e ti colpisce. Le sue rime ricercate stenderebbero chiunque.
Un lessico mai banale, chi caspita sognerebbe di citare Platone in un testo?
Lui lo fa e offre uno spunto interessantissimo sui giovani d’oggi, un po’ pigri rispetto al corso degli eventi.
Il nostro essere italiano risulta essere un vanto sì ma il cromosoma X, quello del pareggio, quello per cui spesso giochiamo per evitare di farci del male la dice lunga su chi siamo, o almeno su chi spesso siamo.
E poi un plauso a coloro i quali sono feticisti dell’ultima parola, a chi ci rende così assuefatti al punto tale da renderci così tonti da fare a piedi la strada verso casa loro e poi, con un colpo di coda, ribaltare tutto e farci voltare. Beh, signori miei, urliamolo forte insieme a Willie: VAFFANCULO!

È arrivato il momento signori: dalla scalinata vedo salire dei ragazzotti sempre pronti a far casino. Riesco a vederli per la prima volta, dopo che nevicate e guasti meccanici mi hanno sempre impedito di andare ad un loro live. Loro sono gli Zen Circus ed io mi sento come un bimbo pronto a scartare il suo regalo di Natale (sarà banale ma anche il mio Babbo Natale si chiama Abdul). Che dire? Vedere Appino correre lungo il palco e cantare le canzoni che spesso mi accompagnano in tarda notte, quando rientri in macchina a casa, con le casse che friggono a causa del volume alle stelle, è un piccolo desiderio avveratosi prima della notte di San Lorenzo. Se fosse vero che le piazze fossero piene come durante i concerti forse vivremmo in un posto migliore ma questo non diciamolo, che poi ci dicono che siamo pigri anche a fare le rivoluzione (come se non fosse vero). Siamo nati per subire e questo non ce l’avevano mica detto da bambini, altrimenti ci saremmo preparati al peggio. La voce di Appino si propaga tra i pini, mi ricorda che non voglio ballare ma farmi male. Le crisi di passaggio bussano alle spalle ogni qualvolta una parola rintocca in zucca e ricorda qualcosa di non propriamente bello. Amo scrivere citando solo perché forse ho creduto di esserti vicino ma vicini eran solo i guai ed i tuoi. Anche se inizio a pensare di essere in crisi di una vita e andate tutti a fanculo se non vi piace quello che state leggendo.

Si chiude così il primo giorno di Color Fest: con una bottiglia gli Jim Beam miscelata alla Coca Cola e tante birre, una busta di tabacco ridotta ai minimi termini ed più vaffanculo sonori e sentiti.

Il secondo giorno è quello dei postumi, dei dolori agli arti inferiori che ti avvertono del fatto che non sei più un adolescente e che, se tira vento e/o la temperatura si abbassa, ci si deve coprire. La fine dei vent’anni è un problema con il quale non faccio pace, è inutile. Un piatta di pasta col pesto che renderebbe Edo Calcutta fiero di me, sigaretta e birra, riposo, doccia e si ritorna alla Giurranda.

Arrivo tardi, sento Cimini cantare da lontano e mi appresto ad entrare.
Federico è così, come lo vedi. Sincero, a tratti quasi ingenuo e ci piace così.
Piccoli viaggi lunari per scoprire se effettivamente quella casa è adatta per due, per quel lui o quella lei per i quali fareste di tutto, anche trasferirvi su quel satellite così vicino e così romantico ma pallido. Non è vero che tutti sono migliori di te Federico, non è così… Il coniglio dal cilindro è l’esecuzione di “Lexotan” de I Cani. Ragazzi in visibilio e Federico emozionato in chiusura: che bel finale!

Spazio a Francesco De Leo, già frontman de L’Officina della Camomilla.
Siamo tutti qui, a ridosso del palco. Sul palco nessuna differenza: outfit da spiaggia e occhiali neri a nasconderi gli effetti degli hangover, nonostante il crepuscolo imminente. I synth avvolgono, il sound e la temperatura fresca favoriscono gli abbracci, nonostante agosto, come a dar ragione ai Pertubazione che reputano agosto il mese più freddo dell’anno. È vero, questo agosto è gelido per svariati motivi ma non vi annoierò con i miei pseudo drammi. Le ragazze del Color Fest sono diverse da quelle delle zoo di Torino e la chiusura con “Un fiore per coltello” rende tutto più malinconico, perché ci ricorda che dietro noi, dietro loro, dietro a tutti coloro i quali fanno finta di nulla, c’è un tempo di merda. Ci ricorda che ascoltiamo musica orrenda e che al posto del cuore LORO hanno una calcolatrice.
Si vede che mi ha colpito De Leo?

Momento ristoro. Birra che termina il tempo di passarla dalla mano destra alla mano sinistra. Arriva Nel Giardino e trascina verso di sé tutta la mia attenzione. Prima volta per me, mai ascoltata prima di oggi. Chiara ha una voce calda, non serve neanche avvicinarsi a lei, vi innamorereste solo ascoltandola, come in uno speed date ma senza vedere chi siede dall’altra parte del tavolo. È amore Chiara, sappilo.

Da questa atmosfera da “Love is in the air” si passa a Clap! Clap! che non impiega mica tanto a farci scuotere le anche o agitare le birre in cielo. Vedo ancora occhiali da sole e luci stroboscopiche rifletterci dentro. È tutto così bello che ci si sente leggero. Vedo ragazzi flirtare, la birra fa effetto.

Musica in dissolvenza, vedo un passamontagna, leggo Sick Tamburo: godo. Quanta roba sono?
Chitarra che entra in testa, ronza ma non reca fastidio. Il basso colpisce come un martello sull’incudine.
La voce di lei è ipnotica, riesco a stento a fumare quelle briciole di tabacco rimaste dalla sera prima.
Sarà il freddo che incombe, la temperatura scende che scende, iniziano a spuntare dalle t-shirt capezzoli turgidi.
Esultano i ragazzi in preda a tempeste ormonali. I tentativi di saltello in sincro, con lei davanti e lui dietro distolgono per qualche attimo la mia attenzione e mi fanno sorridere.

Mi allontano in macchina a recuperare una vecchia felpa. Mi perdo quasi interamente l’esibizione dei Bud Spencer Blues Explotion. Riesco a sentire quattro pezzi, necessari a farmi capire il perché io non abbia mai più di tanto ricercato una loro data. Come un unico piano sequenza, non ho avvertito la fine e l’inizio del nuovo brano. Tutto molto simile, sarò impopolare sicuramente ma non hanno catturato la mia attenzione.

Tocca a Frah Quintale salire sul palco. Mi sento fin troppo teen. Ho la barba lunga e qualche capello bianco ormai. I suoi tormentoni fanno cantare anche me. Perché tra otto miliardi di persone, quando ne becchi una che risolve la tua confusione ma in realtà si confonde lei, capisci che resti solo un accattone. Perché ascoltando Frah mi ricordo della mia vecchia passione per le stazioni, per i treni, la notte. Il finale è da brivido, perdo quasi la voce, ne vale la pena.

Main event: Cosmo. Luci, esplosione di coriandoli, sintetizzatori. L’ingresso è da pelle d’oca.
Salto, un po’ per il freddo, un po’ perché è impossibile non farlo. L’ultimo suo album spacca e ha stravolto i suoi live, ovviamente in modo positivo. Sento le voci, metto il turbo, sembra dicembre, avverto il disordine interno, ritorneranno tutti e finirà il digiuno. Si suda, le spalline dello zaino piangono, la musica ci accompagna, domani non sarà un lunedì di festa ma non ci resta che goderci quest’ultima festa (chiedo venia per la rima baciata ma giuro che non era voluta).

 

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