“IL FAVOLOSO MONDO DI ADELE”: LA NOSTRA INTERVISTA AD ADELE NIGRO (ANY OTHER)

 
18 settembre 2018
 

Raccontare un’artista come Any Other e un disco come “Two, Geography” non è assolutamente facile.
Ogni momento del bellissimo album, appena pubblicato per 42 Records, evoca momenti, storie di vita, racconti e un immaginario che solo un talento puro come Adele Nigro riesce a immaginare e descrivere nel migliore dei modi.
E se nel culmine delle hypsterate notturne state ancora pensando di rivedere ‘il mondo di Amelie’, leggete questa intervista, noi abbiamo provato a farci raccontare tutto il: “Il favoloso mondo di Adele”.

Ciao Adele. Come stai? Cosa senti di diverso intorno a Any Other rispetto ai primi passi mossi nel 2015?
Ciao! Io sto bene. Rispetto a tre anni fa ci sono parecchie cose nuove, diverse, sì.
Sono diversa io, molto più cosciente di me stessa e delle mie capacità. È anche diverso l’ambiente che mi circonda, sia per quanto riguarda i musicisti con cui sto collaborando, sia per quanto riguarda l’etichetta, e via così. In generale ti dico, mi sento molto fortunata e grata per quello che ho in questo momento. Sono circondata da molto amore, e questo mi mette nella condizione di potermi esprimere al meglio.

Come le tue esperienze in questi anni ti hanno aiutato a scrivere e pensare a questo disco?
Sono stati anni un po’ complessi dal punto di vista personale, a volte anche faticosi, ma mi hanno spinta a trovare una via d’uscita che è culminata in questo disco. Insomma, vale un po’ il discorso per cui scrivere è un atto terapeutico. Allo stesso tempo però, le mie esperienze musicali sono state dense e ricche, e alcune credo che le terrò sempre nel cuore. Mi hanno aiutata ad affrontare la composizione attraverso una seconda fase, dopo quella impulsiva e emotiva della scrittura, più razionale e lucida – cosa che sicuramente ha influito sul mio approccio capillare rispetto alla produzione e l’arrangiamento.

Come hai metabolizzato le bellissime esperienze che hai fatto quest’anno? (ad esempio con Colapesce)
Quella con Colapesce è stata un’esperienza molto formativa, la rifarei. Non avevo mai suonato in una band di sei elementi, né ero mai passata attraverso una produzione, quindi mi sono confrontata con un mondo un po’ più grande e diverso rispetto a quello a cui ero abituata. Credo di aver dato il mio meglio e che questo sia arrivato, sono soddisfatta di come ho lavorato. Ho collaborato anche a dischi di artisti molto eterogenei tra loro (MYSS KETA, Andrea Poggio, Generic Animal, ultimo non ultimo Halfalib) e ho capito che amo suonare con altre persone e mettere a loro disposizione le mie competenze. Credo che condividere il sé musicale sia un arricchimento per tutti, fa avvicinare le persone. E secondo me il punto di suonare sta proprio qui.

Come questo continuo suonare in tutta Italia, anche in questi giorni, ti ha fatto avvicinare alla data di uscita del disco?
È strano, lo ammetto. Comincio il mio tour appena finito quello di Colapesce, quindi sicuramente ci arrivo già “calda”. Detto questo, portare in giro il proprio disco ha una specificità propria, banalmente anche solo dal punto di vista affettivo. In un certo senso, ti permette di azzerare tutto per cominciare a prendersi cura di sé.

Dall’esterno emerge chiaramente che hai una profonda attitudine al viaggio e ad essere molto aperta ad ogni influenza. All’estero quale percezione hanno della nuova musica italiana?
Purtroppo è presto per parlare di percezione all’estero della musica italiana, questo perché come presenza è ancora estremamente debole. Ovviamente parlo di musica pop più o meno indipendente. Non ti nascondo che mi è capitato più volte nei festival europei di sentirmi dire: ciao, ma tu sei l’artista italiana! Quasi come se fosse un evento straordinario, cosa in parte vera. Se ci pensi, gli artisti e le band “forti” in Italia raramente si confrontano con l’estero.

I will ignore the formula” canti in una tua canzone e oggi sembri aver trovato proprio un’estrema libertà sonora e personale in questo mantra. Di quale canzone del tuo disco sei più orgogliosa (artisticamente parlando)?
Ce ne sono due, direi “Geography” e “Walkthrough”. Sono i pezzi più complessi del disco, ma allo stesso tempo li sento molto “morbidi”, aperti e scorrevoli. Se ti dicessi che non sono fiera del lavoro che ho fatto, ti direi una bugia.

In una poesia di Shira Erlichman lei dice: “My whole world was shut inside me. There was no door. No way in, and definitely no way out.”. C’è stato un momento nella scrittura di questo disco o di una particolare canzone che ti ha fatto pensare che non c’era alcuna via d’uscita da un momento di stallo?
Non conoscevo la poesia, e questa citazione è molto bella. Era una sensazione che ho trascritto in “Perkins”, nella prima metà del pezzo per essere più specifici. Mi stavo un po’ abbandonando allo status quo in cui mi trovavo, mi sentivo abbastanza rassegnata e non contemplavo il fatto che potesse esserci un’alternativa. Parlo di stalli personali più che musicali, perché fortunatamente non ho mai pensato che nel fare questo disco non ci fosse via d’uscita.

C’è qualche esperienza profonda di viaggio che ha cambiato il tuo modo di vedere le cose? (Anche musicalmente parlando)
Per quanto fricchettone possa suonare (ed essere), il mio modo di vedere le cose è cambiato quando ho cominciato a indagare me stessa, attraverso il confronto con gli altri più prossimi a me, piuttosto che a quelli lontani dal punto di vista spaziale. Il mio modo di intendere la musica è strettamente connesso al modo di vedere le relazioni, e non parlo solo di quelle sentimentali. Mi interessano la trasparenza, la vulnerabilità, il contatto vero e sincero. Spero che fare musica possa aiutare me e gli altri a fare questo.

Tu vivi a Milano (se non sbaglio), ma come ha influenzato la tua musica una città come Milano? Pensi sia una città aperta, al pari delle metropoli europee, a certe esperienze musicali e culturali?
Penso di sì, ma in modo più nascosto rispetto ad altre città. Quello che voglio dire è che nello stereotipo di Milano fighetta c’è un fondo di verità, ma si tratta solo di un fondo. Insomma, è pieno di realtà indipendenti e connesse tra loro che danno vita esperienze culturali vive e interessanti. Sto pensando, solo per citarne uno, al festival ZUMA che si è tenuto a giugno per il secondo anno: artisti da tutto il mondo, vibe bellissima, persone stupende, tutto grazie al desiderio di stare insieme e soprattutto stare bene insieme.

Cosa significa per te la parola disagio oggi e come è cambiato il tuo modo di vivere le “sofferenze” nel corso degli anni?
Sto facendo un lavoro su di me per riuscire ad affrontare lo stare male senza renderlo totalizzante rispetto alla mia vita. Non ho mai nascosto di soffrire di depressione e mai lo farò, perché lo stigma che c’è intorno ai disturbi mentali non mi piace affatto. Sicuramente, anche solo rispetto a tre anni fa, sono più adulta, mi conosco meglio, e ho voglia di stare bene. Prima magari accettavo il mio “disagio” scherzandoci su, per lo più per non creare imbarazzo agli altri. Ora invece è una cosa che riconosco come parte di me ma la tengo anche a bada. Insomma, come ti dicevo prima, mi sento grata per quello che ho, e voglio onorarlo e rispettarlo con tutto l’amore possibile.

 

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