RICHARD ASHCROFT: LA TOP 10 BRANI

 
18 ottobre 2018
 

A distanza di due anni dal suo ultimo lavoro in studio, Richard Ashcroft è tornato in pista con un nuovo album di inediti: “Natural Rebel”. A sentire i due brani che lo hanno anticipato, la melodica e pimpante “Surprised by the Joy” e la più cadenzata e paradigmatica sin da titolo “Born to be Strangers”, dal caldo sound anni ’70, le premesse sono più che buone. L’ex leader dei Verve sembra aver ritrovato la vena giusta, come fermamente dichiarato in alcune interviste, ed è pronto a rivendicare un ruolo di primo piano all’interno del cantautorato rock inglese e non solo. D’altronde per uno che con la sua band aveva seriamente insidiato agli Oasis e ai Blur il trono di miglior gruppo britpop e che secondo Chris Martin dei Coldplay è ancora il miglior cantante al mondo, niente sembra precluso in partenza.

Ecco di seguito quelle che secondo me sono le sue 10 canzoni più significative, tenendo conto anche di quelle gloriose pubblicate con i Verve, gruppo di cui era indiscusso leader e principale compositore di testi e musiche.

BONUS TRACK – BITTER SWEET SYMPHONY

1997, da “Urban Hymns”

Fuori categoria per il suo status di classico non poteva mancare la celeberrima “Bitter Sweet Symphony” che come ormai risaputo è stata oggetto di una contesa legale con i Rolling Stones, autori della musica da cui Aschroft e soci utilizzarono il famoso riff di archi che accompagnava tutto il brano.
Indubbiamente è la canzone che ha lanciato nel firmamento del pop il nome dei Verve e reso il suo leader un’autentica icona, anche grazie a un video di notevole impatto, che con gli anni ha superato la ragguardevole cifra di 400 milioni di visualizzazioni.

10 – MUSIC IS POWER

2006, da “Keys to the World”

Per non incorrere in nuovi rischi dopo la querelle con i Rolling Stones per i diritti di “Bitter Sweet Symphony”, stavolta Richard Ashcroft prontamente ha indicato tra gli autori del brano anche l’indimenticato Curtis Mayfield, per aver utilizzato un sample di “It’s All Over” da lui scritto. La canzone è indubbiamente piacevole, rassicurante, indice di una ritrovata pace interiore, in tempi in cui l’ex Verve stava uscendo da una forte forma di depressione.

9 – THEY DON’T OWN ME

2016, da “These People”

Tratta dal suo album più recente, spiccava per l’indole malinconica e un ritorno a sonorità molto vicine a quelle che fecero la fortuna del primo lavoro solista. A livello testuale, è come una confessione, un’ esortazione alla persona amata, una sorta di riflessione dolce/amara sulla condizione attuale e un rivendicare il fatto di essere simili nella loro diversità.

8 – BORN AGAIN

2010, da “United Nations of Sound”

Questa canzone fa parte del disco sicuramente più particolare di Ashcroft e la caratterizza al meglio col suo sound vivace, caldo, e quella forza incalzante che induce a scuotersi e ballare. Un album collettivo, uscito con la dicitura RPA & The United Nations of Sound e che dal vivo sapeva sprigionare tutta l’energia che si era prefigurato.

7 – CHECK THE MEANING

2012, da “Human Conditions”

Splendida canzone posta in apertura di un album, il secondo della sua carriera da solista dopo gli ottimi riscontri dell’esordio, sicuramente più ambizioso negli intenti e nelle liriche. E’ un Richard estremamente sincero e disilluso quello che declama a gran voce versi dapprima intrisi di rassegnazione e sconsolazione  ma che sfociano poi nella speranza e nella rinnovata fiducia.

6 – C’MON PEOPLE (WE’RE MAKING IT NOW)

2000, da “Alone With Everybody”

Canzone semplice, diretta, dall’ottima melodia che non tradisce le amate atmosfere soul, ci mostra il lato più ottimista del cantatuore di Wigan. Corredata da un video in buona rotazione sui network musicali, contribuirà anch’essa al buon successo del disco.

5 – BREAK THE NIGHT COLOUR

2006, da “Keys of the World”

Singolo che anticipò il ritorno sulle scene del Nostro dopo il mezzo flop (soprattutto al di fuori del Regno Unito) del secondo disco, mostrò subito la sua ritrovata vena compositiva e un rinnovato gusto per il buon sano pop di matrice inglese.

4 – A SONG FOR THE LOVERS

2000, da “Alone With Everybody”

Il primo singolo da solista, una volta conclusa in modo controverso l’epopea dei Verve (il gruppo si riunì in seguito in modo estemporaneo dando alle stampe un disco di inediti nel 2008) fu subito un successo clamoroso. Parte del merito si può ascrivere anche al caratteristico video che ne accompagnò l’uscita, ma di certo a colpire principalmente gli ascoltatori furono l’innegabile melodia, l’incalzante arrangiamento d’archi e l’immediato testo invocante l’amore in maniera piuttosto ossessiva.

Chiudo la rassegna con tre pezzi dei Verve che denotano non solo il suo indiscutibile talento di autore, ma che si possono a ragione considerare dei classici del nostro tempo, direi imprescindibili almeno per chi voglia avvicinarsi alla musica inglese degli anni ‘90

3 – HISTORY

1995, da “A Northern Soul”

Inserita nel secondo album dei Verve, è emblematica della fase di transizione che la stava trasformando da neo psichedelica, vicina ad atmosfere space rock, a band pop rock a tutti gli effetti in grado poi due anni dopo di arrivare all’apice del successo. Qui ci sono già gli ingredienti al posto giusto: la carica soul è notevole, l’interpretazione è molto intensa con la voce mai così in primo piano prima di allora. L’apporto della band, soprattutto di Nick McCabe, l’altro deus ex machina del gruppo, è piuttosto ridotto e un po’ alla volta si ribadirà prepotente la leadership di Ashcroft e così pure una nuova direzione musicale.

2 – LUCKY MAN

1997, da “Urban Hymns”

Meritava una citazione anche la splendida “Sonnet”, accorata e suggestiva, ma opto per questa altrettanto “fortunata” canzone in cui Richard in modo assolutamente liberatorio rivendica per sé stesso la possibilità di essere felice, con i modi e i tempi giusti. Musicalmente è pervasa da delicati suoni acustici, ma il crescendo finale è alquanto emblematico e suggella nel migliore dei modi un episodio chiave del disco.

1 – THE DRUGS DON’T WORK

1997, da “Urban Hymns”

Impossibile infine non selezionare questo brano, secondo singolo estratto dal disco dell’affermazione dei Verve, che rappresenta il lato più intimista, profondo e sensibile dell’autore. Il testo è di una sincerità disarmante, e sembra proprio che Richard l’abbia rivolto a sé stesso, in un momento in cui la dipendenza dalle droghe era ancora forte, ma allo stesso tempo anche la consapevolezza che fosse giunto il momento di chiudere definitivamente quella triste pagina. Che sia stata scritta in memoria del padre da poco comparso o come forma di rassicurazione per la moglie Kate Radley all’epoca musicista degli Spiritualized, come riportano fonti discordanti, poco importa in fondo: rimane una delle sue più commoventi e toccanti canzoni, grazie anche a una musica intrisa di struggente malinconia e al celestiale arrangiamento d’archi.

 

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