OGGI “GREEN” DEI R.E.M. COMPIE 30 ANNI

 
7 novembre 2018
 

Oggi compie 30 anni “Green”, uno dei dischi più significativi dei leggendari R.E.M., e all’epoca uno dei più attesi. Erano infatti i giorni del clamoroso  – ma fisiologico – passaggio da una etichetta “minore”, per quanto la I.R.S. non fosse così scarsa di mezzi come erroneamente c’è stato tramandato, a una major come la Warner. E i 4 georgiani al periodo furono letteralmente contesi, sembrava che d’un tratto tutte le principali labels volessero accaparrarseli e avessero compreso le potenzialità commerciali delle loro canzoni. Ma a quanto pare la Warner aveva fatto leva e fu decisiva anche su questioni artistiche, tanto care a Michael Stipe e soci, in quanto promise la massima libertà in fase di proposte musicali, con il gruppo che aveva anche ampio spazio decisionale in merito a questioni come l’esposizione mediatica, l’allestimento di tour e in genere aspetti promozionali che avrebbero potuto sconvolgere il loro equilibrio, visto che comunque in quel 1988, per quanto cresciuti esponenzialmente a livello di numeri e consensi, erano pur sempre i “ragazzi” emersi dal mondo del college rock, di certo non abituati alla prospettiva di stadi e arene in giro per il mondo.

Ma era un’idea che i georgiani non escludevano nemmeno a priori, erano davvero partiti dal basso, e per quanto vi fossero dei normali malumori tra i sostenitori della prima ora (ma in fondo ci furono accuse di essersi “venduti” al sistema anche dopo l’uscita di “Lifes Reach Pageant” solo perché quel disco aveva in sostanza dei suoni migliori rispetto ai precedenti e si sentiva più in primo piano la voce di Michael), sapevano che ne avrebbero potuti accogliere molti altri in tutto il mondo.

Le canzoni di “Green” avevano indubbiamente un ampio respiro, sia a livello di contenuti che di musiche: sapevano davvero toccare le corde giuste, i testi assumevano spessore vero, non erano più “semplici” suggestioni, immagini spesso criptiche che affascinavano e sublimavano, ma diventavano ora manifesto di un sentire comune che aveva bisogno di essere veicolato in un periodo sociale e politico di cambiamento e straniamento (ma in fondo quando non è stato così? Eppure i R.E.M. si sentivano pronti per divenire importanti portavoce di un’epoca e di una generazione, o lo divennero inconsapevolmente, in modo naturale per effettive capacità intrinseche).

Se “Document” nel 1987 aveva finalmente fatto deflagrare in classifica il gruppo, per merito soprattutto di quella che per prima poteva assomigliare a una hit (la anti-canzone d’amore “The One I Love”) arrivando a vendere un milione di copie, con “Green” i R.E.M. tennero fede al principio di crescere di album in album. Lo fecero scongiurando sin da subito il pericolo di diventare mainstream nella peggiore accezione del termine… Non si erano evidentemente trasformati in un gruppo pop da classifica, erano diventati però un fenomeno non più circoscritto ai confini americani, e lo avevano fatto alzando decisamente l’asticella della qualità.

La politica è presente, se vogliamo, sin dal titolo dell’album, che richiama scelte ecologiste da parte di tutti i componenti della band, da molti anni attivi in favore di iniziative ambientali e di associazioni come “Greenpeace”. Musicalmente è un album più robusto rispetto ai precedenti, le chitarre sono molto in primo piano ma Peter Buck in realtà si cimenta con sempre più disinvoltura anche con strumenti poco convenzionali nel mondo del rock, come banjo e mandolino, facendo grande uso di chitarre acustiche (i risultati diventeranno eccezionali in futuro, basti pensare all’arrangiamento dell’epocale “Losing My Religion”).

L’apertura è con la paradigmatica, quanto ironica “Pop Song 89”, con uno stuzzicante riff di Buck ad esordire alla grande, seguita da una “Get Up” che è già una chiara manifestazione di intenti e che musicalmente procede nella stessa direzione, con in aggiunta gli efficaci, quanto ormai mitici controcanti di Mike Mills. I toni mutano d’improvviso con la bucolica e ancestrale “You Are The Everything”, un’accorata dichiarazione d’amore simulata, che diverrà molto importante nelle scalette a venire, e virano verso il pop più clamoroso con la successiva “Stand”, che si impose anche come singolo d’assalto. E’un brano un po’ sui generis nella loro discografia, anche se dello stesso taglio sarà poi la celebre “Shiny Happy People” contenuta nel successivo “Out of Time”, in cui Michael Stipe è tutto tranne che misterioso o ambiguo. Scandisce bene le parole, quasi parodiandosi prolungando l’ultima vocale in coda al brano, salta, trascina, invita la gente sostanzialmente a darsi una mossa. Sembra non prendersi molto sul serio, sin dal video corredato appare buffo e lontano dall’immagine da guru messagli addosso sin dai primi pioneristici concerti. Rimarrà sempre Michael Stipe ma è chiaro che da questo disco in poi anche la sua immagine pubblica subirà un’evoluzione, lo vedremo sempre più consapevole e sicuro, non timoroso di farsi portavoce appunto di una generazione, anche se il ruolo non se lo andrà mai a cercare.

Ma che avesse voglia e desiderio di esporsi lo si evince anche dalla successiva, splendida traccia in scaletta, la prima di un trittico assolutamente da pelle d’oca. “World Leader Pretend”, sul cui libretto del disco appare il testo, fatto finora inedito e segno evidente che Stipe per una volta non voleva “giocare” ad essere equivocato, è una presa di posizione chiara e netta, soprattutto una presa in carico di responsabilità: Michael e con lui il gruppo, non vuole rimanere inerme, vuole essere artefice della propria vita.

Segue la dolcissima “The Wrong Child”, densa di malinconica tristezza, in cui il cantante sembra a disagio nel non trovare risposte giuste da dare in pasto a dei bambini, sembra non poterli rassicurarli e quasi si sente di scusarsi, smascherando la realtà, per quello che la società non riesce più a offrire.

“Orange Crush” è forse la canzone più nota della raccolta, nonché perfetto singolo di lancio, in quanto manifesto sincero e rabbioso delle istanze politiche della band. E’ apertamente un brano antimilitarista, l’”Agente Arancione” del titolo era un espediente per stanare i viet-kong, visto che questo composto chimico veniva gettato al fine di disintegrare la folta vegetazione del territorio con conseguenze devastanti. Oltretutto Stipe introducendo il brano nei concerti, usava spesso dei toni di scherno contro i militari; i tempi del Vietnam erano in fondo lontani ma vi erano all’orizzonte nuovi conflitti con gli americani storicamente in prima linea. Introdotto dalla batteria asciutta e decisa di Bill Berry, che suona da subito come avvertimento, la canzone si dipana poi nella classica tradizione R.E.M. con le voci di Stipe e Mills che meravigliosamente si intrecciano e compensano, un tratto che andrà via via affievolendosi nella produzione dei Nostri dai ’90 in poi ma che in questo disco risplende ancora magicamente.

Anche “Turn You Inside-Out” ricalca quella formula, ed è caratterizzata da un sound diretto e aggressivo, la batteria scandisce in maniera pedissequa il mantra del ritornello.  “Hairshirt” recupera atmosfere acustiche e sembra appartenere a un’epoca primitiva della band, con Stipe che gioca a nascondino con le parole, che appaiono comunque estremamente evocative. ”I Remember California” è un episodio sui generis, suona un po’ sinistra e minacciosa, ma la chitarra è invero gentile e disegna miraboli passaggi sonori. In chiusura arriva una canzone che più R.E.M. non si può, capace com’è di catturare lo spirito vero che sin dagli esordi sembra animare i 4 ragazzi ormai quasi tutti diventati trentenni.

In “Untitled” i musicisti oltretutto si scambiano le rispettive posizioni, con Buck dietro la batteria, Mills a suonare la chitarra e Berry a imbracciare il basso: una sorta di episodico divertissement (almeno su disco, perché in concerto sarebbe capitato anche ad esempio in occasione del bellissimo Unplugged del ’91) che mostrava ancora di più la compattezza, la coesione e l’unicità di questa band.

“Green” saprà portare il gruppo su una dimensione ancora più grande, fungerà da trampolino di lancio per approdi maestosi, che probabilmente non erano neanche lontanamente immaginabili. Il tour che ne seguirà metterà in mostra una band in stato di grazia. Molte intuizioni verranno ampliate e portate a compimento nel disco della definitiva consacrazione, quell’ ”Out of Time” che raccoglierà con pieno quanto pazientemente seminato per tutti gli anni ’80 ma questo disco rimane un testamento importante dell’ integrità artistica e delle indubbie qualità (anche morali) dei R.E.M.

Data di pubblicazione: 8 Novembre 1988
Registrato: presso gli studi Ardent Studios, Memphis, maggio–luglio 1988; Bearsville Studios, Woodstock, NY, luglio–settembre 1988
Tracce: 11
Lunghezza: 41:01
Etichetta: Warner Bros.
Produttore: Scott Litt, R.E.M.

Tracklist:
1. Pop Song 89
2. Get Up
3. You Are Everything
4. Stand
5. World Leader Pretend
6. The Wrong Child
7. Orange Crush
8. Turn You Inside-Out
9. Hairshirt
10. I Remember California
11. Untitled

 

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