“QUESTO PROGETTO MI SERVE PER AFFRONTARE QUALSIASI COSA MI STIA SUCCEDENDO.” LA NOSTRA CHIACCHIERATA CON DOMENIC PALERMO DEI NOTHING

 
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19 novembre 2018
 

I Nothing hanno pubblicato da pochi mesi il loro terzo LP, “Dance On The Blacktop”, prodotto dal notissimo John Agnello. Il loro frontman Domenic Palermo sta combattendo quotidianamente una battaglia contro l’encefalopatia traumatica cronica (una malattia neurodegenerativa che di solito colpisce persone che hanno ricevuto pesanti botte sulla testa) e questo dramma viene spesso rispecchiato nei testi delle loro canzoni. La band shoegaze di Philadelphia sarà presto nel nostro paese per tre imperdibili date a supporto del nuovo album (sabato 24 novembre al Locomotiv Club di Bologna, domenica 25 alla Largo Venue di Roma e lunedì 26 al Circolo Ohibò di Milano) e noi di Indieforbunnies.com abbiamo approfittato di questa occasione per scambiare due chiacchiere via Skype con il musicista di orgini italiana e parlare del nuovo disco, delle loro influenze, della sua malattia, del nuovo bassista Aaron Heard e anche dell’importanza del vinile. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Domenic, benvenuto sulle pagine di Indieforbunnies.com. Tra qualche settimana sarete in tour in Europa: sei contento di ritornare a suonare nel vecchio continente?
Sì. E’ passato circa un anno da quando abbiamo terminato il tour precedente, quindi in questo ultimo tour (negli Stati Uniti) eravamo tutti di ottimo umore nella band. La nostra line-up è cambiata con l’arrivo di Aaron Heard al basso. E’ stato molto bello, ci siamo divertiti molto, è stato davvero positivo, abbiamo suonato molte delle nuove canzoni, siamo stati veramente bene in tour. Siamo veramente contenti di tornare ancora in Europa.

Parliamo del vostro nuovo album, “Dance On The Blacktop”, che è uscito lo scorso agosto: per favore ci puoi spiegare il significato di questo titolo?
Il titolo è uno slang e sta per una rissa in prigione. Accade fuori dalla prigione. nell’area ricreativa. L’ho preso da uno scrittore afro-americano degli anni ’70, Donald Goines. E’ diventato famoso per numerosi romanzi che sono molto letti nelle prigioni in America. Sono storie di spacciatori di droga, protettori, drogati, prigioni e cose di questo genere. Non vedi molto spesso questi libri al di fuori del sistema carcerario, ma all’interno sono ovunque. Sono molto preso con queste cose. Mi è sempre piaciuta la cultura degli anni ’70 e ’80 di questo genere. Ha un doppio senso per me: non voglio essere preso alla lettera, ma mi piace molto come queste parole suonano bene insieme e quanto sono valide nel loro significato vero e proprio. E’ qualcosa che è attaccato a questa band sin dall’inizio. Sulla superficie tutto sembra molto rigido, i temi sono molto severi. Abbiamo cercato di ricoprire questo bel genere di musica severo per la maggior parte. Per me ha molto senso.

Poco fa mi parlavi del cambiamento della line-up nella vostra band con l’arrivo di Aaron Heard al basso. Posso chiederti che cosa ha portato al vostro sound?
In questa band non abbiamo mai fatto entrare nessuno che non fosse un nostro amico. Non abbiamo mai preso in prestito nessuno. Abbiamo bisogno di conoscere una persona prima di lasciarla entrare (nella band). Ognuno porta qualche sua caratteristica. Quando suonava con noi Nick (Bassett), che è un ottimo musicista, portava toni fantastici ed era molto bello vederlo suonare su un palco. Adesso siamo molto in sintonia, soprattutto con Kyle (Kimball, batteria, percussioni) e non credo che ci saranno altri cambiamenti per un po’ di tempo.

Per il nuovo disco avete lavorato con lo storico produttore John Agnello (Sonic Youth, Dinosaur Jr., The Breeders).
C’erano troppi italiani in una sola stanza. (ridiamo) Sono sorpreso che siamo riusciti a fare qualcosa.

Perchè? (ridiamo)
Tutto ciò che abbiamo fatto era mangiare sempre. (ridiamo)

Che esperienza è stata per voi poter lavorare insieme a lui?
E’ stata un’esperienza che ci ha resi più umili. Come stavi dicendo tu, la sua discografia è stupefacente. E’ stata un’esperienza che ci ha resi più umili, ma anche informale. E’ stato fantastico collaborare con una persona che lavora nel mondo della musica: 90% delle volte capita che, quando incontri i tuoi eroi, scopri che sono persone sgradevoli. Vedere quanto è umile John è stato molto bello e i suoi risultati sono fantastici. Ci siamo subito trovati in sintonia, lui ha capito subito ciò che volevo. Lo abbiamo lasciato lavorare su parte del materiale, ma non ha mai coinvolto il suo ego. Ci sembrava che avesse capito cosa volevamo, non ci ha spinti verso altri luoghi, come molta altra gente avrebbe fatto. E’ stato un ottimo team e credo che non potrei essere più contento, se devo essere sincero.

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Una grande famiglia italiana.
Sì. Ogni giorno a mezzanotte iniziavamo a registrare e qualche ora prima facevamo una grande cena famigliare con tanto vino, cucinavamo sul grill e in cucina e mangiavamo italiano tutte le sere.

Ho letto che ti sei trasferito a New York City: sei stato influenzato o ispirato in qualche modo dalla scena di NYC?
New York è sicuramente un luogo che sa ispirare molto, basta vedere la sua storia e ciò che è nato da qui. Per me la grande tenacia umana è probabilmente la più grande ispirazione. Era tutta la vita che volevo abitare a NYC e, ora che mi sono trasferito qui, non esco mai di casa. E’ qualcosa di parecchio strano, ma è anche qualcosa che mi ispira ancora. Philadelphia è una grande città, ma non è New York. Questa è una città folle e veramente indaffarata. Credo che queste siano le cose che mi inspirino maggiormente, così come anche pensare che la città esploda a causa della densità della sua popolazione.

L’ultima volta che abbiamo parlato un paio di anni fa a Brighton per un’altra webzine per cui scrivo, mi avevi raccontato che usi la band come una sorta di tuo diario: è ancora così? Quali sono i temi principali dei vostri testi? Quali altre cose hanno influenzato il tuo songwriting per questo nuovo lavoro?
Sì, per me questo progetto sarà sempre qualcosa che mi serve per affrontare qualsiasi cosa mi stia succedendo. Ci sono sempre cose nuove in cui mi imbatto, come il mio trauma al cervello. Ci sono molti sentimenti nella mia mente e tanta confusione. Cerco di vedere una prospettiva esterna di cosa sta succedendo al mio cervello, ora che il mio cervello si prende completamente il controllo di me. E’ qualcosa di difficile da fare, è davvero difficile gestire tutti questi diversi sentimenti. Ho delle difficoltà tecniche. Non sono la persona più coraggiosa del mondo, ma sono ancora abbastanza intelligente da capire che c’è qualcosa che mi sta succedendo e purtroppo non è controllabile. Una grande parte del disco parla di me che cerco di trovare una prospettiva esterna di ciò che sta accadendo alla mia testa e provo a sistemarlo. C’è tanta confusione, tanta paura, tanta ansia, paranoia e cose di questo genere. Per me sono cose quotidiane.

In un’intervista che avete fatto la scorsa primavera con Steoreogum, sia tu che Brandon (Setta, chitarra / voce) avete detto che cercate di essere positivi e che volete cercare di vedere la luce alla fine del tunnel. Pensi che potremmo raggiungere questa luce, anche se prima dovremo soffrire?
Non credo che questo sia il caso. Non è qualcosa da considerare come positivo, noi ora siamo più a nostro agio a nuotare nel fuoco. Non è da vedere come positività. La maggior parte della mia filosofia è cambiata. Ora, invece, che agitare i miei pugni verso ogni cosa, ho imparato a sedermi e sorridere. Per quel che riguarda la luce alla fine del tunnel, non credo veramente che esista. Ho imparato a sorridere, nei momenti positivi e in quelli negativi.

Parlando delle vostre influenze musicali, quali sono state le vostre principali per questo nuovo disco?
Non c’è stata una vera e propria influenza diretta. Non penso ad altre cose, mentre scrivo la mia musica, inizio a suonare la mia chitarra o a suonare il piano, metto insieme cori e melodie vocali e inizio da lì a lavorare (sulle canzoni). Dopo tre album cominci a farti ispirare anche dal tuo catalogo passato, ho riascoltato le canzoni di “Guilty Of Everything” come “Endlessly”. Ho iniziato a scrivere ed è uscita “Blue Line Baby”. Se devo essere sincero, le nostre uscite precedenti sono state le nostre principali influenze.

E’ la terza volta che ti intervisto e, in entrambe le occasioni precedenti, mi hai detto che stai sempre scrivendo nuova musica: è ancora così o adesso ti stai rilassando un po’?
Mi sto rilassando in questo momento, cerco di prendermi sei mesi dopo l’uscita del disco prima di rimettermi ancora a scrivere. Comunque stiamo già parlando di registrare un nuovo disco. Vedremo cosa succederà.

Ho visto che realizzate la vostra musica sia in vinile che in cassetta: ti possa chiedere che cosa ne pensi di questi due formati, che sono ritornati di nuovo di moda dopo parecchi anni?
Credo che sia una cosa molto importante, specialmente in un’era in cui il digitale sta sostituendo tutto. Credo che sia qualcosa di naturale, ma è ancora importante possedere qualcosa di fisico, almeno per i dischi a cui tieni veramente. Cerco di tenere la mia collezione di dischi sotto i cinquanta. Cinquanta è il massimo numero di dischi che mi permetto di avere. Di solito li scambio. Ci sono alcuni dischi che hanno qualcosa di speciale e che mi piace ascoltare. Ieri sera, quando sono tornato a casa, ho bevuto un bicchiere di vino rosso e mi sono messo ad ascoltare un disco di Al Green. Al Green su vinile è davvero qualcosa di speciale, non si puo’ ascoltare in digitale. Credo che sia davvero molto importante che le persone collezionino ancora i dischi. Ovviamente non sono il solo a pensarla così, c’è un grandissimo mercato.

Hai qualche nuovo musicista o gruppo interessante da suggerire ai nostri lettori?
Certo. Ci sono tre cose che mi hanno veramente impressionato quest’anno. Una è la band con cui siamo appena stati in tour, i Big Bite. Sono di Seattle e sono persone davvero fantastiche. Questo non è molto nuovo, ma non credo che sia così conosciuto come penso dovrebbe essere: sto parlando del nuovo disco di Tony Molina, “Kill The Lights”. E’ incredibile, ogni suo album è sempre migliore. Poi c’è questa band del Texas, i Temple Of Angels, che sono veramente bravi.

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da utilizzare come soundtrack di questa intervista?
Direi “(Hope) Is Just Another Word With A Hole In It”.

Benissimo. E’ una canzone che mi piace moltissimo. Grazie mille e ci vediamo a Bologna alla fine di novembre.
Grazie a te.

 

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