OGGI “ISN’T ANYTHING” DI MY BLOODY VALENTINE COMPIE 30 ANNI

 
21 novembre 2018
 

Recensire un disco col senno di poi sembra piuttosto facile. Ma per capire a fondo l’importanza di un disco occorre fare un esercizio mentale, cercando di ricostruire temporalmente la situazione al contorno, quello che si sentiva in giro, quello che succedeva nella geopolitica del tempo.
Per chi ha amato Doctor Who, è un po’ come entrare in una macchina del tempo immaginaria, un TARDIS qualunque e tornare in Irlanda, 30 anni fa.
Troviamo un paese povero, in leggera ripresa ma comunque sempre depresso. Per i giovani uno dei futuri possibili era cercare di seguire le orme degli U2 che ormai avevano conquistato gli Stati Uniti con un album palesemente orientato verso il West del pianeta. A Dublino in ogni pub o locale c’era una band che suonava, un fermento pazzesco, tutti a imitare Bono Vox.
Ma c’era chi seguiva un proprio percorso sperimentale, un sound diverso, strano, meno orecchiabile.
Per questo la band si era già spostata a Berlino nel 1985, città che meglio si adattava all’attitudine alternativa di Kevin Shields e del batterista Colm O’Ciosoig.
Il ritorno a Londra segna però il cambio di passo della band con il consolidamento del line-up definitivo con Bilinda Butcher, cantante e chitarrista e Debbie Googe al basso.
Ma nel mondo non c’era nulla che suonava come loro: il mainstream era ormai invaso dei connazionali U2, la scena alternative vedeva l’esplosione dei Pixies, i primi passi del grunge. Nel Regno Unito era ancora scosso dallo scioglimento degli Smiths e celebrava il solista di Morrissey e la scena alternativa era dominata dai Jesus And Mary Chain dell’etichetta Creation, per la quale i nostri firmarono un contratto per la pubblicazione del primo disco, dopo alcuni EP di discreto successo per la Lazy Records.

Gli amanti della band preferiscono il secondo album, “Loveless”, come autentico capolavoro in grado di cambiare la musica degli anni 90 per oltre un decennio. Ma “Isn’t Anything” è un germoglio che farà sbocciare tutta la scena shoegazer, che si genererà attorno alla Creation nel Regno Unito il cui fascino ad ondate successive riemerge fino ai giorni nostri.

Il sound dei MBV in questo disco sembra ancora acerbo, la sincronia degli strumenti rivedibile, il vortice sonoro non si è ancora sviluppato.
Già l’incipit del disco è qualcosa di strano: una batteria sbagliata ci porta in un fremito di chitarra e basso con un cantato nitido e predominante.
“Cupid Come” ci indica già la strada di quel sound così strano, un intro che è un lamento di chitarre cupo e sbilenco, cosi come il brano quando poi si avvia con quegli strani stop e ripartenze.
Il brano che più si avvicina al sound che la band avrà nei secoli a venire è la traccia 6, “All I Need”: le chitarre distorte sono sospese nel vuoto del sound in cui sprofonda pure la traccia vocale, al limite del comprensibile. Sembra quasi non avere ritmo, se non un cupo rumore di fondo che è la linea di basso.
E poi quegli strani uptempo come “Feed Me With Your Kiss” e “You Never Should” con reminiscenze punk degli esordi di Shields rivisitati in chiave noise, nei quali si sentono già gli Swervedriver ed i primi Ride.
L’album si chiude con la sbilenca “I Can See (But I Can’t Feel It)” dove la semplicità disarmante della base strumentale viene distorta dalle chitarre di sottofondo cui si adagia un cantato appena accennato.

Davvero non è niente, “Isn’t Anything”?
Non direi, mi sembra invece l’inizio di qualcosa di grandioso, qualcosa che ci accompagnerà per tutti gli anni novanta fino a far rivivere questi scialbi anni 2000 con reunion e band che si ispirano ai “guardatori di scarpe”.

Germinale.

My Bloody Valentine – “Isn’t Anything”
Pubblicazione:
21 novembre 1988
Durata: 38:02
Tracce: 12
Etichetta: Creation
Produttore: My Bloody Valentine

Tracklist:
1. Soft as Snow (but Warm Inside)
2. Lose My Breath
3. Cupid Come
4. (When You Wake) You’re Still in a Dream
5. No More Sorry
6. All I Need
7. Feed Me with Your Kiss
8. Sueisfine
9. Several Girls Galore
10. You Never Should
11. Nothing Much to Lose
12. I Can See It (but I Can’t Feel It)

 

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