MC5
Live @ Alcatraz (Milano, 21/11/2018)

 
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23 novembre 2018
 

di Paolo Blodio Fappani

Uno zero. Datemi uno zero, che lo appioppo a MC5 e forse con MC50 chiudo un cerchio. Un cerchio in grado di contenere cinquant’anni, un cerchio che me li faccia mettere in prospettiva.

C’hanno insegnato che il punk e la deriva più viscerale del rock n roll sono (per buona parte) nati lì. C’hanno insegnato che avere una Stratocaster appoggiata al pube e un mitra a tracolla sulla schiena non era solo una trovata promozionale, che se c’era da mischiare chitarre, politica, erba e farle deflagrare in una sommossa popolare quelle due lettere e un numero erano lì, in prima fila.

C’hanno insegnato che gettare un seme che germoglia in mille diverse declinazioni è poco più di una pacca sulla spalla se sei troppo fatto per raccoglierne i frutti. C’hanno insegnato tanto gli MC5, nelle letture musicali, nell’onnivora ricerca di carpire le radici della musica che amiamo, nel confronto intellettuale (ahimè anche spocchioso) di chi la passione artistica non la vive come semplice intrattenimento ma come quotidiano step di conoscenza e apprendimento. C’hanno insegnato talmente tanto quelle due lettere e un numero, che trovarsi davanti una coniugazione reale di cotanta teoria non poteva che essere disturbante, significativo e liberatorio.

DISTURBANTE

Siamo in pochi a calpestare il pit, troppo pochi, siamo vecchi e siamo soprattutto addetti ai lavori. La crisi delle chitarre non è un’invenzione delle radio, è un dato numerico di pubblico, quell’entità che foraggia la sua passione cacciando il grano che permette al sistema di rotolare nel suo moto perpetuo. La crisi delle chitarre non mi è apparsa mai così netta e pesante, anche perché sul palco ci sono due generazioni di sei corde non esattamente comuni. Sulla sinistra Wayne Kramer con la sua Stratocaster stars and stripes suona con una lucidità che stride con i settant’anni di rughe che si porta addosso, Kim Thayil (la barba zen dei Soundgarden) dall’altra parte se la suona con la pacatezza e la precisione che lo contraddistinguono. L’incastro è perfetto e potrebbe rivoluzionare giovani cervelli se solo ce ne fossero accalcati sotto il palco.

SIGNIFICATIVO

Una alla stars band che funziona può essere questione di mestiere o di magia. Quello che scorre davanti agli occhi nell’ora e mezza scarsa di show è alchimia magica. Sul palco gli elementi di Soundgarden, Fugazi, Faith no More e Zen Guerrilla che accompagnano Wayne Kramer sono un campionario delle coniugazioni in cui il verbo MC5 è stato superbamente stravolto dai tardi 80s a metà 90s, la golden era della musica indipendente americana. Il tocco dei vari musicisti mantiene la giusta dose di personalità e si integra alla perfezione nel repertorio MC5. Il basso che si sente macinare è chiaramente il basso dei Faith no More, ma altrettanto chiaramente suona perfetto su Ramblin’ Rose, Kick Out the Jams, Rocket Reducer No. 62 e qualsiasi altro brano in scaletta questa sera. La stessa cosa la si può notare nella performance di tutti i sodali di papà Kramer. E quello che viene alla mente è proprio un senso di familiarità, quella complessa sensazione di ritrovare, nonostante gli scalini generazionali, sé stessi riflessi negli occhi del proprio padre o del proprio nonno. Wenders direbbe così lontano così vicino. Chiudere un cerchio quindi, ripercorrere l’albero genealogico di ciò che ami, dal capostipite fino all’ultimo dei nipoti, e capire che tutto ha senso in un modo stupendamente naturale.

LIBERATORIO

E alla fine, tra la gioia di vederti sparate in faccia versioni reali di brandelli di immaginario rock n roll e sguardi di intesa spalla contro spalla nel pit con i compagni di strada di una vita di concerti (visti, suonati e organizzati), quando Wayne silenzia la chitarra e parla arriva il momento che incornicia e porta ad un livello superiore tutto quanto detto finora: il messaggio politico. MC5 sono stati politica, qualsiasi nostra scelta è politica, essere qui è politica. E per politica non intendo le scaramucce del potere, la faziosità della comunicazione o lo sterile dibattito sulle derive del mondo in ci viviamo. Politica è ancora una volta una scelta di coerenza personale e di fardello esistenziale da portarsi addosso a testa alta.

Grazie Brother Wayne, nei tuoi solchi di gioventù m’hai insegnato a imbastire riff diretti come pallottole, mi hai accompagnato nella scoperta delle radici della musica che mi fa vibrare da trent’anni, e oggi mi ha lasciato una consapevolezza nuova, su chi sei e su chi sono.

 

 

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