DEAD CAN DANCE
Dionysus

[ PIAS - 2018 ]
7
 
Genere: world music, world beat, neoclassical dark wave
 
30 novembre 2018
 

Quello che non mi attendevo era prima di tutto la struttura: due lunghe tracce, suddivise in movimenti e momenti di una cosmologia, come un’opera teatrale, o forse meglio, come un poema epico cantato prima ancora dell’invenzione della scrittura.

La prima in 3 atti o movimenti, la seconda in quattro, che celebrano Dioniso, come dice molto semplicemente il titolo: si può dire che sotto ogni aspetto l’album offre immediate vie di accesso, sembra molto facile entrarvi, nessun ostacolo in vista, alla portata di tutti, ma quando si tratta di artisti di spessore mai dare nulla per scontato.

I
Il brano di apertura, “Sea Borne”, disegna uno spazio sonoro intessuto di percussioni ritualistiche, tribali quasi corporee, che sanno di terra e lambite dalle onde del synth, ossigenate da vibrazioni space, fiati elettronici arrivano come ad accendere la miccia di una creazione.
La voce umana vi plana sopra, si diffonde come una nebbia, una rugiada, forse non necessaria all’esistenza dell’universo, e tuttavia necessaria a cantarlo e celebrarne la bellezza, duettando con l’aria accesa e infuocando il crogiuolo per nuove forme di vita.

In “Liberator of minds”, sopra i rumori e i fruscii di una natura bucolica dilagano costruzioni sonore richiamanti le civiltà orientali, con passaggi di armonie dal sapore consueto e rassicurante, che sembrano coprire la voce, che definirei qui “primitiva” in quanto puro suono non articolato: ogni volta che si affaccia e si intrufola e si solleva, viene come morbidamente nascosta sotto le architetture, in una danza che celebra la presenza e l’assenza, il vuoto e il pieno, la compresenza e il distacco ma quando si acquieta la natura riemerge in variegati suoni, sempre sé stessa sotto e oltre i mutamenti.

Con attitudine guerriera ritorna la voce della Gerrard nel terzo movimento “Dance of the baccantes”, simile a un richiamo e ad un grido di battaglia, riemerge come approfittando della notte e del sonno della civiltà e diventa protagonista, le percussioni diventano tamburi di allarme e dall’energia travolgente.

II
Da “The mountain” fiati e percussioni dal sapore etnico risvegliano il mondo come richiamandolo a una rinascita, un respiro più calmo e ampio è guadagnato, le due voci maschile e femminile felicemente duettano, finché si introduce un po’ troppo realistico il suono di greggi che scampanellano e belano, viene da chiedersi perché mai la scelta di questi suoni “non lavorati”, senza traccia dell’intervento o filtro dell’artista, dell’umano.

Molto sacrale, in forma di coreuta e coro il successivo “The Invocation”, dove la voce di Lisa Gerrard incanta e commuove. Risuona scintillante il tema musicale ad inanellare i passaggi con i ritmi secchi e cadenzati, tra il corporeo e il legnoso, un sostegno mobile per una danza dello spirito.

Perfino afro il passaggio successivo a “The Forest”, con la voce di Brendan Perry e tamburi profondi, e ancor più uso del testo (in qualche lingua a me ignota), soavi e armoniosi accolgono la voce della Gerrard, che torna ad insinuari ed estendersi come una nebbia sottile come all’inizio di tutto, il synth ripete circolarmente un tema che a primo inpatto suona perfino sfacciatamente semplice.

Ancora cinguettii e squittii, quasi anime più che animali (non per niente il titolo è “Psychopomp”), introducono un duetto di romanticismo etnico, che vibra insieme a tamburi e conchiglie e agli elementi naturali.

Un disco breve e strano, che non si cura di rispondere alle attese dei fans storici, che a primo impatto non accalappia del tutto i sensi nè lascia sazi: sembra limitante la troppa attenzione all atmosfere orientaleggianti, sembra limitata la presenza del testo e delle voci, rispetto a quello che si sa che i DCD sanno fare e hanno fatto nella loro storia. Certi passaggi strumentali suonano a volte perfino sfacciatamente, quasi provocatoriamente, elementari.

Un’operazione commerciale, una ricerca di essenzialità o di che altro?

A me è sembrato all’inizio come un mondo antico proiettato con mezzi moderni, ma in una fusione non compltamente riuscita, suoni fin quasi troppo tirati a lucido, come una mela del supermercato che delude mordendola…

Invece al terzo, quarto ascolto continua a darmi cose nuove, che sono quelle che ho raccontato ma non escludo che continuino a stratificarsi, sarà che artisti di spessore come i Dead Can Dance, anche se cercano di fare qualcosa di semplice, non possono che tirarsi dietro lo strascico di tutta la loro profondità, lo consiglio quindi sia a nuovi fan che sì, anche ai vecchi, pure se questi avranno mille perplessità ritengo che alla fine saranno contenti di avere questa creatura in casa.

Tracklist
1. Act I – Sea Borne
2. Act I – Liberator of Minds
3. Act I – Dance of the Bacchantes
4. Act II – The Mountain
5. Act II – The Invocation
6. Act II – The Forest
7. Act II – Psychopomp
 
 

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