LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
Live @ Auditorium Parco della musica (Roma, 23/11/2018)

 
2 dicembre 2018
 

Un ultimo giro di waltz prima di spegnere le Luci e andar via.
Una danza lenta stavolta, attenta, maniacale.
Si fa attenzione alle movenze, alle espressioni del viso, ai magoni,
alle lacrime che sfidano la penombra e si cristallizzano tra la folta barba.

Sette volte insieme. Sette volte uniche. Sette volte ho detto grazie ad un uomo capace di emozionarmi come pochi.
Le Luci della Centrale Elettrica accendono lo stivale per l’ultima volta.
Da Cosenza scelgo Roma come ultimo appuntamento.
Come se fosse stata una cena con quella lei che non vedi da anni e decidi di portarla nella città più bella del mondo.
Ultimo appuntamento al chiaro di Luna, tra tachicardia e sigarette rollate male, nell’assoluta convinzione di essere friabili.

Sedersi in sedie di velluto rosso, ascoltare la dolcissima voce di Mèsa prima di rintanarci dentro, cercando di proteggerci da quel turbinio di emozioni che sta per scatenarsi. Pochi minuti, inizia il “Coprifuoco”.

Rendersi conto di essere davvero “Qui”, per l’ultima volta.
Rendersi conto di avere un super potere, quello di essere vulnerabili.
Sotto apparenti luccicanti armature nascondere una lucida sensibilità che fa salire un nodo in gola e gonfiare gli occhi di lacrime che, a stento, trattieni.

Questo ultimo live è molto confidenziale.
Vasco ci racconta delle sue esperienze, dei viaggi con Giorgio Canali da Ferrara a Roma in Fiat Uno, oppure di quello fatto con Massimo Zamboni, scivolando in barca sul Po tra i ranuncoli e gli aneddoti contenuti nel secondo libro di Brondi.

Questione di luoghi, di azioni, di amori difficili e interpretazioni di sogni che non si riescono a ricordare.
Echeggia “Le ragazze stanno bene” in sala, un colpo al cuore.
In questa canzone ho sempre apprezzato una frase che dice esattamente così:

Forse si trattava di accettare la vita come una festa
come ha visto in certi posti dell’Africa.
Forse si tratta di affrontare quello che verrà
come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà.

Miei.
Che siano miei i ricordi.
Non fate nulla con l’intenzione chiara che ciò venga fatto per essere ricordato dagli altri.
Mettiamo la nostra persona al centro della nostra vita, accettiamola con quel sorriso che spesso vediamo in tv stampato in faccia a chi, purtroppo, nulla stringe se non la speranza di migliorare la sua situazione.

Chiamiamoli destini, chiamiamoli “Destini generali”.
Chiamiamola crisi di passaggio quella che stiamo attraversando e che ci rende così stanchi.
Chiamiamola crisi di passaggio quella che con decisione abbiamo deciso di superare.

Le note del violino di Rodrigo D’Erasmo suonano come fendenti che dalla spalla arrivano allo stomaco.
Vibrazioni strane, che ho rivissuto di notte, in bus per rientrare a Cosenza, quando:

In una notte limpida con molte più stelle di queste 4 o 5 che dal finestrino mi seguono sempre.

Poche ma buone insomma.
Le vedo sempre, da quando ho iniziato ad ascoltare questo brano, da quando ho iniziato a prestare attenzione ai dettagli.
Piove a Cosenza, così dice mia sorella al telefono.
Mi immedesimo in lei. Lei che ha paura dei “Moscerini”, lei che ha paura a restar sola.

Io amo star da solo, o meglio lo credevo.
Magari inizi a pensare cose strane, ad esseri umani che invadono il tuo spazio vitale e non ti disturbano più di tanto, solo perché sono capaci di farlo, hanno misura, sono discreti, hanno saputo aspettare e continuano a farlo.
Chissà come vivono quelle coppie capaci di essere complementari e mai stanchi di essere l’uno nei piedi dell’altro.
Forse vivono così:

vivere insieme tutta la vita, morire che ancora non mi sarai bastata.

Poi ci sono io, mentre dormo.

Poi dormire da soli contare i secondi tra i lampi e tuoni
per cercare di capire quanto sono lontani i bombardamenti e temporali

Come quando ci accorgiamo che “nel disastro il futuro era sempre lì a sorriderci.”
“Macbeth nella nebbia” vola sui ghiacciai, ricordandoci che è “inutile proteggersi dai venti forti, dai migliori anni”.

Vola Macbeth, volano le lei o i lui che prima di andare all’estero ci hanno destabilizzato a tal punto da non capire le direzioni dei loro sguardi, direbbe qualcuno.

Sguardi lontani dalle nostre iridi, occhi vicini al nostro cuore.
Occhi che rivedremo, forse, “Quando tornerai dall’estero”.

E sempre come un amuleto tengo i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto“.
Sono occhi benedetti o maledetti, dipende dai punti di vista, dipende dalle capacità e dalla volontà di amare o meno quegli occhi.

Amore, come quello spassionato di Vasco Brondi verso i CCCP.
Un omaggio, sentito, a chi ha plasmato il suo essere.
“Amandoti” come se amare fosse una fatica, come se il tempo non contasse, come se quello che risiede dentro di noi avesse tutta la libertà di mollarci così, senza preavviso.

Piccole catastrofi, “Cara catastrofe” per dar modo a tutti di vederci sventrati.
Testimonianze sancite da radiografie al vento, acqua piovana che diventa micellare, ruggine che spunta su visi troppo delicati,
abbracci che diventano scosse sismiche, camere che diventano osservatori astronomici di corpi celesti inchiodati male.

Stelle che aiutano gli scafisti e noi che non ci danniamo l’anima più di tanto a capire storie, in fin dei conti, troppo belle.
Stelle che esplodono violentemente, così violentemente come quei corpi che non riesci mai a capire se stiano facendo l’amore o siano impegnate in passi di danza contemporanea.
Il tutto a “40km” da lei, dal cuore, e forse da me.

Periodi neri spettacolari.
Vasco canta, nodi in gola, peggio dei miei capelli al mattino, quando poi basta un pettine a risolvere il problema.
Alcuni nodi passano, altri restano.
Alcuni nodi esplodono, piccoli Big Bang capaci di irradiare solo in Nord Europa.

Cieli autunnali, come quelli di Roma in questi pomeriggi d’attesa.
COME BACK SEPTEMBER resta un mantra da seguire. Novembre passa, arriva dicembre.
Le Luci non torneranno. Qualcosa dovevamo pur perderla.
Di certo non è il male minore, per chi ha condiviso anni, sbronze, lacrime e sigarette.
Ritrovarsi a invidiare le ciminiere a vent’anni, ritrovarsi nel mezzo di un plotone dell’esercito del SERT.

Eserciti che non fanno male, eserciti che non attaccano e non fanno feriti.
Scontri tranquilli, insieme di violenze e di speranze, ritrovarsi in un quartiere di Cracovia chiamato Podgòrze a contemplare monumenti di muscoli cardiaci estirpati male
e finire di nuovo a Ferrara, a terra a guardare la Luna, a disperdersi nelle notti fredde emiliane, a vendersi bene, coperti da un alone di piacevole smarrimento e immensa libertà,
stendersi a terra ad ascoltare la pace dei racconti di battaglia, in silenzio.
A teatro come a terra, un migliaio di chakra del cuore silenziosi osservano un solo uomo, con la chitarra e il computer.
Ho immaginato Vasco, all’uscita dell’Auditorium darci un bacio sul portone e liberarci del male.

Possiamo correre, possiamo andarcene
o stare immobili e lasciare tutto splendere,
possiamo prenderci, possiamo perderci

Ecco, usciamo tutti, disperdendoci tra le fioche luci della capitale.
Un pezzo di cuore è restato a Roma, il resto si è disperso per strada, sull’A2.
Signori e signore è finita così, a Luci spente.

Grazio Vasco!

 

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