OGGI “BEGGARS BANQUET” DEI ROLLING STONES COMPIE 50 ANNI

 
6 dicembre 2018
 

“Avevamo finito la benzina”.
Queste le parole con cui Keith Richard introduce il capitolo 7 della sua autobiografia “Life” (imprescindibile per chiunque, amanti delle pietre rotolanti o meno), dedicato alla realizzazione di “Beggars Banquet” e alle nuove scoperte personali come le accordature aperte e l’eroina.

Già, perché quel carburante, con cui i Rolling Stones avevano iniziato a scrivere ad inizio degli anni 60 il vecchio testamento della British Popular Music insieme ad altri 4 discepoli di Liverpool, iniziava ufficialmente a scarseggiare.
La lancetta aveva toccato la linea della riserva con la pubblicazione di “Their Satanic Majestic Request”, che, nonostante contenesse alcune perle come “She’s a Rainbow” o “2000 Light Years From Home”, era risultato agli occhi di critica e pubblica (ma anche loro ne erano consapevoli) un tentativo neanche troppo ben riuscito di imitazione di “Sgt. Pepper’s” dei Beatles, sull’onda del dilagante mood flower power che inondava vecchio e nuovo continente.
Stabilito che gli Stones dovevano tornare ad essere gli Stones, per continuare a scrivere nuovi capitoli del testo sacro Jagger & Co. decisero di affidarsi in tutto e per tutto a Jimmy Miller, giovane produttore che aveva già collaborato con Spencer Davis Group, i Traffic e i Blind Faith.
L’ingresso in scena di quest’ultimo diede un nuovo impulso e, come confermato da Richard, contribuì a portare gli Stones ad un altro livello. “Era giunto il momento di tirare fuori il meglio. E così facemmo”.

Quel meglio furono in ordine cronologico “Beggars Banquet”, “Let It Bleed”, “Sticky Fingers”, “Exile on Main St.” e “Goats Head Soup”. Una cinquina che sembra negare letteralmente il titolo di quello che sarebbe stato il loro successivo album…ovvero It’s Only Rock n’Roll!

Il clima incandescente che si respirava tra le vie delle principali città europee come Parigi all’alba del ’68 e il sentore che un’epoca costruita sull’illusione della pace e amore eterno stesse per giungere al termine (“The dream is over” sentenziò John Lennon da li a poco nella meravigliosa “God”), fece in modo che gli Stones si rimpossessassero del fuoco di quel sound prettamente blueseggiante sporco e ruvido degli esordi. Anche le liriche, infarcite dai soliti ammiccamenti al sesso e alla droga, diedero maggior peso al malcontento giovanile e allo spirito rivoluzionario dell’epoca (Mick Jagger prese anche parte ad alcune manifestazioni contro la guerra in Vietnam).
Rinchiusa quindi nei celebri Olympic Studios di Londra, la band, coadiuvata da uno stuolo di musicisti d’eccezione tra cui un monumentale Nicky Hopkins al piano, iniziò le registrazioni del nuovo album il 23 marzo per poi terminarle il 12 giugno e vederlo pubblicato solo il 6 dicembre dello stesso anno, causa la censura ridicola della Decca che vietò la cover scelta dagli Stones. Copertina, questa, che raffigurava un bagno di una concessionaria Porsche completamente vandalizzato dai Glimmer Twins stessi e che venne ritenuta troppo provocatoria per quell’epoca.

“Sympathy For The Devil” !!! Basterebbe il brano che apre le danze a innalzare questo lavoro tra l’Olimpo o meglio ancora a decretarlo colonna sonora perfetta per un tour agli inferi. Un brano che inizialmente fu concepito da Jagger con un’andatura folk e che fu clamorosamente trasformato (come testimoniato dalle riprese dal film di Godard, ‘One plus One’) in un sabba demoniaco a ritmo di samba, sorretto dalle percussioni di Bill Whymann (sostituito al basso da Keith) e dall’organo di Hopkins. L’impressionante performance vocale di Jagger, ispirata come il Jim Morrison più sciamanico (che nelle vesti di Lucifero si presenta insieme ad alcuni tra i fatti più tragici dell’umanità), la mitragliata elettrica dell’assolo di Richard e i cori ossessivi in cui presenziano anche Anita e Marianne, rispettive fidanzate di Keith e Mick, scolpiscono nella pietra un capolavoro senza tempo.
La “No Expetation” che segue bilancia la tensione adrenalinica di “Sympathy” con una paradisiaca ballad in cui Brian Jones spicca forse per l’ultima volta con la sua chitarra acustica prima di cadere nell’oblio più totale (l’anno successivo inaugurerà purtroppo il famigerato club dei J27 insieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin e Morrison).
Abbiamo poi il country scanzonato di “Dear Doctor” con un testo ironico e il primo falsetto del repertorio di Jagger; “Parachute Woman”, un treno merce carico di blues proveniente direttamente da Chicago e una “Jigsaw Puzzle” in cui la slide guitar di Richard insieme al piano di Hopkins nella coda finale elevano il brano a secondo capolavoro del disco.
La ribellione giovanile invece di cui parlavamo sopra è tutta racchiusa nel riff di “Street Fighting Man”, mentre “Prodigal Son” è l’unico brano non a firma Keith/Richard, un traditional chitarra e voce del reverendo Wilkins perfetto per una cavalcata tra le praterie texane.
“Stray Cat Blues”, terzo capolavoro dell’album, è forse il brano più scorretto e provocatorio degli Stones in assoluto che narra le gesta di un pedofilo e che regala un finale strumentale che avrebbe meritato di durare per l’eternità.
A chiusura una preziosa “Factory Girl” (siamo sempre in territori pastorali del sud degli Stati Uniti), e il gospel finale di “Salt of The Heart” (quarto capolavoro dell’album) che vanta nella prima strofa la performance vocale di Keith Richard, proseguita poi da Jagger, che insieme ad un coro celestiale proveniente direttamente da una qualsiasi chiesa dalla Luisiana, brinda alla classe operaia e al loro prezioso contributo.

In tutto questo, venne tenuto fuori il singolo che anticipò l’album (all’epoca si usava così), ovvero “Jumping Jack Flash”, ennesima hit delle pietre rotolanti e brano imprescindibile per ogni live futuro.
Che dire, sono passati esattamente 50 anni dall’uscita di quest’album, le proteste a Parigi di questi giorni seppur per motivi diversi non sono terminate e il circo con quella grande bocca e la lingua di fuori si appresta ad intraprendere l’ennesimo tour miliardario negli Stati Uniti la prossima primavera. Anche se l’ispirazione compositiva è cessata ormai da più di un decennio, è doveroso brindare alla freschezza e allo splendore di un lavoro eterno (uscito il 16 novembre in una nuova imperdibile 50th anniversary edition) per una band eterna!

The Rolling Stones – “Beggars Banquet”
Release Date: 6 dicembre 1968
Studio: Olympic Sound Studios, Londra; Sunset Sound, Los Angeles
Lunghezza: 39:44
Label: Decca
Produttore: Jimmy Miller

Tracklist:
1. Sympathy for the Devil
2. No Expectations
3. Dear Doctor
4. Parachute Woman
5. Jigsaw Puzzle
6. Street Fighting Man
7. Prodigal Son
8. Stray Cat Blues
9. Factory Girl
10. Salt of the Earth

 

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