I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2018 [ #25 / #1 ]

 
di
25 dicembre 2018
 

Guarda le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2018

#25) NU GUINEA
Nuova Napoli
[NG Records]

Lucio Aquilina e Massimo Di Lena hanno dato vita a quello che è definito, indubbiamente, il disco italiano dell’anno a furor di popolo. E viene da Berlino, dove il duo si è trasferito dopo diversi trascorsi tra minimal, tech-house e underground dei progetti precedenti. La città che vediamo scorrere, in “Nuova Napoli”, è un revival moderno di Tullio De Piscopo, Eduardo De Filippo, Pino Daniele racchiusi in un funk dal respiro più internazionale che mai. Le virate stilistiche tra jazz ed estetismi di house raffinata, i coinvolgenti vocal che rievocano il canto tra le strade, come affacciarsi ad una finestra a fotografare le istantanee della vita in un rione storico. “Nuova Napoli” fa centro dentro quel mondo che racconta, esportando un nuovo dictat di unicità anche, e sopratutto, al di fuori.
(Giovanni Coppola)

#24) GAZ COOMBES
World’s Strongest Man
[Hot Fruit Recordings]
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Meno d’impatto rispetto al predecessore “Matador”, a distanza di 3 anni il rientro in pista dell’ex frontman dei Supergrass è coinciso con un disco maturo, intimo, in cui l’autore ha messo a nudo dubbi e fragilità ma anche piene consapevolezze. Non ha più bisogno della hit a effetto, Gaz Coombes è qui per restare e con questo lavoro si dimostra uno dei migliori songwriters della sua generazione.
(Gianni Gardon)

#23) BEACH HOUSE
7
[Sub Pop]
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Victoria Legrand e Alex Scally da Baltimora, USA, sembrano non conoscere il declino. Anche il 7° album infatti aggiunge qualcosa al loro viaggio ipnotico cominciato 12 anni fa. Lo si ascolta quasi distrattamente e via via ci si rende conto di esserne avvolti dentro, quasi imprigionati. Il minimalismo elettronico ha trovato con “7” una piena maturità, con rimandi di Knife, Stereolab e Lali Puna.
Avvolgente.
(Bruno De Rivo)

#22) JON HOPKINS
Singularity
[Domino]

In uno strano spazio tra techno e IDM, tra Brian Eno e neoclassica, Jon Hopkins ha costruito un altro capolavoro. Ancora più che nel precedente “Immunity”, si conferma un maestro nel manipolare i suoni elettronici per viaggiare in spazi profondamente umani.
(Francesco Dhinus Negri)

#21) ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER
Hope Downs
[Sub Pop]
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Sono una forza della natura questi cinque ragazzi di Melbourne che dopo un ben accolto EP uscito nel 2017 hanno sbalordito critica e pubblico con questo superbo “Hope Downs”, album che segna anche il loro debutto sulla lunga distanza. La particolarità della band è la presenza di tre chitarristi che sanno come amalgamarsi senza farsi ombra l’un con l’altro. Spiccato senso melodico e ritmi molto veloci fanno di “Hope Downs” un album freschissimo ed attuale. Una bellissima sorpresa.
(Sergio Appiani)

#20) SPIRITUALIZED
And Nothing Hurt
[Bella Union]
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Pierce ci regala un viaggio, una coperta, un respiro profondo, tutto in album. Inizia, passa, finisce e ti lascia dentro umana emozione, senza mai scendere nel melenso. Chicca.
(Anban)

#19) PARQUET COURTS
Wide Awake
[Rough Trade]
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Dopo “Milano”, l’album collaborativo con Daniele Luppi (spoiler…lo adoro) tornano con un album punk vecchia scuola, ultragodibile, la cosa bella è che si discosta da quello che solitamente fanno, cercando sempre di portare qualcosa di nuovo. Si avvicinano molto a quel capolavoro che è (per me) “Human Performance”; una band che rispetto parecchio per la loro arte e le loro idee.
(Gioele Maiorca)

#18) SNAIL MAIL
Lush
[Matador]
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Vero, non c’è nulla di estremamente nuovo nell’indie rock di Lindsey Jordan, ma il suo album di debutto a neanche vent’anni è già in grado di giocare ad armi pari con i classici e ha dalla sua una sincerità e un’urgenza che è difficile trovare in un genere ormai così codificato. Pochi sanno tirare fuori canzoni come queste da una voce e una chitarra elettrica.
(Francesco Dhinus Negri)

#17) CAR SEAT HEADREST
Twin Fantasy
[Matador]
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Ad ascoltare le 10 canzoni che compongono questo album pare assurdo pensare che l’autore Will Toledo le abbia scritte all’età di 19 anni. In realtà erano già vive e presenti, oltre che caricate sulla sua pagina Bandcamp già a nome Car Seat Headrest (di fatto suo pseudonimo). Dopo 7 anni le ha volute riproporre, forte di una produzione finalmente all’altezza a valorizzarne le intuizioni, e soprattutto dei consensi pressochè unanimi del precedente “Teens of Denial”. Sono ancora storie adolescenziali quelle che ci racconta questo giovane cantautore americano, sfaccettate e crude, e declinate all’insegna di un rock che sembra attingere a piene mani da una tradizione indie che poi ha saputo farsi grande: tra le pieghe si sentono riecheggiare ad esempio Pixies e R.E.M.
(Gianni Gardon)

#16) FATHER JOHN MISTY
God’s Favorite Customer
[Sub Pop/Matador]
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Il folk anni sessanta e settanta viene messo spesso da parte, per lasciare il posto ad arrangiamenti psych folk (“Date Night”) e soul (“Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All”) che Josh Tillman rielabora a modo suo. Il quarto disco a nome Father John Misty lo consacra come uno dei crooner più convincenti del nuovo millennio, capace di emozionare con classe come dimostrano le armonie create insieme a Natalie Mering nella title track. “God’s Favorite Customer” è un moderno break up record in cui si decide se stare insieme o lasciarsi con un messaggino sull’I Phone per poi tornare alla difficile occupazione di vivere. Con in testa il fischiettio ritmato e le cronache di vita da star di “Mr. Tillman” a far da colonna sonora.
(Valentina Natale)

#15) SETTI
Arto
[La Barberia Records/Vaccino Dischi]
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C’è un tizio, in America, Paul Bunyan, che da più di cento anni fa parlare di sé. È un boscaiolo, un folk-hero: un uomo forte, alto più di due metri, vestito con una camicia a quadri e con la barba folta. Si racconta abbia scavato il Grand Canyon con un rampone da taglialegna e di aver dato vita al Mississippi per far abbeverare il bue azzurro che lo accompagna sempre, Babe. Come Paul Bunyan, Setti vuole «Un cuore di legno, col cristallo se cade non ci fai molto, allora io cerco un cuore di legno» (“Legno”). “Arto” scorre veloce, in meno di mezz’ora ha detto tutto; ma se con il fumo di una sola sigaretta, Paul ha creato le Great Smokey Mountains, Setti in dieci brani ha colpito nel profondo.
(Massimiliano Barulli)

#14) FLORENCE + THE MACHINE
High As Hope
[Virgin EMI]
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Un quadro di Waterhouse catapultato negli anni Duemila, Florence Welch non delude le aspettative e si mostra sempre più consapevole e matura, col suo inconfondibile modo di narrare rapporti e psiche, senza esagerare mai.
(Silvia Niro)

#13) CAT POWER
Wanderer
[Domino]

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Ennesima trasformazione per Chan Marshall che torna a imbracciare la chitarra acustica e lascia la Matador dopo una lunga serie di polemiche per approdare in casa Domino. “Wanderer” è un disco blues suonato con dita esperte e il cuore al posto giusto. Non più solo “Good Woman” ma semplicemente donna, Cat Power è capace di bastarsi da sola. Intenso e commovente.
(Valentina Natale)

#12) BAUSTELLE
L’amore e la violenza vol. 2
[Warner]
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Il secondo capitolo della saga Baustelle è forse anche migliore del precedente, e li conferma per l’ennesima volta sovrani incontrastati del panorama musicale italiano.
(Giulia Zanichelli)

#11) FLASHER
Constant Image
[Domino]

Bello, ma davvero bello questo disco dei Flasher. Il terzetto di Washington parte dal post- punk, ma possiede una sapienza musicale decisamente rigogliosa, tale da rendere entusiasmante il proprio sound, che si fa cangiante e stilosissimo.
(Riccardo Cavrioli)

#10) JOHNNY MARR
Call The Comet
[New Voodoo]
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Un ritorno in grande stile quello di Johnny Marr, corroborato dalle splendide esecuzioni live che lo hanno visto in forma smagliante, e che hanno estasiato i tanti fans italiani che lo hanno potuto apprezzare nella data milanese novembrina al Fabrique. A 55 anni compiuti l’ex prodigio degli Smiths non sembra volerne sapere di svernare e di vivere di rendita. Continua a mettersi in gioco e dopo aver dato il suo grande apporto qualitativo nei dischi di Modest Mouse e Cribs, sembra volersi concentrare come non mai sulla propria carriera solista, comunque sinora apprezzabile. “Call The Comet” suona sincero, fresco, appassionato e alcune melodie sono all’altezza dei suoi successi più grandi.
(Gianni Gardon)

#9) SHAME
Songs Of Praise
[Dead Ocean]
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La band di Londra raccoglie in questo album d’esordio i brani scritti negli ultimi due anni. Charlie Steen, leader della band, ha il coraggio di esprimere tutta la sua rabbia nei testi, proprio come negli anni d’oro del punk. Musicalmente sono perfetti: suonano insieme sin dai tempi delle scuole medie, un post punk dove la voce di Steel si esalta e soprattutto sa coinvolgere e esaltare chi lo ascolta. Dopo i Fat White Family da Brixton un’altra bella realtà!
(Sergio Appiani)

#8) ANY OTHER
Two, Geography

[42 Records]
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Primo posto meritato perché sostanzialmente penso che ad Adele Nigro non manchi nulla per competere con le sue più nominate colleghe estere e allora preso da una botta di patriottismo dono la testa della classifica proprio a Any Other, un progetto che nel corso degli anni ha saputo spiazzare e stupire, sempre in un modo assolutamente positivo. Adele gioca in un modo meraviglioso con la sua cultura musica e registra un disco in cui fluisce bellezza pura.
Any Other non ha paragoni.
(Gianluigi Marsibilio)

#7) BIG RED MACHINE
Big Red Machine
[People]
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Aaron Dessner e Justin Vernon, The National e Bon Iver, Big Red Machine. Basta poco per fugare i dubbi sulle sorti di una collaborazione, già in cantiere da parecchio tempo, che comunica tutta la qualità delle emozioni che le promesse predicavano. Nell’alternarsi di strutture ritmiche, ballate elettroniche e onde di un folk a volte cupo, altre raggiante, c’è una girandola di paesaggi che fanno di questo atteso incontro un equilibrio di idee e di carezze sonore. Con la collaborazione di Bryce, fratello di Aaron, e di Richard Reed Parry degli Arcade Fire, il collettivo di sentimentalisti dalla mente propensa al futuro si fa ancora più ricca di estetica sopraffina. L’augurio, a prescindere dai progetti di ciascuno, è che possa apire anche un ciclo Big Red Machine.
(Giovanni Coppola)

#6) COURTNEY BARNETT
Tell Me How You Really Feel
[Milk! Records/MOM+POP/Marathon]
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La ragazza australiana dai capelli strani e le camicie a quadrettoni continua a non sbagliarne una. Il suo blues color pastello è diventato un marchio di fabbrica, unico e inimitabile, impossibile da superare.
(Silvia Niro)

#5) MITSKI
Be The Cowboy
[Dead Oceans]
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La cantante nippo – americana confeziona un album che conferma le felici intuizioni dell’acclamato “Puberty 2” e che anzi lo sopravanza in quanto a esplosività ed espressioni stilistiche. Eterogeneo per necessità, verrebbe da dire, viste le molteplici istanze che sembrano attraversare e rappresentare Mitski Miyawaki. Tutto questo è riversato in un disco senza punti deboli, in cui sono compresenti momenti romantici, malinconici e altri in cui in maniera dirompente e dilagante emerge la complessità di un’artista consapevole dei suoi straordinari mezzi. E’ un pop di altissima qualità, arrangiato divinamente e in cui trovare tracce di banalità o ripetitività somiglia a un’impresa titanica.
(Gianni Gardon)

#4) LOW
Double Negative
[Sub Pop]
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Dopo una carriera impeccabile lunga quasi 25 anni, i Low approdano alla sperimentazione, frantumando il loro slowcore in una tempesta elettromagnetica. Non è un disco da ascoltare in sottofondo, ma è un grande disco: ricco, intenso, perfetta colonna sonora del lato oscuro dei nostri tempi.
(Francesco Dhinus Negri)

#3) LUCY DACUS
Historian
[Matador]
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C’è qualcosa di senza tempo nelle ballate di Lucy Dacus. La sua voce, innanzitutto, dalla quale è impossibile riconoscere i suoi 23 anni. Le melodie al confine con il country e la migliore tradizione americana (Wilco, The War on Drugs). Gli arrangiamenti stratificati, gli stessi testi che descrivono storie precise quanto universali. Come anche il titolo potrebbe fare intuire, è un disco che ha uno sguardo lungo, che non è interessato a inseguire alcuna moda. Ben venga, quando viene fatto così bene.
(Francesco Dhinus Negri)

Arriva dalla Virginia questa giovanissima ragazza così piena di talento, e ci regala un lavoro veramente notevole, ispirato e  ben arrangiato. Tra testi personali e forti, accompagnati dalla sua dolce voce ci sbatte in faccia un rock capace di alternare momenti dove la melodia governa a momenti in cui è la potenza del suono ad impressionare . Un album da isola deserta  con brani che non abbandoneranno mai la propria personale track list, ditemi avete ascoltato un brano più bello di “Night Shift” quest’anno?
(Fabrizio Siliquini)

Scopre le carte Lucy Dacus e dopo un buon esordio (“No Burden”) regala un disco notevole. “Historian” sembra una pagina di diario messa in musica con grazia e maestria. Fresco, arrangiato benissimo, un misto di ballate e indie rock senza pesantezze né forzature. La conferma del talento di un’artista incredibilmente matura, con un timbro vocale difficile da dimenticare.
(Valentina Natale)

Musicalmente è lirismo guitar-rock al femminile, capace di spaziare dal folk a distorsioni anni ’90 che ci mandano letteralmente in paradiso (il finale di “Night Shift” è roba che rimanda quasi ai Radiohead dei tempi d’oro del secondo disco). Il suono è potente eppure capace anche di una dolcezza surreale, si esalta in ritornelli deliziosamente indie-pop per poi farsi improvvisamente più spesso, scuro e sonico.
(Riccardo Cavrioli)

#2) ANNA CALVI
Hunter
[Domino]
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Una bomba a orologeria rinchiusa in un cuscino di velluto. Seduce e strega che è una meraviglia, colpo di fulmine since 2011.
(Silvia Niro)

Gender Neutral.
Ovvero il superamento della distinzione di genere, di sesso. Ma non per questo poco sensuale. Ecco, sinteticamente questo capolavoro di Anna Calvi, cantante britannica di chiare origini italiane, lo definirei così.
La voce gutturale e profonda di Anna si staglia violenta su texture di chitarre arrabbiate e batterie arzigogolate, dando al sound del disco una sfumatura noir e decisa. Poi tocchi orchestrali, dita schioccate, qualche synth. Lo spettro sonoro si apre, rispetto alle precedenti pubblicazioni, e raggiunge il suo apice.
Scorrendo i brani del disco, alla fine diventiamo prede dell’”Hunter”, del cacciatore, in questo caso una donna, che si comporta “As A Man”, e che non vuole che si colpisca la “…Girl Out Of My Boy”.
Inclassificabile.
(Bruno de Rivo)

Principessa assoluta dell’anno è la nostra Anna Calvi. Dico “nostra” perché oltre al cognome, il sangue nelle vene di Anna è per metà Italiano. “Hunter” è un assoluto capolavoro di eleganza e sensualità. Un disco importante anche per quello che cerca di comunicare in un periodo nel quale le donne sembrano avere conquistato il trono del rock’n roll. Un disco al di la di ogni aspettativa personale, Anna Calvi mi ha sorpreso, conquistato e fatto innamorare.
(Ben Moro)

Che da Anna Calvi ci si dovesse aspettare qualcosa di grande era un pò il pensiero di tutti e con “Hunter” ci dimostra che ha la grinta e il carattere necessario per le grandi imprese. Il mix di sensualità e capacità vocale e compositiva ci regala una donna alfa come non si vedeva da tempo, cercasi preda disperatamente.
(Fabrizio Siliquini)

Con questo disco, la reginetta brit ha definitivamente raggiunto la sua vetta creativa. Un lavoro gender-free, libero, potente e maturo, capace di graffiare e accarezzare al tempo stesso.
(Giulia Zanichelli)

#1) IDLES
Joy As An Act of Resistance
[Partisan]
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Tempo di premere play, e già suona a morto. Puoi tenere la guardia alta, e gli IDLES ti massacrano all’addome; ti chiudi a riccio e loro ti martellano alla testa. E’ questione di tempo, ma finirai al tappeto. Signori, qua si va a scuola di Punk, quello vero.
(Anban

Chi si sarebbe aspettato che il 2018 avrebbe sancito la rinascita del punk politico in Gran Bretagna. Certo, in tempi di Brexit, populismo e paura, gli IDLES sono la band che non ci meritiamo ma di cui abbiamo disperatamente bisogno. Perché nell’energia di Joe Talbot, nelle chitarre nervose, nel pogo sotto il palco e nei testi cantati a squarciagola da un pubblico sempre più numeroso c’è innanzitutto la voglia, la speranza di tempi migliori. Contro l’apatia e la rassegnazione, la gioia è davvero un atto di resistenza.
(Francesco Dhinus Negri)

Esatto, il vero capolavoro assoluto del 2018 per me è proprio questo. Dopo “Brutalism” gli Idles riescono in qualcosa di mastodontico, urlando con rabbia il loro inno d’amore. “Joy as an act of Resistance” è il disco che mi ha mandato completamente in pappa il cervello e che mi ha gonfiato il cuore di emozione. Punk seminale? Post-Punk? Non lo so, so solo ce ci vuole veramente poco a capire quando un disco è quello giusto e sei pronto a giurargli amore eterno.
(Ben Moro)

Con gli Idles rinasce il punk, stessa carica ma moderno ed emozionante, con testi intelligenti e provocatori, e con un cantato che e’ una via di mezzo tra Johnny Rotten e Eddie Argos . Se casomai qualcuno se lo fosse scordato siamo stati tutti “Danny Nedelko”.
(Fabrizio Siliquini)

Mi sono tremendamente piaciuti sin dal loro primo album “Brutalism”. Mi attrae quel loro essere così crudi e soprattutto il coraggio del leader Joe Talbot nello scrivere testi di denuncia ma anche l’aver trattato di esperienze personali, come la perdita di un figlio. Coinvolgenti e trascinanti, una vera forza della natura dal vivo, insieme a Shame e Cabbage sono una solida realtà del panorama post-punk inglese. Non è una difficile scommessa prevedere il brillante futuro della band di Bristol.

(Sergio Appiani)

Guarda le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2018

 

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