TOP TEN 2018 DI MASSIMILIANO BARULLI

 
28 dicembre 2018
 

#10) JOHNNY MARR
Call the Comet
[New Woodo]
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Tutti i giorni fan sparsi per tutto il globo sperano in una reunion degli Smiths. Sono snodi centrali tra l’adolescenza e l’età adulta. C’è chi ne è rimasto intrappolato, ma tutti quelli che hanno ascoltato più di un loro brano sono rimasti segnati. Johhny Marr non vuole fare il nostalgico della situazione e gli riesce decisamente bene. “Call the Comet” è un album fresco, rock di vecchio stampo, con la chitarra che ancora suona maledettamente bene, e una voce che finalmente acquista personalità.

#9) JON HOPKINS
Singularity
[Domino Records]

Se preso con il giusto spirito non è difficile immergersi nell’universo sonoro di Jon Hopkins, e regala anche notevoli soddisfazioni. È riduttivo considerarlo come un album di sola musica elettronica, ma effettivamente così è, ma viene miscelata con così tanta classe che anche chi non la ascolta frequentemente (come chi scrive) riesce a rimanere intrappolato tra i beat, i sample e quell’ipnosi costante che non ti fa cambiare brano per niente al mondo.

#8) PARQUET COURTS
Wide Awake
[Rough Trade]
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Già la copertina dovrebbe dare l’idea di quello che è lo spirito dell’album. Eclettici come pochi. Tastierine fuori moda, ritmi sincopati, una voce più adatta forse ad urlare qualche slogan di protesta in piazza al megafono, piuttosto che cantare, ma questo è il bello. La follia, il genio (?).

#7) CLOUD NOTHINGS
Last Building Burning
[Carparks Records]
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Ognuno ha le sue tradizioni: gli inglesi con il rock, punk, post-punk e gli americani con il post-hardcore, l’alt-rock e l’indie rock stile Dinosaur Jr. I Cloud Nothings tirano fuori dal cilindro un altro grande lavoro. Meritano di essere approfonditi, nella speranza che riescano a rompere qualche barriera legata ai pregiudizi contro i suoni più noise.

#6) SHAME
Songs of Praise
[Dead Oceans]
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Suonare un misto tra rock, post-punk nel 2018 è coraggioso, farlo a vent’anni è meraviglioso. Atteggiamento impeccabile, sound intenso, ruvido, ma attuale: un incrocio di influenze che vanno dagli anni Settanta ad oggi. Quando gli inglesi ci si mettono non ce n’è per nessuno.

#5) CALCUTTA
Evergreen
[Bomba Dischi]
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Che piaccia o no, Calcutta è uno dei personaggi di spicco del nuovo cantautorato italiano. Dopo I Cani è diventato il crocevia di un nuovo genere. Paraculo al punto giusto, un misto tra “c’è o ci fa”, ma ha capito bene come arrivare al suo pubblico, riempiendo stadi, arene, palazzetti. Può piacere o no, ma gli va riconosciuto che il secondo album, gravato da enormi (forse troppe) aspettative, ha poco da invidiare al primo. Il percorso alla VascoRossizzazione sta procedendo bene.

#4) CASO
Ad Ogni Buca
[To Lose La Track]

Manca poco, ma passati i trent’anni andrò a ripescare “Ad ogni buca” per sentire qualcuno che canta per me, di quanto possa essere una rottura svegliarsi la mattina tra mille pensieri e di quanto non ci sia mai fine alla sfortuna. Un disco per tutti, ma, credo, pensato per una generazione alla quale non canta più nessuno. Tutti troppo concentrati ad ascoltare qualcosa che non faccia pensare, senza lasciare nulla dietro.

#3) GENERIC ANIMAL
Generic Animal
[La tempesta dischi]
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Luca ha dimostrato che l’età non conta, quando si ha un’idea, un modo di fare, una sonorità che gira in testa e, soprattutto, delle eccellenti qualità artistiche. Album d’esordio perfettamente riuscito.

#2) SETTI
Arto
[La Barberia Records/Vaccino Dischi]
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C’è un tizio, in America, Paul Bunyan, che da più di cento anni fa parlare di sé. È un boscaiolo, un folk-hero: un uomo forte, alto più di due metri, vestito con una camicia a quadri e con la barba folta. Si racconta abbia scavato il Grand Canyon con un rampone da taglialegna e di aver dato vita al Mississippi per far abbeverare il bue azzurro che lo accompagna sempre, Babe. Come Paul Bunyan, Setti vuole «Un cuore di legno, col cristallo se cade non ci fai molto, allora io cerco un cuore di legno» (“Legno”). “Arto” scorre veloce, in meno di mezz’ora ha detto tutto; ma se con il fumo di una sola sigaretta, Paul ha creato le Great Smokey Mountains, Setti in dieci brani ha colpito nel profondo.

#1) MOTTA
Vivere o Morire
[Sugar]
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Ho sempre avuto un’idea negativa di Motta, e non so spiegarmi nemmeno il motivo. Lo trovavo sopravvalutato, altezzoso e il disco d’esordio troppo sotto i riflettori. Mi sono riproposto di cercare, quantomeno, di ascoltarlo con più attenzione. “Vivere o morire” ha chiaramente smentito ogni singolo parere negativo che avevo. Con «di cambiare accordi non me ne frega niente» ho abbassato le difese e per come suonano ho gettato le armi e mi sono arreso.

 

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