“LA VITA è DURA, MA VALE LA PENA VIVERLA”, CE LO DICE CHARLIE WINSTON, PRESTO IN CONCERTO A MILANO

 
29 dicembre 2018
 

Charlie Winston è un cantautore inglese: dopo aver iniziato la carriera al fianco del fratello Tom Baxter, aver scritto musica per il teatro e aver attratto l’attenzione di Peter Gabriel e della sua Real World Records, il musicista nativo della Cornovaglia ha pubblicato quattro album, ottenendo ottimi riscontri in giro per l’Europa e in particolare in Francia, dove risiede ormai già da qualche anno. Presosi una pausa dopo “aver perso la passione per la musica”, Winston è ritornato a settembre con il suo quinto album, “Square 1”, che lo porterà anche a Milano nel 2019 (sabato 16 febbraio al Serraglio). Noi di Indieforbunnies.com abbiamo approfittato di questa occasione per contattarlo via telefono e farci raccontare, oltre che della sua nuova fatica sulla lunga distanza, delle sue influenze, della Francia, dei vinili e anche di “Grey’s Anatomy”. Ecco cosa ci ha detto:

Ciao Charlie, benvenuto sulle pagine di Indieforbunnies.com. Grazie per il tempo che ci stai dedicando. Suonerai a Milano in febbraio: quali aspettative hai per questo tuo concerto italiano? Sei contento di tornare nel nostro paese?

Sì, sono veramente molto molto contento di tornare in Italia. Ora abito molto vicino e mi capita spesso di venire come turista, ma sono contento di poter tornare anche come musicista. Non ho particolari aspettative, ma l’ultima volta che ho suonato da voi, anzi ogni volta che ho suonato da voi, il pubblico è stato molto caldo e molto brillante, quindi non vedo l’ora di suonare di nuovo per voi italiani. Voi ascoltate i cantanti in maniera diversa rispetto agli altri paesi e, se un cantante riesce a prendere una nota lunga, voi di solito applaudite. Altrove ciò non succede. (ridiamo)

Hai iniziato la tua carriera suonando insieme a tuo fratello Tom Baxter: posso chiederti che cosa hai imparato da lui e quanto è diventato un’influenza per la tua musica?

Certo, suonare con mio fratello mi ha influenzato. Lui è un grande cantante e un grande crooner. E’ molto bravo a cantare le ballate e molti altri tipi di canzoni. Guardandolo ho imparato come esprimere le emozioni. Questa è stata una gran lezione per me. Mi ha insegnato anche a essere un buon musicista, a realizzare un buon live-show e a voler suonare bene la propria musica. Ha sempre voluto mantenere il suo standard elevato.

Sono d’accordo con te al 100%.

E’ difficile da spiegare al giorno d’oggi. Si usano molto spesso i computer. Tante persone non pensano che sia importante, ma credo che quando scoprono le abilità tecniche, tutto diventa più impressionante.

Hai anche scritto musica per il teatro: che cosa ci puoi raccontare di questa tua esperienza?

E’ stata un’esperienza fantastica. Credo che la cosa che ho imparato molto da ciò è che riesco a scrivere velocemente qualcosa di breve, se un regista mi chiede qualcosa in uno stile o su un soggetto in particolare. Vedo che riesco a scrivere in fretta. Ciò mi è servito anche quando ho scritto per una serie televisiva italiana, “La Porta Rossa”. Ho lavorato insieme a un compositore chiamato Stefano Lentini. Tutta la mia esperienza nella scrittura per il teatro mi ha veramente aiutato in questa occasione. E’ stata una cosa veloce e facile.

Nel 2007 hai pubblicato il tuo primo album, “Make Way”, e in seguito hai avuto l’opportunità di aprire alcuni concerti per Peter Gabriel: che cosa ha significato per te allora questa esperienza?

E’ stata una cosa importante, come una bandiera. Ai tempi ero sotto contratto con la Real World Records, l’etichetta di Peter. Lui era un mio grande fan e ho avuto il privilegio di poterlo vedere sul palco e di imparare da lui come attirare l’attenzione di un pubblico di migliaia di persone. Per me è stato come un trampolino e mi ha dato la possibilità di farmi vedere dal mondo attraverso di lui.

Come è stato quindi poter lavorare per la Real World Records?

Anche qui ti dico che è stato come un trampolino per la mia carriera, che è iniziata circa tredici anni fa. Per me è stato una buona opportunità per prepararmi per diventare un artista che venisse riconosciuto. Lui è stato bravo a darmi un push nel momento giusto. Molte cose sono state realizzate grazie alla buona scelta di tempo. Sono ancora in contatto con Peter e anche recentemente ci siamo scritti via e-mail. Credo che siamo amici.

Nel 2011 una tua canzone, “She Went Quietly”, è stata usata nella nota serie televisiva “Grey’s Anatomy”: questa opportunità ti ha dato maggiore visibilità e comunque ti ha portato qualcosa?

Credo che anche questo sia stato un trampolino per cui la gente mi riconosce e mi capita di tanto in tanto di parlarne nelle mie conversazioni e alcune persone mi contattano proprio perché l’hanno ascoltata in televisione. Non so quanto abbia influenzato le persone, perché non riesco a capire quella parte: alcune volte delle persone mi contattano a causa di quella canzone, ma non me lo dicono. Sono stato contento che la mia canzone finisse in una serie guardata da milioni di persone e credo sia sempre bello dare la tua musica per qualche film.

Il tuo quinto album, “Square 1”, è stato realizzato a fine settembre: ti posso chiedere cosa c’è dietro a questo titolo? C’è un significato particolare per te?

Sì. In inglese diciamo “I’m going back to square 1”, che significa ritorno all’inizio, come tornare indietro alla prima parte all’interno di un gioco da tavolo. Per me “Square 1” rappresenta il presente. Quando sei all’inizio di qualcosa, non guardi indietro verso il tuo passato e nemmeno verso il futuro. Se sei uno scrittore, quando ti trovi davanti una pagina bianca, ti sembra uno specchio che ti chiede dove sei arrivato ora, che cosa vuoi dire, dove vuoi stare e ti porta al tuo momento attuale, come quando è il tuo compleanno e ti chiedi da dove vieni e dove stai andando. Per me “Square 1” significa farsi delle domande su dove sono in questo momento. L’album è legato alla mia vita nel momento in cui lo stavo scrivendo e ogni canzone ha una riflessione di quel sentimento. La mia vita è cambiata, ho una famiglia e ho realizzato quattro album da studio. Puo’ essere anche considerato come i quattro angoli di una piazza. Comunque ogni volta che scrivo un album e ogni volta che scrivo una nuova canzone è come guardare verso una pagina bianca, così devo sempre farmi delle domande.

Ho letto che hai detto di aver perso la tua passione per la musica e che, come mi hai detto pochi attimi fa, “Square 1” è stato come un nuovo inizio per te: posso chiederti come hai fatto a riconquistare questa passione?

Dopo aver deciso di fermarmi con la musica per un periodo, io e mia moglie avevamo deciso di trasferirci in Africa. Allora abitavamo a Brighton e avevamo spostato tutte le nostre cose che avevamo in casa in un deposito e, una volta che saremmo ritornati, avremmo dovuto traslocare nel Sud della Francia. Abbiamo preparato tutto, ma appena prima di partire ho avuto dei grossi problemi alla schiena e mi sono state diagnosticate due grandi ernie al disco. Non riuscivo a camminare. Questo è stato diagnosticato proprio il giorno in cui dovevamo partire. Inoltre lo stesso giorno abbiamo scoperto anche che mio figlio è epilettico.

Mi dispiace molto.

E’ stata una giornata molto lunga e molto spiacevole. Da quel momento abbiamo passato due mesi di preoccupazioni, abbiamo visitato molti ospedali e sia io che mio figlio ci siamo dovuti sottoporre a tantissime visite mediche. Inoltre mia moglie aveva appena partorito un altro figlio, ma doveva riuscire a tenere su tutto insieme. Credo che questa esperienza mi abbia riportato a square 1. Quando la tua salute è compromessa, ti dà una diversa prospettiva del mondo e la mia relazione con la musica era ancora ridefinita. Quando la chitarra mi è tornata tra le mani, ho ritrovato la voglia di scrivere nuovo materiale. E’ stata una cosa naturale. Questa situazione mi ha aiutato a ritrovare la mia passione perché sono riuscito a focalizzarmi su una nuova prospettiva. Ho iniziato a suonare perché amo la musica, ma quando entri nel business non tutto riguarda la musica, anzi spesso riguarda gli affari. Ho voluto mantenere la mia musica innocente e fresca, cercando di allontanarmi dal business che gira intorno alla musica.

E adesso come state?

Io sono completamente guarito e sto molto bene. Mio figlio ha trovato le giuste cure, ci è voluto un po’ di tempo, ma ora tutto sta andando bene. E’ un bel sollievo.

Sono contento che ora le cose vadano bene per voi. Posso chiederti da cosa sei stato ispirato, mentre stavi scrivendo i testi del tuo nuovo album?

I testi sono stati influenzati dalla sofferenza nel modo di cui ti parlavo prima. Ci sono alcune canzoni che sono legate a quel momento della mia vita. Altre canzoni, invece, parlano della mia esperienza con i rifugiati. Per la canzone “Say Something” dal mio scorso album “Curio City” ho registrato un video mentre sono andato in un campo di rifugiati per suonare per loro. Questa è una cosa che mi ha ispirato. Un’altra canzone è ispirata dalla Brexit. La prima canzone del disco, “Spiral”, parla della mia perdita della passione per la musica. Mentre il brano conclusivo, “Get Up Stronger”, parla di bullismo tra i ragazzi nelle scuole. Questa canzone è stata anche ispirata da mio figlio: ogni volta che cadeva, gli dicevamo: “Get up stronger (rialzati più forte)”. E’ qualcosa di molto bello per me. Una persona mi ha detto: “Ho ascoltato il tuo album e alla fine sono arrivato alla conclusione cha la vita è dura, ma vale la pena viverla”. Credo che sia il modo perfetto per spiegare questo album. Ci sono sfide, ci sono momenti molto difficili, ma credo che valga ancora molto la pena vivere.

Grazie Charlie per queste tue bellissime parole. Mi hanno veramente toccato. Parlando, invece, delle influenze musicali, quali sono state le principali per questo nuovo disco?

Negli ultimi anni ho ascoltato molti musicisti nordafricani come i Tinariwen. Per le percussioni sono stato molto ispirato da loro. Sono stato ispirato anche da un altro artista maliano chiamato Salif Keïta. Tanta musica africana mi ha ispirato. Qualche anno fa ho trovato un suonatore di tabla, delle percussioni dell’India, e mi sono piaciute molto e ho voluto includere anche quelle nel mio album. Le ho utilizzate in alcuni brani. Non volevo, però, fare un album di world music o di musica africana o indiana. Volevo fare un album che fosse mio, ma che avesse questi colori.

Secondo la tua opinione, quali sono stati i principali cambiamenti rispetto ai tuoi lavori precedenti?

Non è facile. Credo che ciò che è speciale per me di questo album sia il fatto che ci sia più spazio. Credo che in ogni album ho cercato di creare più spazio e più aria per la musica o per le emozioni delle canzoni. Non è necessariamente un album semplice, ma suona semplice. Questo era molto importante per me, perché il modo in cui scrivo le mie canzoni non è sempre facile, ma voglio che ci siano delle connessioni emotive attraverso gli arrangiamenti.

Volevo chiederti la tua opinione sulla Francia: vivi in quella nazione, tua moglie è francese e hai ottenuto un grande successo in Francia. Che relazione hai con questo paese?

E’ una relazione sempre più grande. Credo di essere diventato mezzo francese ormai. Credo che sia arrivato il momento di abbracciarla. Prima mi sentivo molto inglese. Credo che anche questa possa essere una delle differenze di questo album. La Francia mi ha dato una carriera, ma sono anche molto entusiasta di poter suonare anche in altre parti del mondo. Sono molto contento di venire in Italia, non voglio suonare solo in Francia per tutta la mia carriera. Per me è importante andare a suonare anche in altri posti.

Ho visto che realizzi la tua musica anche in vinile: che cosa ne pensi di quel formato? Ti piace? Collezioni vinili?

Li amo. Quando ascolti una canzone sul telefono o sul computer, la fai partire e continua ad andare avanti e non si ferma mai. Credo che, quando hai un oggetto fisico e lo metti dentro a una macchina e suona per venti minuti e poi si ferma, richieda la tua attenzione. E inoltre non ascolti solo i singoli, ma ascolti un album intero. Credo che il vinile faccia ascoltare gli album ancora e faccia sì che le persone scoprano gli artisti meglio rispetto all’ascolto di Spotify: lì si ascoltano le canzoni più popolari e non sono i migliori esempi di un artista. Non è certo il modo migliore per scoprire un artista. E’ veramente difficile capire un artista ascoltando solo i singoli.

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una tua canzone, vecchia o nuova, da usare come soundtrack di questa intervista?

Buona domanda. Direi “Here I Am”. E’ il secondo brano del mio nuovo album, “Square 1”. E’ una di quelle con le tabla. Parla di me. Quando ero un bambino non ero molto bravo a scuola, fallivo spesso. La canzone spiega questo: se non falliamo, non avremo nemmeno successo. Fallire è importante quanto avere successo.

Perfetto. Grazie mille Charlie.

 

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