TOP TEN ALBUM 2018 DI GIOVANNI COPPOLA

 
30 dicembre 2018
 

#10) R BENY
Eistla
[A Place To Bloom]

«Un sogno ricorrente. Un panorama ghiacciato fatto di solitudine. Ricordi frammentati, persi dentro il mare. Una luce fredda e tagliente. Brillanti raggi di luce, con l’arrivo della mattina. Era solo un sogno». Per raccontare “Eistla” del californiano r Beny – alla terza fatica, a distanza di pochi mesi, tra il 2017 e il 2018 – la descrizione che ne fa lo stesso autore, su Bandcamp, è profetica. Sintetizzatore modulare e chitarra, minimalismo da un’empatia forte e travolgente, il calore ed il freddo di note sempre sul filo di una malinconia avvolgente. Un album che riempie di sensazioni di costante, ma piacevole, contrasto emotivo.

#9) BERNICE
Puff: In The Air Without A Shape
[Arts & Crafts]

L’art pop e il minimalismo sono di casa per la band canadese Bernice, capitanata da Robin Dann ai vocal, al ritorno dopo una pausa che durava dal debutto del 2011. L’album che li riporta nella scena musicale, alzando il livello di quanto lasciava tracce in rete anni fa, è colmo di un modo di intendere l’intimità in maniera rivoluzionaria, sempre sospesa sul filo della sperimentazione sonora e vocale. Chi ha scomodato paragoni importanti, come le vibrazioni della regina dell’avant-garde che si fa popolare, Björk, avrà probabilmente colto tutti i punti sostanziosi del disco: i Bernice hanno relativizzato ogni sovrastruttura di una musica complessa e reso cosciente tutte le fibre di esplorazione che l’album è capace di generare, traccia dopo traccia.

#8) SOPHIE MEIERS
Candle Glow
[Sophie Meiers]

Quello che contraddistingue il debutto della 19enne Sophie Meiers è l’attaccamento, quasi involontario, ad un concept artistico d’altri tempi. Le sonorità di un blues moderno si mescolano al lo-fi, creando in “Candle Glow” il vero 2.0 di ciò che Soundcloud era stato negli anni addietro, quando gli artisti si scambiavano pezzi e creavano featuring che poi dicevano la loro, lì fuori. La cantante statunitense, vero factotum dietro il suo auto-prodotto progetto, ha la personalità per fare ulteriori passi in avanti e svincolarsi dalla classica etichetta di bedroom producer dalle buone speranze. Ne sentiremo parlare.

#7) LEON VYNEHALL
Nothing is Still
[Ninja Tune]

Ritrovata una scatola di Polaroid datate anni Sessanta, Leon Vynehall ha voluto raccontare – al suo esordio su Ninja Tune – il tragitto dei nonni, originari di Southampton, nella costa a sud del Regno Unito, verso Brooklyn. La narrazione dei fasti a bordo di una nave, dell’epoca dell’emigrazione e di tutto ciò che di quel viaggio si portarono dentro è un continuo saliscendi di emozioni. L’impronta dancefloor (seppur di raffinata fattura) di “Music for the Uninvited” e “Rojus” viene resettata in un racconto fatto di ambient dalle melodie pure, reminiscenze jazz e simboli cromatici dai toni forti. La novella scritta con Max Sztyber, che accompagna il disco, è ispirata proprio alla loro storia di migrazione, in un’epoca in cui Donal Trump e la Brexit la fanno da padroni sulle prime di tutti i quotidiani mondiali.

#6) SAM GENDEL
Pass If Music
[Leaving Records]

In un sassofono contralto è racchiuso il viaggio di Sam Gendel e del suo “Pass If Music”, affresco virtuoso di un jazz moderno che, come nel caso di molti suoi colleghi, si avventura benvolentieri in una sperimentazione elettronica a tutto tondo. L’utilizzo di un solo strumento da modellare e declinare in decine di alternative lungo il percorso è la chiave di volta di un disco che, anzichè risultare fermo, sembra in costante sviluppo concettuale. L’album è stato pensato e poi realizzato per “The Labyrinth & the Long Road”, pellicola di Daniel Oh, che come la tessitura sonora di Gendel ripercorre drammi, timori ed inquietudini della nostra epoca da una prospettiva del tutto autentica ed affascinante.

#5) NU GUINEA
Nuova Napoli
[NG Records]

Lucio Aquilina e Massimo Di Lena hanno dato vita a quello che è definito, indubbiamente, il disco italiano dell’anno a furor di popolo. E viene da Berlino, dove il duo si è trasferito dopo diversi trascorsi tra minimal, tech-house e underground dei progetti precedenti. La città che vediamo scorrere, in “Nuova Napoli”, è un revival moderno di Tullio De Piscopo, Eduardo De Filippo, Pino Daniele racchiusi in un funk dal respiro più internazionale che mai. Le virate stilistiche tra jazz ed estetismi di house raffinata, i coinvolgenti vocal che rievocano il canto tra le strade, come affacciarsi ad una finestra a fotografare le istantanee della vita in un rione storico. “Nuova Napoli” fa centro dentro quel mondo che racconta, esportando un nuovo dictat di unicità anche, e sopratutto, al di fuori.

#4) BIG RED MACHINE
Big Red Machine
[People]
LEGGI LA RECENSIONE

Aaron Dessner e Justin Vernon, The National e Bon Iver, Big Red Machine. Basta poco per fugare i dubbi sulle sorti di una collaborazione, già in cantiere da parecchio tempo, che comunica tutta la qualità delle emozioni che le promesse predicavano. Nell’alternarsi di strutture ritmiche, ballate elettroniche e onde di un folk a volte cupo, altre raggiante, c’è una girandola di paesaggi che fanno di questo atteso incontro un equilibrio di idee e di carezze sonore. Con la collaborazione di Bryce, fratello di Aaron, e di Richard Reed Parry degli Arcade Fire, il collettivo di sentimentalisti dalla mente propensa al futuro si fa ancora più ricca di estetica sopraffina. L’augurio, a prescindere dai progetti di ciascuno, è che possa apire anche un ciclo Big Red Machine.

#3) DORIAN CONCEPT
The Nature of Imitation
[Brainfeeder]

Il pianeta da cui sbarca Dorian Concept sembra, ancora una volta, abitato da pochi eletti. Quella che è stata in maniera controversa definita astral jazz è forse solo una definizione fittizia, ma sembra descrivere in maniera sintetica il concetto musicale che il produttore austriaco mette in gioco ogni qual volta torna in campo. “The Nature of Imitation”, suo secondo lavoro sulla Brainfeeder del padrino Flying Lotus, rinnova la sfida all’elettronica che strizza l’occhio alle velleità, triturando anche in questo caso ogni certezza per i clienti abituati a vibrazioni solite. L’estro di Oliver Johnson è ben visibile nella persistenza di un sound avventuroso, dove pattern mediocri e insoluti sembrano non esistere ma anzi, tutto comunica sempre con una certa, asfissiante logica. Quasi come il fascino di un intramontabile gioco arcade, anche a questo giro Dorian Concept supera le aspettative.

#2) SZUN WAVES
New Hymn To Freedom
[The Leaf Label]

Il sassofonista Jack Wyllie, il batterista Laurence Pike e il virtuoso del synth modulare Luke Abbott (già conosciuto ai più per la sua carriera su Border Community) formano Szun Waves, il jazz 2.0 di una Londra che fonde landscape sonori e ritmi caldi di un’epoca lontana. Attraverso “New Hymn To Freedom” si viene risucchiati nel lato estremo dell’improvvisazione e dei codici di una lingua che, pur sembrando conosciuta, viene ricalcolata in un’atmosfera del tutto inedita. Portare dall’altro lato dell’esperienza conosciuta l’ascoltatore con un messaggio che non è estremo, non ha una tempra disturbante, ma fa di tutto per rimanere a contatto con la terra. Un messaggio, se recepito come pensato dal trio, che è davvero sorprendente.

#1) DJ KOZE
Knock Knock
[Pampa Records]

Cinque anni dopo “Amygdala” e un’infinita dose di collaborazioni e remix nella club più stretta e autentica, Stefan Kozalla in arte DJ Koze ha maturato quello che, a conti fatti, può essere definito il vero sintetismo tra elettronica, indie e r&b degli anni duemiladieci. “Knock Knock”, nonostante una linea ben distinta che rievoca le peculiarità di composizione house del produttore tedesco, ha tutto ciò che serve a un disco che possa entrare a contatto con più mondi. Dal featuring con la regina dell’avant-pop Róisín Murphy, presente in ben due tracce, al campione vocale di Bon Iver in “Bonfire”, passando per le virate folk con José González e il pop cameristico con Kurt Wagner, tutto trova un’evoluzione dai tratti interessanti. Non una semplice sfilza di nomi, dato che ogni collaborazione sembra incastonarsi perfettamente in una macchina già oliata perfettamente per partire alla scoperta. L’elettronica che entra nel club ed esplora territori più terreni, dando la sua impronta.

 

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