TOP TEN ALBUM 2018 DI BRUNO DE RIVO

 
1 gennaio 2019
 

#10) THE ORIELLES
Silver Dollar Moment
[Heavenly]
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L’album d’esordio del terzetto di Halifax sorprende perché suona maturo, adulto, come se lo si conoscesse già. Si tratta invece di un sound composto da reminiscenze dream pop, garage rock e post-punk condite da un cantato retrò, che rimane impresso nella nostra memoria sovraccarica.
Ribollente.

#9) A PERFECT CIRCLE
Eat The Elephant
[BMG]
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Il ritorno degli A Perfect Circle dopo una lunga pause non poteva essere migliore. Il sound ha incredibilmente acquisito maggiore struttura e profondità ed ha perso quei toni cupi e minacciosi che un tantino inquietavano l’ascoltatore. Un incastro quasi algebrico di geometrie sonore, su cui si adagia il cantato sussurrato di Maynard James Keenan. Convincente.

#8) SHE DREW THE GUN
Revolution Of Mind
[Skeleton Key]

La band di Liverpool che ruota attorno alla talentuosa Louisa Roach propone in questo secondo album un sound che va dritto al cuore, piuttosto scarno, con la voce distorta che a tratti ricorda i Portishead, a volte The Kills. Uno Psycho-pop semplice ed efficace, che ospita liriche politicizzate ed arrabbiate.
Stupefacente.

#7) VERANO
Panorama
[42 Records]
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Verano, al secolo Anna Viganò, stupisce per la sua semplicità. Un dream pop elettronico, con inserti di chitarre ed effetti synth retrò anni ’80. Il panorama che offre il disco, parafrasandone il titolo, è un viaggio introspettivo fatto di fragilità, stati d’animo, sana malinconia e relazioni amorose. Ed in men che non si dica ci si allinea con il mood dell’album, restandone inevitabilmente rapiti.
Catturante.

#6) CAR SEAT HEADREST
Twin Fantasy
[Matador]
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Per chi ama o ha amato Beck non può che cadere nelle braccia spalancate di Will Toledo, Deus Ex Machina dei Car Seat Headrest. L’album raccoglie brani scritti tra il 2010 e 2013 e diffusi gratuitamente su internet, ri-arrangiati, rivisti e raccolti in un album che comunque registriamo all’apice dell’annata 2018.
Sorprendente.

#5) BEACH HOUSE
7
[Sub Pop]
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Victoria Legrand e Alex Scally da Baltimora, USA, sembrano non conoscere il declino. Anche il 7° album infatti aggiunge qualcosa al loro viaggio ipnotico cominciato 12 anni fa. Lo si ascolta quasi distrattamente e via via ci si rende conto di esserne avvolti dentro, quasi imprigionati. Il minimalismo elettronico ha trovato con “7” una piena maturità, con rimandi di Knife, Stereolab e Lali Puna.
Avvolgente.

#4) FLORENCE + THE MACHINE
High As Hope
[Virgin EMI]
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Florence non delude mai. Lascia la sua impronta anche con il quarto album, raffinando ancora la tecnica di persuasione che la contraddistingue. Meno orchestrale e barocca, più concreta e semplice, abbandona il fioretto per colpirci di spada. A tratti sembra un unplugged con qualche aggiunta ad hoc per rendere in contenuto non banale. E ci sorprendiamo ad uscire di casa canticchiando ancora “Big God”. Canticchiabile.

#3) SUN KIL MOON
This Is My Dinner
[Caldo Verde Records]
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Se salite in macchina e ascoltate questo nuovo lavoro di Mark Kozelek sotto moniker Sun Kil Moon improvvisamente la realtà vi sembrerà lontana. Il sound minimalista, quasi demo, fa da sfondo alle storie di una tournè europea raccontata con la classe da maestro storyteller come pochi al mondo. Il paesaggio intorno a voi cambierà rapidamente, mentre i testi narrati dalla voce calda del californiano vi cattureranno. Una volta arrivati a destinazione vi sembrerà di aver viaggiato nel tempo. Fuorviante

#2) SUNFLOWER BEAN
Twentytwo In Blue
[Lucky Number Music]
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Beata gioventù, verrebbe da dire. Ma poi pensandoci bene, a soli 22 anni questi ragazzi di New York hanno molto da dire e sembrano ben più adulti dell’età che hanno e che celebrano anche nel titolo del disco, Twentytwo In Blue. Probabilmente i genitori di Julia Cumming, la vocalist/bassista, erano dei fan sfegatati di Blondie e non ascoltavano altro, a giudicare dalle sonorità del disco. Ascoltato ad occhi chiusi appare come un ottimo disco indie rock, con reminiscenze fine anni ’80 inizi ’90. Tipo Elastica o qualcosa del genere. E si crede di essersi persi una band di quell’epoca. Poi si aprono gli occhi e si rimane colpiti dalla gioventù in copertina.
Splendente.

#1) ANNA CALVI
Hunter
[Domino]
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Gender Neutral.
Ovvero il superamento della distinzione di genere, di sesso. Ma non per questo poco sensuale. Ecco, sinteticamente questo capolavoro di Anna Calvi, cantante britannica di chiare origini italiane, lo definirei così.
La voce gutturale e profonda di Anna si staglia violenta su texture di chitarre arrabbiate e batterie arzigogolate, dando al sound del disco una sfumatura noir e decisa. Poi tocchi orchestrali, dita schioccate, qualche synth. Lo spettro sonoro si apre, rispetto alle precedenti pubblicazioni, e raggiunge il suo apice.
Scorrendo i brani del disco, alla fine diventiamo prede dell’”Hunter”, del cacciatore, in questo caso una donna, che si comporta “As A Man”, e che non vuole che si colpisca la “…Girl Out Of My Boy”.
Inclassificabile.

 

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