UN NOSTRO SGUARDO RETROSPETTIVO A “SIX”, SECONDO LAVORO DEI MANSUN, ALLA LUCE DELL’IMMINENTE RISTAMPA

 
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24 gennaio 2019
 

di Stefano Bartolotta

Chi, negli anni Novanta, era immerso nel britpop, oggi ripensa a quel periodo con estrema nostalgia. Le band e le etichette se ne sono ampiamente accorte, e oggi è tutto un fiorire di reunion, nuovi dischi, concerti celebrativi degli album passati, ristampe deluxe degli stessi album, festival dedicati. E loro, i nostalgici, sono tutti intenti a inserire il proprio numero di carta di credito a destra e a sinistra e ad alzare il culo dal divano, lasciando a casa coniuge e figli, se ci sono, e vista l’età, è quasi la norma. Inoltre, per coloro che non vivono nel Regno Unito, bisogna aggiungere anche corpose spese di spedizione e per i voli. Ma ai nostalgici non importa, l’amore è amore, e poi vuoi mettere con la musica di oggi, quella non è mica destinata a rimanere, di cosa vuoi che possano essere nostalgici gli adolescenti di oggi, visto che tutti i gruppi più in voga hanno già dato il meglio e sono ormai in parabola discendente? Almeno quelli di quel periodo sono durati poco, ma hanno abbandonato quando ancora stavano dicendo qualcosa di rilevante. E adesso la smetto di parlare in terza persona, ma inizio con la prima, visto che tra loro ci sono anche io, quindi non sono loro, ma siamo noi.

Essere immersi nel britpop non significava certo ascoltare SOLO britpop, ma c’era anche tanto amore per band che avevano degli elementi di collegamento ma che portavano nella propria proposta anche molto altro. I Manic Street Preachers, i Super Furry Animals, i Gomez, e molti altri, erano amati perlopiù dalle stese persone che impazzivano per Menswe@r, Northern Uproar, Sleeper, per non citare poi i grossi nomi, che quelli avevano comunque un pubblico più trasversale. E poi c’erano i Mansun, una band unica nel proprio genere, proprio perché era impossibile confinarli in un genere. E questo vale soprattutto da quando la band ha pubblicato il secondo disco, “Six”, lo scorso 7 settembre 1998.

“Six” è un disco pieno di chitarre, e di melodie, ma gli elementi convenzionali finiscono qui. I brani, infatti, raramente aderiscono alla forma-canzone tradizionale, ma sono più un susseguirsi concatenato di melodie che si collegano e si intersecano tra loro, che spariscono e poi tornano, che vengono accennate per poi essere sviluppate in altri momenti del disco. Giri di chitarra e linee vocali vengono associate per assonanza, o anche per contrasto, e possono partire insieme per seguire poi percorsi diversi, con la conseguenza di atmosfere mutevoli e spesso inaspettate. Se “Attack Of The Grey Lantern”, il disco di debutto, era un trionfo di tutti gli aspetti sonori e compositivi che possono essere associati al pop, “Six” è un’esplorazione profonda di tutto ciò che sono in grado di fare le chitarre e di quanta fantasia ci possa essere in un songwriting comunque legato alle suddette chitarre e alle melodie. Cruciale, poi, è il ruolo dei testi, nei quali il leader Paul Draper torna spesso sul concetto di sentirsi imprigionati da qualcosa. Del resto, lo stesso titolo del disco è un omaggio al personaggio centrale di una serie TV intitolata ‘The Prisoner’, nella quale il protagonista era, appunto, chiamato semplicemente ‘Number 6’. Draper racconta di sentirsi prigioniero dei compromessi, del senso di inadeguatezza, del sentirsi solo, dei dubbi sulla propria fede religiosa, dell’ansia che deriva dal pensare a cosa succederà quando sarà dimenticato da tutti, persino del suo essere un maschio.

Diversi passaggi sono lunghi solo una o due righe, ma sono micidiali nel lasciare anche all’ascoltatore tanti dubbi e insicurezze. “Have you ever told a lie to hide a lie? Shame on you, you’ve compromised again”, “The more force I apply, more trouble I make”, “Everybody helps me make my own mistakes, if I’m left alone I’ll make them anyway”, “What now of my faith? Just a desperate exercise to limit pain”, “Nobody Cares When You’re Gone” sono frasi tanto brevi quanto capaci di lasciare il segno, di far riflettere e dubitare del proprio modo di condurre la vita e delle proprie priorità. A esse si alternano immagini meno decifrabili, ma che hanno un tipo di forza evocativa da rinforzare i fendenti di cui sopra: “I pay for sex in sleeping bags”, “I can change the amnount of God that wraps around me”, “I’m emotionally raped by Jesus”, “Through my TV all my problems come”, “Being a boy is like sucking a lemon” sono metafore che non possono lasciare indifferenti.

I Mansun non sono mai stati una band che piace a tutti, nonostante le buone vendite in patria: recentemente mi è stato chiaramente detto da un amico con ottimi gusti musicali “i Mansun erano giusto una tua perversione”. E “Six” è un disco che non piace nemmeno a tutti i fan dei Mansun: troppo ermetico e per nulla accondiscendente nei confronti dell’ascoltatore, che o trova le chiavi di lettura giuste per apprezzarlo, oppure ne rimane irrimediabilmente fuori. Dal mio punto di vista, resto affascinato da un’ambizione musicale così ben veicolata e dei testi così forti e così ben collegati con l’aspetto musicale, perché ritengo che proprio l’ambizione e la fantasia descritte sopra siano la valvola di sfogo per le sensazioni raccontate nei testi. Mi sento imprigionato, e allora non solo lo dico senza peli sulla lingua, ma scateno la mia creatività musicale per rafforzare la possibilità di liberarmi, grazie al rilascio di creazioni così libere da schemi, che portino con sé ciò che mi tiene rinchiuso.

Dicevo inizialmente della nostalgia e del fatto che le etichette la stiano cavalcando. I fan dei Mansun, anzi, noi fan dei Mansun (devo smetterla di cercare di darmi un contegno parlando in terza persona), siamo particolarmente nostalgici, così, la Kscope, l’attuale etichetta di Paul Draper, ha visto che l’interesse per la carriera solista del Nostro è molto alto e ha pensato che fosse un buon affare acquisire tutto il catalogo dei Mansun dalla EMI e lanciare un programma di ristampe. Finora sono usciti un paio dei vecchi EP in vinile e “Attack Of The Grey Lantern” in diversi formati. Ora è il turno di “Six”, disponibile in CD, quattro diversi colori di vinile (i completisti andranno ai matti) e un deluxe set con tre CD e un DVD. Ovviamente, i numeri di carta di credito sono stati scritti senza ritegno sui vari siti in cui è possibile pagare il tributo, e attorno al 22 marzo, data di uscita della ristampa, la Royal Mail sarà molto impegnata a spedire pacchi in tutto il mondo.

L’aspetto più interessante dell’operazione, è che il deluxe set contiene il mitologico “The Dead Flowers Reject”, della cui esistenza si è saputo dallo stesso Paul solo in occasione del decimo anniversario di “Six”. In pratica, i Mansun avevano realizzato un album gemello, sempre chitarristico ma molto più ruvido e diretto, ma anche più abrasivo, acido e disturbante. La EMI, però, si rifiutò di pubblicarlo e costrinse la band a usare le canzoni come b side dei singoli di “Six”. Paul aveva rivelato la tracklist e messo a disposizione uno streaming per l’ascolto, e volendo, chi aveva tutti i singoli ha potuto crearsi il disco o la playlist in mp3. Ora, però, finalmente arriverà la pubblicazione con tutti i crismi e tutti potranno goderne (c’è da immaginare che sarà anche su Spotify, se proprio non volete svenarvi).

Subito dopo l’uscita, Paul annuncerà anche le date nelle quali suonerà “Six” per intero con la propria band attuale, e nel frattempo, il Nostro non ha smesso di lavorare al secondo disco solista. Altri numeri di carta di credito da scrivere, altri aerei su cui salire, ma non vediamo l’ora: per troppi anni il ritorno del nostro idolo sembrava un sogno impossibile, e ora che è realtà, non vogliamo smettere di godere

 

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